Primal ScreamXTRMNTR (2000) |
.
|
|---|---|
Dirty ThreeWhatever You Love You Are (2000)
Uno dei lavori più struggenti di un gruppo che ha saputo portare a nuovi vertici espressivi ed emozionali l'utilizzo di uno degli strumenti più classici della musica (il violino), con una soluzione strumentale ancorata a perfetti schemi post-rock.
Tre è il numero perfetto si sa. Là dove il post-folk strumentale degli anni 90 incontra la musica classica, il minimalismo contemporaneo, la colonna sonora per lungo film fatto di notti e di silenzi, cercali e loro ci saranno.
|
.
|
Storm and StressUnder Thunder And Fluorescent Light (2000)
Gli Storm And Stress di Ian Williams fanno quello che avrebbero dovuto fare i Don Caballero dopo American Don: evolvono. Più ancora dell'omonimo esordio, è questo lavoro a mettere in chiaro le intenzioni, di certo poco ortodosse, del gruppo. Under Thunder And Fluorescent Light ribalta la prospettiva "materica" propria dei Don Caballero per tentare l'esplorazione del più celebre contraltare sonico: il silenzio. Un lavoro di decostruzione che neanche Frank Gehry potrebbe concepire: improvvisazioni e micro composizioni, date in pasto a delay e loop dal sapore cosmico, si sfaldano, volteggiano, svaniscono nel nulla per tornare poi sotto nuove, inspiegabili e per questo seducenti, vesti armoniche.
|
.
|
St GermainTourist (2000)
Dietro lo pseudonimo St Germain si nasconde il manipolatore di suoni Ludovic Navarre. Tourist è il suo secondo lavoro in studio, un perfetto connubio di jazz contemporaneo, campionamenti, leziosità latin e lounge, ritmiche hip hop, trip hop e dub. Alla sua uscita il disco provocò uno stato di profonda meraviglia, a dieci anni di distanza lo stupore rimane immutato!
|
.
|
AirThe Virgin Suicides Ost (2000)
Electro-noir adolescenziale dalla Francia alla provincia americana. Gli Air si immergono nell'ipersensibilità delle vergini suicide che lasciano l'innocenza per il male della vita adulta (o per la morte davvero?) ed esaltano. "Playground Love" da tatuarsi addosso. Raramente un trio libro-film-colonna sonora si è trovato in un allineamento così perfetto.
L'onda d'urto provocata da Moon Safari (1998) spinge Sofia Coppola a scegliere gli Air per la colonna sonora del suo debutto alla regia (Il Giardino delle Vergini Suicide).
Elettronica e pop dalle sfumature cupe, per una soundtrack drammatica, triste, ma di una intensità rara, forse irripetibile.
|
.
|
GrandaddyThe Sophtware Slump (2000)
“Il crollo del software” – gioco di parole con sophomore - avrà ridotto in mutande tanti adepti della ormai defunta new economy, ma ha altresì generato un gioiello dell’ indie-rock in silicio degli anni zero. I Pavement intenti a giocare con effetti elettronici nel ranch californiano di Neil Young, di cui mutano nevrosi e sintassi nel caos digitale di inizio millennio. Ne fanno fede la sinfonia in bassa fedeltà di “He’s Simple, He’s dumb, He’s The Pilot”, le melodie oblique di “Crystal Lake”, lo spleen mutante di “Jet the Humanoid” e “Miner at the Dial-A-View” e il maestoso epilogo di “So you’ll aim toward the sky”.
Se il precedente “Under the the western freeway” è stato definito il “Tonight’ s the night dell’era cibernetica”, questo è l’After the gold rush di Jason Lytle e soci.
|
.
|
EminemThe Marshall Mathers LP (2000)
Il nul plus ultra e il punto di non ritorno dell'hip-hop classico che si trasforma in blob cinematico, cabaret della crudeltà, poesia da cartone animato per disadattati. Il g-funk del Dr Dre incontra la rabbia proletaria del rock di Detroit. Slim Shady diventa lo Ziggy Stardust della spazzatura bianca.
|
.
|
Songs: OhiaThe Lioness (2000)
Un viaggio tra territori tradizionalmente rock: salmi country-folk tra il Dylan che attacca la spina e il Young ombroso e instabile di metà anni 70 (non a caso una delle mille leggende rock narra che Jason Molina accarezzi ogni sera la propria copia in vinile di "On the beach"). A dimostrazione che ci si può ancora sorprendere battendo vecchie strade, purché illuminate da una scrittura da autentico fuoriclasse.
