R Recensione

7/10

Tuxedomoon

Blue Velvet Revisited

Nel 1986 “Blue Velvet”, quarto lungometraggio di David Lynch, fu un vero shock nel panorama cinematografico mondiale, un'opera dal fascino indecifrabile e magnetico che anticipava temi ed atmosfere destinati a diventare, con successive estremizzazioni, il marchio di fabbrica del suo autore. Lo scenario surreale in cui agivano i protagonisti, il killer asmatico e psicopatico Dennis Hopper, la vittima Isabella Rossellini, interprete dell’omonima canzone, il giovane Kyle Maclachlan e la musica originale di Angelo Badalamenti hanno colpito spettatori e critici di ogni epoca, tanto da indurre qualcuno ad indicare il film come uno dei più influenti degli anni '80. Il motivo che lega a “Blue Velvet” l'ultima produzione dei Tuxedomoon, storico gruppo nato sulla new wave di quegli stessi anni per poi intraprendere orizzonti classici e world, è un documentario girato dal regista tedesco Peter Braatz, all'epoca invitato da Lynch a documentare il set del proprio film, ora rieditato in una versione ricca di materiale video inedito: l'evocativa colonna sonora è stata composta insieme al duo elettronico londinese Cult with no nome (Erik Stein e Jon Boux), a suggellare una collaborazione già sperimentata negli ultimi album di questi. “Blue Velvet Revisited”, va subito precisato, non è solo un complemento sonoro alle immagini di Braatz, ma possiede motivazioni in abbondanza per affiancarsi a pieno titolo alla lunga discografia dei Tuxedomoon, La band, riunita per l'occasione nella classica formazione con Blaine Reininger, Peter Principle, Steven Brown e Luc Van Leishout, è stata richiamata dai rispettivi luoghi di residenza dalla belga Crammed Disc che, per l’occasione, ha rispolverato la storica serie Made To Measure.

L'iniziale “The Slow Club” con il riff geometrico del basso di Principle ed i fiati che disegnano ampie volute melodiche, fornisce una chiave del mood generale: raffinati ed evocativi dialoghi strumentali condotti in dimensione cameristica (“Lumbeton”), innervati di sottili strati di elettronica, (“Do It For Van Gogh”, “A Candy Colored Clown” ) o immersi nelle atmosfere torbide e dark tipiche dello stile Tuxedomoon (“So Fucking Soave” e “Now It's Dark”). Nelle inquietanti “Dorothy” e “Frank”, dedicate ai protagonisti del film, compaiono i contributi vocali di Kelli Ali delle Sneaker Pimps, mentre “Lincoln Street” è l'unico pezzo scritto ed interpretato dall'ospite John Foxx, un’estenuata discesa in abissi elettronici fra silenzi, gocciolanti note di pianoforte ed un background di rumori, secondo lo stile che l'ex leader degli Ultravox sembra prediligere anche nelle ultime prove soliste. Il finale riserva la parte migliore del lavoro, con una “Alligator Briefcase” che alterna le voci del clarino alla tromba su un ostinato elettronico, il pianoforte che contrappunta gli slanci sinfonici di “Jeffrey Nothing”, il tema di sax che rompe il buio di “Until The Robins Came” e le scale profumate d’Oriente del violino di “Don”.

Disco che fornisce diversi spunti: ci si può affidare ad un’ora di nuova musica avvolgente, cogliere l’occasione per rivedere il film, o rispolverare qualche Tuxedomoon d’epoca.    

 

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