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R Recensione

8,5/10

Egisto Macchi

Città Notte

L’inconsueta e coraggiosa scelta dei fratelli D’Innocenzo di non commissionare una colonna sonora apposita per il loro ultimissimo Favolacce, ma di riutilizzare piuttosto i movimenti originariamente contenuti nel “Città Notte” (SR Records, 1972, fuori catalogo: più recentemente, ristampa in vinile da 200 grammi per le australiane The Roundtable e The Omni Recording Corporation, 2015) di Egisto Macchi, è stato l’ultimo e più rilevante tassello – in ordine di tempo – di una serie di iniziative spontanee, non necessariamente collegate fra loro, con il fine dichiarato di riportare al centro della discussione la riscoperta del patrimonio artistico del compositore di Grosseto (tra le altre, Soave ha da poco approntato la riedizione in 400 copie viniliche delle musiche composte nel 1977 per il documentario “Sud E Magia”). Non è certo questo il luogo per tratteggiare una breve biografia di Macchi, né per toccare gli snodi cruciali della sua lunga e polimorfica attività artistica, né tantomeno per parlare estesamente di un fenomeno, quello della library music, cui più volte abbiamo occhieggiato da queste pagine (si ripeschino le pagine di Fabio Codias su “Inchiesta” e “Industrial” di Alessandro Alessandroni, o quella del sottoscritto su “Meccanizzazione” di Oronzo De Filippi), ma che ancora aspetta una propria monografia sistematica e omnicomprensiva. L’operazione di Favolacce, semmai, ci offre l’assist per parlare di un’opera bellissima e dimenticata, una delle tante di una discografia che rifulge di gemme inesplorate, una goccia nell’oceano d’oro di una stagione creativa tanto oscura quanto entusiasmante.

Nelle pagine conclusive del tredicesimo capitolo di Superonda, Musica per sonorizzazioni, Valerio Mattioli dedica giustamente ampio spazio al periodo library di Macchi, che si può quantificare in una ventina di titoli concentrati fra la fine degli anni ’60 (quasi in contemporanea alla sua entrata in veste di percussionista nel Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza) e la fine degli anni ’70 (con il parziale ritorno alla musica per film e alle composizioni su commissione). Aldilà delle condizioni del tutto peculiari in cui nasce e si sviluppa il fenomeno library, secondo la ricostruzione di Mattioli questa prolificità può essere da una parte giustificata da ragioni squisitamente alimentari, dall’altra col desiderio di dare sfogo ad una produzione solista che non sarebbe riuscita altrimenti a trovare la via del supporto fisico e della distribuzione commerciale (per quanto carbonara). Poco male: ecco un esempio lampante di revisionismo illuminato. “Città Notte” – i cui materiali preparatori, almeno fino alla summenzionata ristampa, giacevano negli archivi della Fondazione Giorgio Cini, sull’isola veneziana di San Giorgio Maggiore – è un disco, si perdoni la formula ormai abusata, assolutamente incredibile: non solo per la visionarietà avanguardistica dei suoi momenti più liberi ed evocativi, ma anche (e, forse, soprattutto) per la sua capacità di tenere in equilibrio forma e improvvisazione, impianto classico e divagazione psichedelica, sinestesie rumoristiche e melodie di struggente bellezza.

Il solo ascolto delle due parti in cui è divisa la title track permette di cogliere i meccanismi essenziali soggiacenti ad una scrittura rigorosa, dalla densità specifica elevatissima: nella prima metà i malinconici arpeggi di chitarra classica del tema principale, quasi un Carcassi prestato alla vulgata popolare, si inabissano in un soundscape per vampe di archi, oggetti concreti e lamentosi sbuffi di tromba (Morricone in incognita? Probabile), mentre nella seconda l’armonia si avvita in parabole ellissoidi da camera, uno sbandamento atonale risolto nella successiva ripresa al ralenti del tema. “A Sera” completa l’esplorazione lirica con uno studio segoviano per fingerpicking di sublime raccoglimento melodico (non è inverosimile supporre che La Batteria lo abbia ascoltato per bene e ne abbia preso spunto). Più avventuroso e meno organizzato attorno a schemi predeterminati il prosieguo del disco: l’incalzare frenetico di “Bidonvilles” (un hard boiled dalle sfrangiature strumentali astratte e spietate per archi, piano preparato e nervose spazzole free jazz, sulla cui superficie scoppiano occasionalmente bolle lisergiche d’organo), le impetuose e drammatiche convoluzioni orchestrali di “Terza Età” (viene qui coinvolta anche una chitarra elettrica), il whistlin’ stornellato di “Lampare” dissestato da un sordo contrappunto impro, infine il call and response tra percussioni, organo e corde di “Orsa Maggiore” che scontorna un tentativo di minuetto barocco.

Ascolto nobilitante, prezioso, appagantissimo. Uno dei parti più belli e brillanti di tutta la library italiana anni ’70.

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Voto degli utenti: 8,5/10 in media su 2 voti.
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fabfabfab 8,5/10
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C Commenti

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fabfabfab (ha votato 8,5 questo disco) alle 0:08 del primo giugno ha scritto:

Gran ripescaggio. Potremmo assaltare la library music italiana insieme se ti va. Non c'è molto sul sito.

Marco_Biasio, autore, alle 18:44 del primo giugno ha scritto:

Avere il tempo... Grazie comunque del passaggio. Se non l'hai già visto ti consiglio di recuperare anche Favolacce, mi sa che ti piacerebbe.

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 22:04 del 5 luglio ha scritto:

Recuperato in questi giorni, ascolto davvero prezioso. Marco is the master!!!