Un doloroso concerto per voce, chitarra e solitudine. Piccole perle di cruda tristezza inspiegabilmente cariche di una forza dirompente. Un disco per cuori sconfitti che però non perderanno mai la speranza.
|
.
|
Badly Drawn BoyThe Hour Of Bewilderbeast (2000)
Questo ragazzino mal disegnato diventa inconsapevole alfiere del New Acoustic Movement, genere nato e morto nel giro di pochi anni. Damon Gough - invece - è vivo e gode di ottima salute, ed in questo splendido esordio piazza uno dei singoli "pop" del decennio ("Once around the block"), corredato da un perfetto campionario fatto di cantautorato rock ("Everybody's Stalking"), pop ("Camping Next to Water"), lo-fi ("Stone on the Water") e tanta poesia adolescenziale, come quel bacio dato con l'apparecchio ai denti.
|
.
|
Joan of ArcThe Gap (2000)
La destrutturazione sonora del post-rock di Chicago. Una band mutevole, nella quale ognuno suona uno strumento che spesso non è il suo. Il risultato è questo non-disco fatto di non-canzoni, amalgamate in maniera completamente libera da chitarre languide, stacchi ritmici math, rumori di vetri rotti e frammenti di melodie improvvisate.
|
.
|
BaustelleSussidiario Illustrato Della Giovinezza (2000)
Gomma, Martina, Le vacanze dell'83, Il Parco, Il Riformatorio. Che grande paese l'Italia, twee pop e indietronica filtrati dalla lente mediterranea di Bianconi, Massara, Bastreghi. Indie per tutti.
Il capolavoro cantautoriale di cui gli anni zero italiani avevano bisogno. Tra rimandi rétro, dolciastri sentori adolescenziali, arrangiamenti scapigliati e ciuffo alla de andré...
...per tutti i corpi dentro e fuori i costumi da bagno, che passavano da una stanza all'altra, distesi sul letto, che portavano l'impronta delle lenzuola, che ballavano con disciplina, che crescevano negli specchi...
Non potrebbe che essere un'opera prima, il "Sussidiario", con la sua adolescenza sudaticcia, i suoi ritornelli à la Pulp, il suo pop retrò, i suoi riferimenti culturali esibiti, il suo fascino ribelle ma assieme impacciato, la sua freschezza naif, le sue canzoni del parco e del riformatorio. E sono quelle opere prime che diventano monumento, o meglio, in questo caso, irrinunciabile feticcio. Ci ameremo come i cani.
Il tocco impuro dell'adolescenza, la nostalgia canaglia, gli anni '80, le radioline, le gite con la scuola, i brufoli, il sesso, la droga... Un concept album d'esordio irripetibile, una magia che non tornerà.
|
.
|
16 HorsepowerSecret South (2000)
Come i Two Gallants e forse persino meglio di loro: come trasfigurare la tradizione americana in qualcosa di originale, intenso ed a tratti pure commovente. Senza una sbavatura, con i piedi ben saldi nella tradizione e la testa proiettata nell'Olimpo della miglior canzone d'autore. Lavoro davvero senza tempo.
Il blues degli appalachi e le dilatazioni spettrali del post-rock. La furia roots-punk dei Gun Club e il banjo stridente di Dock Boggs. Archi dolorosi come spine ("Just Like Birds"), un pianoforte tetro e dolce come l'Apocalisse ("Burning Bush"), chitarre che fanno muro contro il destino avverso ("Splinters"), la voce di un invasato che predica con la Bibbia in una mano e nell'altra una pistola. La trasfigurazione di quel sud gotico raccontato da William Faulkner ed ereditato da Cormac McCarthy. Il trionfo dell'Americana, direttamente dal cilindro di David Eugene Edwards.
|
.
|
Trans AmRed Line (2000)
I Trans Am rappresentano, come gruppo in ambito indie rock, quello che "porno" rappresenta come parola nel nostro linguaggio. Nostalgici e sconclusionati pescatori del passato, hanno attraversato gli anni proponendo recuperi impossibili e giustificabili solamente attraverso un qualche inspiegabile gusto per l'osceno. Senza che per questo non pervenissero ad un (loro) capolavoro. Red Line mescola il synth-pop con la pesantezza hard-rock e l'elettronica, spaziando tra assalti frontali, aperture e dilatazioni sperimentali, introspezioni pianistiche e jam improvvisate. Macchinisti del dietro le quinte, fanno prima e nascostamente quello che oggi è diventato motivo di vanto per nomi ben più conosciuti. Indefinibili, ma impagabili.
