R Recensione

9/10

Ludovico Einaudi

Divenire

Divenire è il titolo dell'ultimo disco di Ludovico Einuadi, versatile compositore e pianista italiano. Il divenire inteso come mutamento, movimento, scorrere senza fine della realtà, perenne nascere e morire delle cose. Tutto questo riesce ad esprimere questo disco, e con delle musiche che comunicano più di quanto potrebbero fare le parole.

E' un disco morbido e sinuoso, lontano, che si prefigge come chiave dell'anima che può aprire qualsiasi serratura, se inserita nel modo giusto.Il primo dei dodici episodi si intitola "Uno", ed è un'introduzione lenta con il pianoforte a tracciare un "infinite theme" sostenuto da alcuni discreti effetti. Una traccia che non lascia il segno, me ci pensa subito dopo la title-track a dare uno scossone forte: divisa tra una parte di presentazione, in cui il pianoforte e gli archi si incastrano e si sublimano perfettamente, per poi alzare il tono ed il ritmo e terminare in un tema epico ed emozionale.La struttura viene poi ripetuta una seconda volta, con l'aggiunta di dettagli e decelerazioni di ritmo che sfociano ancora nel coinvolgente finale, terminato improvvisamente da una nota solitaria. "Monday" rispecchia in pieno le sensazioni del lunedì mattina evocato dal titolo, con grandi strutture armoniche che si sovrappongono tra loro e un tema in miniatura che viene ripetuto all'inizio, nella parte centrale e finale del brano; vengono dipinti squarci sonori che si sciolgono in scale inframmezzate da trilli e abbellimenti. "Andare" è un colpo al cuore quanto lo era "Divenire", la canzone che dà il titolo all'album: note suonate a cascata, in un flusso continuo che si apre in leggere e misteriose rivelazioni elettroniche e percussioni ancestrali, il tutto sempre sostenuto dalla avvolgente architettura di archi. nella parte centrale Einaudi si esibisce in una vera e propria corsa sulla tastiera, concludendo poi con una riesposizione più tesa della precedente.

"Rose", evocativa quanto delicata, quasi intimista, si riallaccia all'immagine del fiore della passione e del sentimento, ma pur sempre fragile nei suoi petali morbidi. Archi quasi assenti, il pianoforte la fa da padrone nella struttura tipica di pause e virtuosisimi che caratterizza la maggior parte delle composizioni di Einaudi. Inizia poi un dittico intensissimo: la prima meraviglia si chiama "Primavera", introduzione lenta a salire fino alle note più acute mentre la partitura della mano sinistra disegna trame leggere. Si viene a creare un insieme che deflagra nell'apertura maestosa di archi che vorticano instancabilmente sopra il saliscendi della sinfonia pianistica. la ripresa è musica pura e cristallina, acqua fresca di montagna da bere tutta d'un sorso, per poi tornare ad affogare nella seconda apertura, speculare ma più dilatata.

La seconda parte del disco si apre con quella che è semplicemente la vera perla, il ritratto più prezioso dell'intero lavoro: "Oltremare", 11 minuti di pianoforte solitario che cavalca orizzonti lontanissimi portandoci con sè, al seguito di pesaggi meravigliosi, affreschi e strutture perfette; è la visione desolata di un'anima leggera che guarda il tramonto al largo del amre d'inverno, mentre intorno l'aria viene invasa dai fiocchi di neve. Brano che dimostra tutta l'abilità di Einaudi, non in termini strettamente tecnici, ma anche nel fatto di saper cogliere in poche armonie emozioni universali; un plauso va poi allo stesso autore per aver pubblicato il brano integralmente, senza tagli. Si arriva poi alla traccia più breve del disco, "L'origine nascosta"; rappresenta, nell'ottica del disco, l'uscita dalla bellissima immersione dei due brani precedenti.

