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R Recensione

7,5/10

Jeff Beck

Guitar Shop

Guitar Shop” è un album completamente strumentale del chitarrista britannico Jeff Beck risalente a ormai tre decadi orsono. Fra i più ispirati e riusciti di carriera, è probabilmente anche fra quelli più adatti per essere introdotti alla conoscenza di questo eccelso solista dello strumento (elettrico… a Jeff della chitarra acustica non importa un fico secco, non la suona mai).

Beck è il “chitarrista dei chitarristi” per eccellenza: benché qualsivoglia appassionato di musica sia in grado di apprezzare le sue doti, la sua abilità ed il suo cuore, per coloro che hanno trascorso parecchio tempo con una chitarra in grembo o appesa al collo gli input di sensazionalità e di genialità uniche balzano prepotentemente all’orecchio, e pure all’occhio se si è al suo cospetto.

Con Jeff non si può ragionare in termini di valore delle canzoni o degli album pubblicati in carriera, repertorio ampiamente al di sotto del valore e dell’effettiva importanza di questo musicista lunatico e volubile. La faccenda nel suo caso verte decisamente sulla resa chitarristica in senso stretto, sull’estrema sensibilità e peculiarità del tocco, sulla pionieristica curiosità e capacità di sfruttare tutte le parti dello strumento anche quelle meno ortodosse (paletta, potenziometri, leva tremolo, il tratto delle corde fuori tastiera più in qua dell’ultimo tasto, i palmi delle mani, la slide con la mano destra, il tremolo azionato con la sinistra ed altre amenità del genere) e dulcis in fundo sul suo suono: non ve ne sono di più intriganti di quello della Stratocaster del nostro, perfettamente controllato in ogni sua sfumatura dalla demoniaca capacità e varietà tonale a disposizione, nella sua testa e nelle sue mani.

In breve, con Jeff non è una questione del “senti che bella musica, che bella canzone…”, ma più propriamente del “senti come la suona!”. Lui non è grande compositore (come ad esempio i Page e i Townshend che furono), non è capace di strutturare la sua musica in direzioni e visioni grandiose, però con la chitarra lui parla, grida, gioisce e fa moine come nessuno, le dà una tavolozza di voci e di versi che sembra essere un pezzo anatomico del suo corpo.

Di questo disco amo visceralmente “Where Were You”, un tema melodico creato quasi esclusivamente dosando in continuità la pressione del palmo della mano destra sulla leva del tremolo, intanto che il mignolo della stessa controlla la manopola del volume per creare assolvenze e dissolvenze e il resto delle dita bada a pizzicare ogni tanto qualche corda, sfiorandola contemporaneamente con l’altra mano sulla tastiera, sì da estrarne musicalissime armoniche... Una performance difficile da spiegare a parole, difficilissima da suonare, totalmente impossibile da replicare con l’espressività e la galattica sensibilità di esecuzione che Beck qui esibisce (e niente trucchi di studio… questo brano viene eseguito ancor oggi ad ogni concerto, senza incertezze!).

Altro pezzone è “Two Rivers”, atmosferico tema di chitarra solista su intenso tappeto di tastiere sintetizzate, il quale raggiunge il suo acme quando Beck afferra il ditale della slide con la mano destra e prende a descrivere la melodia un’ottava sopra, sfregando le corde nella zona dei magneti, riuscendo a rimanere intonato e massimamente espressivo pur nella difficoltà tecnica del gesto (non vi sono più i tasti come riferimento, ma soprattutto in quella sezione finale del diapason delle corde l’altezza delle note cambia radicalmente ad ogni millimetro).

Sin dagli anni settanta il musicista londinese ha operato scelte basilari e coraggiose, la più importante delle quali la rinuncia ad affiancare a sé un cantante fisso, manlevandosi in questo modo dalla realtà tradizionale dei gruppi rock e blues, ovvero dal più facile approccio dato dalla presenza di testi con una buona e riconosciuta voce a cantarli. Secondariamente si  è imposto, a partire da fine anni ’70, di abolire il plettro e pizzicare la chitarra solo con le dita, per conseguire una varietà di approccio ben più estesa sullo strumento. Benché prerogativa di una minoranza di chitarristi, la rimozione di quel pezzetto di plastica fra sé e il proprio attrezzo ha prodotto nei casi più eccellenti grandi risultati in termini di tocco e sfumature di suono, eleganza e descrittività: mi riferisco, oltre a Beck, a gente come Mark Knopfler (Dire Straits), Derek Trucks (Allman Brothers), Toy Caldwell (Marshall Tucker Band), Lindsey Buckingam (Fleetwood Mac).

In quest’album Jeff è coadiuvato solamente da altri due musicisti, il notevole batterista Terry Bozzio (Zappa, Missing Persons) e il tastierista e compositore Tony Hymas, delegato ad inventarsi i tappeti sonori e le sequenze ritmiche sintetizzate su cui far evoluire la brillantissima solista del titolare.

Carina anche la cover, con lo stesso Beck disegnato nel suo tipico look jeans e t-shirt, mentre a guisa di meccanico d’auto sta lavorando sul magnete al manico di una gigaStratocaster piazzata sul ponte sollevatore.

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Voto degli utenti: 8,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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zagor alle 14:34 del 30 aprile 2015 ha scritto:

questo non me lo ricordo bene, comunque per me il meglio di Beck dopo la fine dell'era yardbirds-beck group è stato "blow by blow" e poi le parti di chitarra in "amused to death" di waters.....come chitarrista non si discute, rispetto agli eterni rivali Page e Clapton ha anche saputo rinnovarsi, ancbhe se non ha avuto la loro costanza nel costruirsi una carriera.

Paolo Nuzzi alle 15:40 del 30 aprile 2015 ha scritto:

Per me è molto meglio di Clapton e Page messi insieme. Un grandissimo della sei corde, con uno stile personalissimo. "Blow By Blow" è un disco immenso.

zagor alle 13:48 del primo maggio 2015 ha scritto:

Anche io lo preferisco a Clapton, senza dubbio: anche perché dopo Cream e Blind Faith "manolenta" si è adagiato su una routine, di gran classe ma pur sempre routine. Con Page è dura: come talento puro e inventiva forse Beck è superiore, ma Jimmy ha messo in piedi una delle più grandi e influenti band di sempre....gran bella lotta, fantastici tra l'altro nel periodo in cui suonavano insieme negli Yardbirds ( è il momento immortalato da Antonioni nella scena culto di "Blow Up"".

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:18 del 30 aprile 2015 ha scritto:

Disco di Jeff Beck in cui mi sono imbattuto solo poco tempo fa. Come usa la whammy bar in Where Were You è qualcosa di metafisico. Grande anche Bozzio

Utente non più registrato alle 15:21 del 30 aprile 2015 ha scritto:

Truth ('6, Beck-Ola ('69)