Philippe Petit
Oneiric Rings On Grey Velvet
Si autodefinisce un agente di viaggio della musica ma in realtà Philippe Petit è un istrione delle arti digitali, un attore non protagonista di tutto ciò che sta sotto l’egida sperimentale. Nel 2012 il nostro musicista ha in mente di pubblicare altri due dischi (in aprile e in settembre), oltre quello che mi appresto a recensire qui, per dar vita alla trilogia delle “Extraordinary Tales Of A Lemon Girl”, sorta di nonsense cavernoso che muove le sue spire negli anfratti della musica da cinema, senza che alcun film sia effettivamente nato per giustificare tale impresa. Il primo capitolo sottende dunque ad “anelli onirici sul velluto grigio”, e capiamo che gli elementi surreali ci sono già tutti: c’è la dimensione onirica dei sogni e quella tattile dei tessuti, v’è il livello sensoriale dei frutti e quello interpretativo dei colori. Questa epica colonna sonora è ispirata – parole di Petit – dal giallo all’italiana (e qui il pensiero vola a Carlo Fruttero) ma anche dall’intramontabile modernità di James Joyce, Omero e Lewis Carroll, e poggia su un’infrastruttura tematica che invita l’ascoltatore a vagare nelle terre immaginarie della melodia e della fibra, del suono e del colore.
L’intero disco consta di otto movimenti, come le migliori opere di musica colta, e attinge a piene mani dalla sinfonia novecentesca, Šostakovič su tutti, ma anche Sibelius, Berlioz, Hermann e Holst. Siffatta impostazione orchestrale viene ovviamente mescolata all’elettronica cosicché accanto ad arpe, contrabbassi, violoncelli, clarinetti, corni, fagotti, e viole, troviamo i giradischi, i VST ed alcuni strumenti sperimentali poco conosciuti come il salterio elettronico, il cymbalum Hackbrett e la triple caterpillar drum guitar, un rudimentale quanto brutto intonarumori costituito da tre manici di chitarra. “Oneiric Rings On Grey Velvet” nasce dunque da melodie originali di grandi compositori, ma talmente sfocate da diventare suggerimenti inconsci, riapparendo qua e là, che Philippe Petit rielabora attraverso la sua strumentazione virtuale, processa acusticamente e a cui aggiunge percussioni e campioni rubati dai tanti vinili del suo strampalato archivio sonoro. Qui si indagano i confini esistenti della musica contemporanea tramite la lente del cinema, e il risultato si fa multiforme, sconfinato, indefinito.
Nei primi tre movimenti del disco la tipica melancolia della scuola romantica collide con l’avanguarda elettroacustica della musica spettrale, dispiegando un lussureggiante spirito armonico che promette di far venire i brividi lungo la schiena, ma che, al di là della prosa servile, è effettivamente in grado di innalzare il tono lirico dell’opera d’artista, comunicando l’incomunicabile, trasponendo in note alcuni momenti bui della sua coscienza, la sua visionarietà, le sue competenze, il suo humus musicale. La seconda parte di “Oneiric Rings On Grey Velvet” comprende i restanti cinque movimenti, formando una suite drammatica, ricca di dettagli e di sorprese, elicitando suspense ed azione e mettendo l’ascoltatore in uno stato di allerta nei confronti di un evento sonoro che potrebbe o meno verificarsi, quasi fossimo in un pericoloso happening di Chris Burden. Sostanzialmente v’è negli ultimi minuti dell’album un trionfalismo galoppante, come se Petit stesse brindando alla faccia nostra, ormai impaurita dal climax di livelli orchestrali.
Philippe Petit ha lavorato con artisti del calibro di Murcof o Scanner, e in questo CD dimostra di essere un paladino della consapevolezza, un moderno titano mahleriano che lotta per la ricontestualizzazione onirica delle sette arti in un mondo governato dalla sterile razionalità di chi preferisce l’eccentricità alla follia, la carne allo spirito, l’ananas al limone.
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