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R Recensione

8/10

Four Tet

Sixteen Oceans

Come, o meglio, cosa dovrebbe essere un album di musica elettronica di inizio decade in questo nuovo e strano periodo che stiamo affrontando?

Ho letto di alcune critiche al nuovo, smagliante album di Four Tet. Certo, in fondo è un collage di brani e composizioni ottenute dal padroneggiamento estremo di Ableton: nulla di nuovo sotto il sole, tecnicamente parlando.

Eppure chi vi scrive non riesce a rimuovere dalla mente un pensiero ricorrente, ossia quello che le macchine abbiano un suono soul. Un qualcosa di più che parla direttamente all’anima, un sound - per così dire - umano. Questo già ce lo avevano insegnato molti precursori, a partire dagli illustri Daft Punk (“RAM”, ma si vedano molti altri lavori precedenti), Aphex Twin e perfino Jeff Mills.

Nell’episodico svolgersi di questo doppio scintillante LP, veniamo guidati dal nostro in un viaggio che non ha eguali ad oggi nel suo percorso. Kieran Hebden ci fa viaggiare con la mente e con il cuore; le prime quattro tracce sono connesse tra loro come non mai, in una commistione di UK garage reminiscente dei suoi primi lavori a stretto contatto con Burial (“Baby”, cfr. “Moth”, con la collaborazione vocale nientemeno che di Ellie Goulding), breakbeat e ancora house onirica, downtempo, in un soundscape eclettico e vibrante; le corde creano un paesaggio magico, nebuloso, pieno di energia e che letteralmente eleva lo spirito e purifica l’anima - un lavoro quasi meditativo, mantrico e sciamanico per certi versi, dall’inizio alla fine.

Credo che questi tratti rappresentino la quintessenza del perché Hebden resti così amato dal pubblico, ad anni di distanza dal suo esordio, nonostante tutto. A parte l’essere stato un innovatore nella maniera in cui ha proposto i suoi live set - andate a recuperare alcuni suoi spezzoni tratti dai video ufficiali dei singoli dell’album in questione o dalle Boiler Room più recenti per farvi un’idea di ciò che intendo - che suonano quanto mai nostalgici e lustrali in questo periodo di lockdown forzato - gli va riconosciuto il merito di aver riportato in auge un genere che ha influenzato l’elettronica dell’ultimo decennio in maniera profonda, il future garage, e quest’album suona nel complesso più completo e maturo dei suoi precedenti lavori, strizzando l’occhio addirittura al sound IDM (“Harpsichord”) dei seminali Boards of Canada.

Dopo “Insect Near Piha Beach” iniziano ad esserci un po’ troppi - e forse trascurabili - interludi, mentre svettano ancora le tracce più lunghe, come “Something In The Sadness” e “Green”.

La parte finale di questo album è invece la più curiosa: inizialmente tentato dal valutarla negativamente, ad un numero maggiore di ascolti si rivela originale tanto quanto la parte iniziale, ancorata troppo ad un ricordo dei dancefloor nei tempi che furono. Più calme, meditative e ambient, le ultime quattro tracce risultano un incastro perfetto con le prime quattro in una logica di eterno ritorno che è riconducibile a “Morning/Evening” e strizza l’occhio al suo precedente “New Energy”. “4T Recordings” e “Mama Teaches Sanskrit” sembrano delle istantanee melanconiche e sbiadite della frenesia del mondo che era - o della calma di quello che verrà.

Forse i sedici oceani avrebbero potuto essere ridotti ad un numero inferiore, ci si chiede; nella versione fisica di doppio LP, c’è un intero lato del disco che è composto solamente da locked grooves, ossia una raccolta di sample della durata di qualche decina di secondi (forse scartati? O utilizzati comunque in alcuni punti del disco, o che saranno usati in futuro…) che certamente rappresentano un’aggiunta piacevole e sperimentale all’opera.

Sembrano lontani i tempi in cui il contributo di Four Tet si limitava al remixare qualche traccia in un esercizio di maniera kitsch e banale - “Afraid” di Nelly Furtado, “Kiss It Better” di Rihanna (di cui Kaytranada ci regala un remix decisamente più interessante) o la noiosa e boriosa “Question”, che ha spopolato al Dekmantel e il cui vinile gira in rete a prezzi stellari; e - ahimè - sono ugualmente lontani i tempi delle grandi collaborazioni con Burial (quest’ultimo ormai diventato l’ombra di se stesso) come “Nova” e “Moth”. Sembra di assistere alla parabola di un artista che raggiunge lo zenith, il nadir e compie una rivoluzione completa della propria visione e carriera artistica.

Kieran Hebden dipinge qui una palette atmosferica che potrà scuotere o meno alcune corde dentro di voi, senza ombra di dubbio ancora imperfetta, ma che sicuramente coglie nel segno ed è un punto di svolta nel suo percorso artistico: soltanto il futuro potrà dirci se sceglierà di rimanere un dj, producer e remixer orientato ai club e grandi festival o se abbraccerà il suo lato più elettroacustico e di landscape sonoro.

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Voto degli utenti: 4,5/10 in media su 2 voti.
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hiperwlt 6,5/10

C Commenti

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hotstone (ha votato 2,5 questo disco) alle 16:59 del 25 aprile ha scritto:

Music for shopping center di periferia

zagor alle 23:34 del 25 aprile ha scritto:

sono chiusi peraltro in questo periodo, hanno scelto il momento sbagliato lol. bella recensione.

PehTer alle 23:42 del 25 aprile ha scritto:

A me sembrano suonerie ahahahah

Però è un mondo musicale a me totalmente estraneo, quindi mi astengo da ogni giudizio. In compenso mi accodo alle lodi di zagor alla recensione.

hiperwlt (ha votato 6,5 questo disco) alle 8:40 del 26 aprile ha scritto:

Il miglior Four Tet da "There Is Love in You", secondo me.

Bell'analisi, Davide

Marco_Biasio alle 11:00 del 4 maggio ha scritto:

Recensione puntuale e competente, bravo. Il disco a me piace (aspetto ancora un attimo prima di capire che voto mettere), ma ammetto di essere nella minoranza che - tolto Beautiful Rewind - ha sempre apprezzato la recente produzione di Kieran.