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R Recensione

7/10

Gowns

Broken Bones

Disco postumo, purtroppo, “Broken Bones”. I Gowns, infatti, si sono recentemente sciolti, lasciando sul campo solamente l’ep di esordio “Dangers of Intimacy” del lontano 2005, l’eccellente “Red State” del 2007, e questo “nuovo” ep. Che alla base della decisione di mettere fine al cammino insieme ci siano stati i più classici dissapori interni, magari causati dalla totale ed ottusa disattenzione del pubblico a dispetto dell’altissima qualità della loro proposta musicale, è plausibile. Eppure Erika Anderson (già negli Amps For Christ), Ezra Buchla (un passato nei The Mae Shi) e Corey Fogel avevano certosinamente lavorato per creare una originale miscela tra suoni acustici, morbidi, melmosi ed oppiacei, e certe spigolosità avant-rock. Un post-folk-wave di rilevante impatto emotivo, sognante, depresso, disperato, che non trova paragoni in nessun altro gruppo. Un unicum prezioso ed emozionante.

L’addio lo danno con questo lungo ep, “Broken Bones”, frutto di vecchie registrazioni effettuate nel periodo di maggiore attività della band. In particolare viene qui reso pubblico quanto registrato il 16 dicembre 2007, in occasione della partecipazione alle c.d. “Latitudes sessions” messe in piedi con l’intento di riprendere in qualche modo il lavoro del compianto John Peel, dalla Southern Records. Si tratta del più classico degli “espedienti”: i gruppi scelti entrano in studio per un giorno, registrano quello che vogliono per poi immediatamente procedere al missaggio. Nelle intenzioni dichiarate dal gruppo, "Broken Bones" è fondamentalmente una sessione live in studio, che intende riprodurre appunto il suono dei Gowns dal vivo, senza fronzoli o sovraincisioni.

All’inizio ed alla fine di “Broken Bones” vengono ripresi due pezzi già presenti in “Red State”: “White like heaven” (che in “Red State” beneficiava dei servigi al missaggio di Carla Bozulich), che viene ribattezzata per l’occasione semplicemente “Heaven”, e “Mercy springs” che analogamente viene troncata in “Mercy”. La resa di queste tracce è più selvaggia e quasi brutale, semplicisticamente potremmo dire più ordinariamente “rock”, rispetto alle rispettive precedenti versioni. La prima è il pezzo più complesso, claustrofobico, “compresso” mai prodotto dal terzetto. Qui diventa una jam session in cui i riff si susseguono, accavallano, con la voce isterica a contrappuntare i continui feedback e le improvvise esplosioni elettriche. “Mercy” è, del pari, una cavalcata furibonda e distorta, probabilmente in una certa misura improvvisata, soprattutto nella lunga, ed eccessiva, coda finale.

Tra i tre pezzi inediti spicca la splendida “Griefer”, tra tastiere chiesastiche ed esplosioni vocali di puro spleen. A mio avviso, uno dei gioielli più luminosi della breve carriera del gruppo. “Marked” è un pezzo più leggero, oserei dire quasi pop, di diretta e sicura presa (per lo meno se paragonato al resto), mentre in “Dog” dal cantato si passa ad un “parlato” di sicuro effetto, sebbene tutt’altro che originale, su una base di tastiere ed il solito feedback chitarristico.

Un lavoro che lascia l’amaro in bocca per quello che è stato e non sarà mai più. Una piccola, magra consolazione, per chi ha amato la musica di questi ragazzi. Un commiato di buona fattura, sebbene certamente inferiore a quel piccolo, impagabile, capolavoro che per il sottoscritto è “Red state”. “Broken Bones” viene pubblicato in edizione limitata a 1000 cd e 1000 lp.

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