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R Recensione

8,5/10

Paolo Spaccamonti

Volume Quattro

Che avesse i Black Sabbath dentro quell'anima nera come la notte lo avevamo capito da tempo. Quando un chitarrista insiste sulle due corde più grosse del suo strumento in quel modo vedi i baffi di zio Tony Iommi spuntargli sotto il naso. Così come fu per il "Vol IV" dei quattro becchini di Birmingham, il "Volume Quattro" di Paolo Spaccamonti ha il sapore della svolta, della contaminazione definitiva di una personalità (la sua) forte e complessa. Tutte le intuizioni che questo esegeta della chitarra ha raccolto nel suo primo decennio di carriera (come vola il tempo, Paolo) trovano oggi forma compiuta in una lunga espressione liturgica di suoni densi e pastosi intrecciati con una consapevolezza nuova. Non è uno che si guarda attorno mentre suona, Paolo Spaccamonti, non presta attenzione al contingente o al superfluo. L'unica cosa che fa è pensare, progettare l'evoluzione dei pezzi e il loro susseguirsi, lasciando che siano loro a condurre la narrazione, a suggerire stasi e movimenti.

Tutto l'incedere ritmico di "Volume Quattro" è dato da una costante pulsazione profonda e simmetrica, una cosa che sta a metà tra lo scorrere della lava di un vulcano e il battito cardiaco di un elefante. Il prodigio compiuto da questo caparbio quanto dotato musicista è proprio questo: usare la chitarra per far emergere il resto, limitarne l'intervento per consentire all'amalgama di conservare il proprio tratto distintivo. Proprio come quella di Tony Iommi, quella di Paolo Spaccamonti non è mai una chitarrra solista, ma una chitarra solitaria.

"Ablazioni" e "Nina" sono due istantanee cinematografiche formidabili: scura e quasi violenta la prima, solare e dolcemente blues la seconda; ma è tutto il disco a non lasciare scampo, a non concedere distrazioni e - cosa davvero rara per il genere di riferimento - a non aver bisogno di interpretazioni, lasciandosi ascoltare con facilità e suggerendo riferimenti curiosi: "Nessun codardo tranne voi" sembrano i Depeche Mode chiusi in cantina e torturati, "Rimettiamoci le maschere" è un lungo stallo alla messicana per cui Tarantino pagherebbe più di un pugno di dollari.

Un disco fatto di immagini prima ancora che di suoni, opera di un artista maturo e intelligente come pochi altri.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Marco_Biasio alle 0:11 del 23 settembre ha scritto:

"Proprio come quella di Tony Iommi, quella di Paolo Spaccamonti non è mai una chitarra solista, ma una chitarra solitaria". Esatto! Frase bellissima, azzeccatissima, che riassume perfettamente l'unicità del musicista. Mi riservo di ascoltarlo ancora, ma è un altro grande disco, a livello del precedente Rumors. Ablazioni pezzo clamoroso.