Lilacs & Champagne
Lilacs & Champagne
Non poteva che essere così, quell’iride smeraldina dei La’s vent’anni dopo, passando per il trucco pesante e lolitesco dei Baustelle, smarrita nel fuoco circolare di “Zonoscope” con vista turistica fiamminga. Così, e non altrimenti. Lilacs & Champagne poteva essere una generazione di nemmeno ventenni storditi dalle esalazioni della plunderfonia e dalle risacche nostalgiche del già crepuscolare glo-fi, piccoli nerd da cameretta impregnati di subcultura indie e saudade diacronica. Oppure, all’opposto, scafati musicisti in vacation, sotto mentite spoglie, sedotti irrimediabilmente dal gusto di una deviazione netta e perenne dal percorso madre. La prima ipotesi, intrigante, avrebbe soddisfatto appieno l’abbecedario del semi-professionismo internautico del Nuovo Millennio, finendo invero per risultare un po’ banale, e banalizzante: per come invece il disco stesso è pensato, strutturato, stratificato, reso in grane e sfaccettature, è vera altresì la seconda, perché Lilacs & Champagne è l’alter ego di Alex Hall dei Grails e del suo compagno di stanza Emil Amos, che da qualche anno si barcamena, picchiatore di ritmo e sostanza, anche negli OM.
Chi si aspetta il weirdismo tanto per sarà, parzialmente, deluso. Pur non essendo, manifestamente, materiale di utilizzo comune, l’esordio omonimo del finto duo non duo non fa altro che rimarcare, platealmente, perpetuamente, nel vagare da un’influenza all’altra, negli stacchi, nei giochi rifrangenti di melodie e beat, nel crossover che si avvita su sé stesso sino ad abbattere le convenzioni di titoli e brani, la propria appartenenza, sanguinea, ai nuovi tempi. Che se uno poi ci pensa, alla fin fine, tanto nuovi non lo sono nemmeno, dacché “Endtroducing…” di DJ Shadow ne fa sedici quest’anno, i cLOUDDEAD si sono già ritagliati il loro posto nei manuali dell’avanguardia popolare e Flying Lotus è arrivato a sminuzzare solo ciò che non era stato ancora possibile miniaturizzare. Non stiamo certo parlando di un epigono da due soldi: però. “Lilacs & Champagne” si veste di gran gala, ma è pura apparenza: la festa, o almeno il suo momento topico, è passata. Lo champagne, hic, non si rifiuta di certo, eppure le bottiglie migliori sono, inevitabilmente, toccate ad altri.
Resta un’atmosfera vagamente gotica, orrorifica, d’altri tempi, soundtrack o artificiosa tale dove le ombre che spaventano maggiormente sono quelle delle due del pomeriggio, della canicola di Almanzora, dei charter deserti guidati da Belzebù in persona, ed un mucchio di gran belle canzoni, prese singolarmente, che diventano un blocco frammentario e non sempre coerente una volta messe assieme. I tronfi cerimoniali liturgici di “Everywhere, Everyone” si sciolgono nell’acido di chitarre speziate e madrigali gospel (se il gospel fosse cattiva, e non buona notizia), laddove “Lilacs” è Nina Simone mondana e servita su un gradevolissimo tagliere hip hop, “Sensations” il susseguirsi di ricercati rimbombi ovattati con gancio melodico da interpolazione lounge e “Laid Fucking Back” la pigra exotica narcotizzata da spirali tantriche e narcolessi doom. L’esigenza cinematica soffoca sovente tutto il resto, dando forma ad incubi macellati su torri di samples e vorticosi cambi di ritmo (“Nice Man”), candide armonie vocali che abbracciano il trip hop squadrando in lontananza lo spettro della minimal (“Battling The City”), arabeschi da peplum Titanus (“Moroccan Handjob”) e fumosa, disarticolata psichedelia apocalittica (“Midnight Creeper”).
Le idee, intendiamo quelle belle, ci sono tutte. Vanno solo veicolate in maniera migliore, più omogenea ed organica: ciò che fanno i beat nella radio orientaleggiante riverberata surf di “Listener X”, in coda. Se son lilacs…
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