|
.
|
Klaxon GueuleMuets (2000)
Raramente mi innamoro di dischi così. Sperimentazione ed avanguardia mi affascinano nella stessa misura in cui, troppo spesso, mi annoiano. Non è questo il caso: il secondo album del radicale trio di Montreal elabora le improvvisazioni free jazz del doppio disco d'esordio proiettandole nei territori dell'elettro-acustica. Strumenti resi irriconoscibili da una massiccia applicazione di effetti, una sezione ritmica annichilita nella sua funzione tradizionale, una certa volontà minimalista unita al gusto intellettuale per il rumore crudo. Prendete gli elementi, mischiateli mantenendo un approccio staticamente ossessivo che releghi ogni sfogo in posizione latente e avrete un'idea del perché Muets possa vivere, brillando, negli angoli bui di ogni mente affamata.
|
.
|
Menlo ParkMenlo Park (2000)
Il suono dinoccolato dei Menlo Park è America al 100%, ma nasce dall'incontro inverosimile di Chris Taylor da Philadelphia con alcuni buskers nei sobborghi di Londra. Registrato in California per un'etichetta belga di stanza in Austria, è cantato in inglese e francese. Un bell'accrocchio, direte voi. E invece no: un piccolo miracolo di psichedelico country-blues. Band dimenticata, ma indimenticabile.
|
.
|
Blonde RedheadMelody Of Certain Damaged Lemons (2000)
Dopo le sbornie rumoriste degli esordi e prima della svolta zuccherosa, i fratelli Pace e la sublime Kazu Makino trovano il perfetto punto di equilibrio nell'illogica matematica di un disco straordinario. Per me, uno dei dieci album degli anni zero da tramandare ai posteri.
La fuga dei cervelli dall'Italia verso il noise-rock. Il miglior album della migliore band (non)italiana. Se vi dicono che sembrano i Sonic Youth, non credeteci. A volte sono molto meglio.
|
.
|
RadioheadKid A (2000)
Ma come, i Radiohead potevano vivere di rendita grazie a Ok Computer e invece non sono ancora soddisfatti? Beh, il fatto è che i Radiohead sono degli artisti senza eguali. E se già qualcosa di questa epica svolta si intuiva con Ok Computer, il quale, come diceva Reynolds, era il disco rock che piaceva anche agli amanti dell'elettronica, questo Kid A è il disco che farebbe amare l'elettronica a chiunque!
Lasciando perdere le puttanate tecnologiche (lo sapevate che avviando la riproduzione di una qualsiasi canzone dell'album con un lettore e riavviandola dopo 17 secondi con un altro lettore si ottiene una nuova canzone?), diciamo solo che questa è una band coraggiosa, che riesce a smarcarsi dai canoni musicali propriamente "rock" creando un suono informe, visionario eppure totalmente concreto e godibile. Non ci sono cadute di tono, per cui non ci sono brani da scegliere o da segnalare. Beh, se proprio volete, partite dal punk da dancefloor di "Idioteque".
l'album della svolta dei Radiohead. A modo suo solido e compatto, sia a livello musicale che testuale, tanto da poter parlare di concept album. Caratterizzato da un’atmosfera di gelo, di glaciale atmosfera, di un clima che si fa ancora più artificiale rispetto alla malinconia digitale di Ok Computer. Kid A è il tentativo di uscire completamente dagli schemi del ritornello-riff-ritornello e di creare un’opera d’arte che innova plasmando ai suoi scopi il modernariato elettronico, assoggettandolo ad una visione divenuta definitivamente onirica. Yorke e soci riescono ancora una volta nell’impresa di trasporre le ansie che li affliggono in musica. Se Ok Computer aveva chiuso tristemente un secolo cupo Kid A sembra aprirne uno ancora più impersonale e incolore. Welcome in '00s folks!
Avanguardia, coraggio, sperimentazione. Ma come, una band pop si mette a fare un disco elettronico? Dopo Kid A i Radiohead non saranno più la band pop che si permette di giocare con le macchine, ma semplicemente la più grande band vivente al mondo, che a questo punto può permettersi di fare tutto. E scusate se è poco.
|
.
|
For CarnationFor Carnation (2000)
Disco imprescindibile, For Carnation è la frontiera definitiva del lessico post-rock. Un buco nero dove essere precipitati. Se non dovessero piacere le atmosfere pesantissime, impegnative e fredde contenute qui dentro, pazienza. Basteranno i suoni a mettere tutti d’accordo.