E' quindi un brano di passaggio, realizzato comunque bene con gli archi che si fanno sentire in duplici uscite prolungate. Si continua con "Fly", il cui titolo stesso suggerisce l'idea del brano: è un continuo volare tra le il mare delle note del piano, che a volte si increspa in onde altissime, e il cielo tempestoso delle insinuazioni elettroniche che compaiono. Si nota in tutte le composizioni dell'autore una forte attinenza tra le immagini evocate dal titolo e quelle ricamate dalle musiche, e Divenire rispetta la tradizione. Il volo termina sul deserto di "Ascolta", aperta da una nota grave, che presto lascia il posto a riverberi elettronici accentuati ancor maggiormente nella loro ermeticità dalla reiterazione degli spunti pianistici, e nel finale le note chiudono completamnete l'atmosfera scendendo gradualmente. Il testamento del pianoforte pervade "Ritornare", un altro brano di solo pianoforte che prosegue deciso e compatto con virtuosisimi adagiati sulla base e sull'incedere della melodia; acciaccature, note prolungate ed emozioni si inseguono in questo appassionante ed appassionato lascito che solo nell'ultimo minuto rallenta per poi concludersi dopo una pausa che potremmo definire "riflessiva".

Si è concluso quindi il viaggio descritto dal disco: partito appunto con "l'andare", nella sequenza di battiti e sensazioni si è ritrovato il senso della natura che guarda sempre l'uomo dall'alto,dai fiori sui prati alle distese degli oceani, e si recupera anche il senso delle proprie origini, apparentemente così lontane, eppure nascoste solo da un fragile velo che basta togliere senza rompere. Alla fine, serve solo qualcuno che ascolti il risultato del nostro divenire: la legna che smette di essere legna per diventare cenere, il ghiaccio che si scioglie in acqua solo per trasformarsi in etereo vapore. Si sente il bisogno di "ritornare", ma una volta arrivati, non c'è rimasto più nulla, il senso delle cose azzerato dalla nostra evoluzione.Tutto ciò che ci rimane è svanire.

Proprio "Svanire" si intitola l'ultima traccia del disco, che si differenzia da tutte le altre per il suono del pianoforte, filo conduttore di tutti i brani precedenti, ridotto ad alcune note arpeggiate. Qui gli archi si prendono tutta la scena e concludono tutta la catena, un ultimo gemito che sparisce man mano che la canzone procede, come la schiuma delle onde sul bagnasciuga, un violino in primo piano a tessere drammatico e dolce la fine di una realtà che, dopo aver capito veramente il senso di tutto, appare svuotata da ogni significato e sparisce con noi. Le onde emozionali del disco, invece, rimangono ben impresse nella mente dell'ascoltatore aperto.

In fondo è semplice: basta lasciarsi trasportare.

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 8 voti.
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cielo 10/10
REBBY 6/10
luca.r 6/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 22:13 del 17 ottobre 2008 ha scritto:

Giudizio a mio avviso un po' troppo largo su un disco comunque buono. La recensione, invece, è emozionale ed intensa, come se l'avessi scritta io. Bravo Roberto. Curioso il fatto che, nonostante una tecnica pianistica praticamente nulla ed un riciclo incombente di idee e fraseggi, Einaudi sia comunque capace di coinvolgermi, sempre e comunque. Questo "Divenire" ha un suono cosmico: perfetto da ascoltare di notte, in penombra, da soli, in stereo...

fabfabfab (ha votato 7 questo disco) alle 11:49 del 18 ottobre 2008 ha scritto:

Anche a me piace. E pensare che c'è gente che ascolta Allevi ...

Roberto_Perissinotto, autore, alle 15:15 del 18 ottobre 2008 ha scritto:

Effettivamente, considerato tutto, hai ragione Marco: il tuo giudizio in definitiva è più esatto del mio. Per quanto riguarda Allevi, il suo stile, pur essendo molto più ricco di quello di Einaudi, spesso si dilunga eccessivamente su fraseggi e composizioni che non riescono proprio a decollare e sentendolo ho avuto spesso la sensazione che il pianoforte, invece di sussurrare storie lontane,iniziasse a delirare.