Der Noir
A Dead Summer
Viene da Roma la nuova linfa dark-wave italica. Se avete amato Bauhaus, Cure, Soft Cell o i primi Litfiba, troverete in A Dead Summer parte di quelle vibrazioni senza per forza di cose ritenere che si sia di fronte a dei semplici emulatori. Le ambientazioni sono fortemente cupe e malinconiche, il ritmo è scandito dal favoloso basso di Manuel Mazzenga (Nocturnal Degrade), anche alla chitarra, la voce, sofferente e riverberata, è di Manuele Frau (Dirty Power Games, Black Land) mentre la drum machine ed il synth sono guidati con maestria da Luciano Lamanna (Lou Chano, Ministero dell’Inferno). I tre ragazzi sembrano essere dei fuori classe della wave, e l’uso di tecnologie analogiche portano a rispolverare fedelmente, in questo buio 2012, i canoni della dark wave mondiale. Private Cerenomy, una messa nera impreziosita da oscuri beat ed una chitarra che ricorda decisamente quella del buon vecchio Ghigo Renzulli d’annata. Done, più techno e con un morbido ma incisivo basso ad attutire la solita ficcante chitarra elettrica, sempre anni 80. Un bel cantato, che nel coro esplora inaspettatamente tonalità più alte, raggiungendo l’ascoltatore e conquistandolo.
Lontano dalle rive è il primo dei due pezzi in italiano dell’album. Se mi avessero detto che si trattava di un inedito dei Litfiba del 1983, ci avrei creduto tranquillamente. Ciò non toglie che sia decisamente bella, e Litfiba o no, è un piacere viscerale ascoltarla. Interferenze da telefonate extraurbane, una drum machine soft (-cell!) ed un basso veloce, alto nelle tonalità, accompagnano la perfetta voce di Manuel in Stranger’s Eye e introducono degnamente (non prima di qualche lezione di synth da parte di Lamanna) la splendida Oblivion. Qui una introduzione stile Tool, molto ricordati nel giro di basso, apre la scena al brano più bello ed intenso dell’album. Un piccolo capolavoro che tutti possono apprezzare per la sua facilità d’ascolto, senza che i nostri tradiscano l’idea o l’ideologia della musica che vogliono proporre.
Segue Another Day, il primo singolo dell’album, il cui video già scorrazzava per il web da un po’ di mesi. Dopo 5 brani, si ha la sensazione di avere a che fare con il pezzo dalle ambientazioni meno cupe e più pop. Ma è tutto relativo. Provate ad estrapolarlo dal contesto e ad ascoltarlo da solo, e la primissima sensazione verrà parzialmente confutata. Nell’ascolto mi vengono in mente i Cure, specie per ritmo e tastiere. Cosa vedo, il secondo brano in italiano, un po’ più trip hop, quello cupo e malinconico, semmai. A venire alla mente questa volta sono i "siberici" Diaframma. Non mi ha però convinto pienamente. A differenza della successiva Dead Summer, la title track, che arriva subito all’ascoltatore benché sia solo musicale. Ma che musica ragazzi! Si chiude con le nuvole dell’86 (Clouds of 86’). Una chitarra effetto Tears for Fears, un cantato ed, in generale, un concetto musicale molto Bauhaus, ci salutano con la soddisfazione di chi è certo di aver fatto cosa buona e giusta a dedicare del tempo all’ascolto di questo album, sicuro di farne tanti altri ancora nei giorni e negli anni a seguire.
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