Concettulmente post-rock dei For Carnation è il cool-jazz degli anni Zero. Narcosi fatta d'alba.
Il post-rock implode definitivamente in questo magma sonoro denso e scurissimo. I suoni emergono a fatica dall'incedere strisciante e sabbioso di questo monolite affascinante, profondo e bellissimo.
|
.
|
Aesop RockFloat (2000)
è grazie a dischi come questo che il rap alternativo (leggasi avanthop o abstract rap) ha riscattato un genere ormai allattato da Mtv e assuefatto ai propri stereotipi da classifica. Aesop Rock rispolvera vestigia dei templi olschool coniugandole in strutture spiazzanti ed irregolari, in arrangiamenti di volta classici, bandistici, cantautorali. Con un'abilità metrica e narrativa fuori dal comune.
|
.
|
Bright EyesFevers and Mirrors (2000)
Difficile trovare in qualsiasi arte un concept sull'uscita dall'adolescenza scritto in tempo reale, capace di trasudare le febbri di quei cambiamenti spigolosi e accaldati: Conor Oberst, a 19 anni, ne offre uno, ed è sublime. Il disco si muove scomposto e morboso, ha le fattezza dell'adolescente che cambia voce (i mugugnii di Oberst) e cammina ciondolando, immergendosi nelle proprie rabbie ("Sunrise, Sunset", "The Calendar Hung Itself") e nelle proprie tristezze ("Arienette") fino al collo, tra folk sregolato e Shane MacGowan. Tutto, in "Fevers And Mirrors", gronda cupa e asfittica decadenza, e la chiamano giovinezza. Meraviglia.
Un ex ragazzo prodigio, i suoi chiaroscuri emotivi, la voce gracchiante, il rumore, il silenzio...
Verboso, sarcastico, le urla dal buio di Conor Oberst mi scompongono e mi eccitano. Per me, un capolavoro.
|
.
|
Giant SandChore Of Enchantment (2000) |
.
|
Mos DefBlack On Both Sides (2000) |
.
|
Yo La TengoAnd Then Nothing Turned Itself Inside-Out (2000)
Solo uno dei tanti gioielli regalatici da uno dei gruppi più rappresentativi del rock degli ultimi vent'anni. Gli Yo La Tengo potrebbero suonare un tamburello e due racchette e riuscirebbero a tirarne fuori soluzioni raffinate ed energiche come pochi in circolazione.
Vertice del "secondo" periodo degli Yo La Tengo (quello, per intenderci, aperto da May I Sing With Me), questo disco rimane ancora il mio preferito di tutta la loro discografia. Dopo quattordici anni di migrazione attraverso i territori dell'indie americano, i tre arrivano a definire un mastodonte notturno (quasi 80 minuti) di soave placidità ed elegantissima psichedelia. Musica colta, da consumare lentamente in penombra e con dedizione, come (e con) una bottiglia di vino di pari qualità.
|
.
|
Johnny CashAmerican III: Solitary Man (2000)
Uno fra i più grandi cantautori ed intepreti di sempre, seppur abbondantemente in età da pensione, da ancora la paga al 99,9% dei cantautori attuali ed a tanti gruppuscoli minori che vorrebbero imitarne le gesta. Non hanno ancora capito che non c'è storia, Cash è davvero un artista superiore, anche se vecchio e canuto.
Johnny Cash è Dio
Cash è l'America. Rivitalizzato da Rick Rubin l'artista tira fuori uno dei suoi dischi perfetti, in grado di coniugare indissolubilmente folk cantautoriale e country tradizionale.
Cash non fa cover, si appropria delle canzoni. E le rende uniche, meglio delle originali.
|
.
|
ULTIME RECENSIONI :
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
Aggiungi ai Preferiti 
Aggiungi ai Feed 
Manda una Recensione 
Storia su MySpace 
Storia su Facebook 
Storia su LastFm 
Storia su RateYourMusic 
ULTIMI ARTICOLI :
![]() |
|
|---|---|
![]() |
|
![]() |
CAPITOLO DELLA SETTIMANA:
![]() |
|---|




.jpg)













Matteo Losi
Alessandro Pascale