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R Recensione

8/10

MillionYoung

Sunndreamm EP

In principio fu il glo-fi. Sonorità diffuse da cui trapelavano irraggiamenti di calore espanso, tenui riverberi cromatici, eco disciolti di mollezze estive, melodie ipnagogiche raffiguranti una sorta di indie pop dell'inconscio. In principio furono i Memory Tapes e i Neon Indian a far puntare i riflettori sulla scena e a fornire i punti obbligati di riferimento per i pezzi a venire. L'interesse suscitato dai due progetti portò ad uno scavare spasmodico in un sottobosco indie-elettronico prodigo di sorprese e promesse nascoste. Prendiamo ad esempio il caso di un Washed Out (in grado di racchiudere in una magnifica copertina e in poche tracce tutto l'immaginario glo-fi) o di un Toro y Moi (ad arricchirne lo spettro sonoro). Una volta dissepolta la quantità di materiale reperibile iniziò a crescere anche la confusione: e allora giù con l'assegnazione di etichette come l'altisonante hypnagogic pop o la più azzeccata chillwave, ognuna studiata per concentrarsi su un aspetto immediatamente riconducibile alla realtà sonora che si tentava di qualificare.

MillionYoung si insinua in questo contesto come uno tra i tanti giovanotti armati di giocattolini elettronici (laptop, synth, drum machine...) e di fragranze estive da rievocare. Dalla Florida, Mike Diaz esordisce con un debutto che sembra pescare a piene mani dai pezzi più pop e dance-oriented del lotto chillwave, con cassa in quattro quarti ben calcata e bpm abbastanza sostenuti da non liquefarsi in flussi ambient. I brani sfoggiati su questo Sunndreamm EP mostrano una freschezza sensazionale, rinvigorita da un songwriting ammaliante e smaccatamente pop, dove chitarre acustiche guizzanti si mescolano con loop sintetici carichi di groove.

Prendiamo la bellissima Hammock, col suo attacco sbarazzino di chitarra acustica subito coperta da strati di voce in delay, inabissata sotto il beat dallo spessore portante, attorno a cui si ammassa un germogliare avvolgente e profumato di textures eteree e fluttuanti. Ad accentuare il lato ballabile e solare ecco Weak Ends, con la sua linea sintetica pulsante e le sue aree ambient traslucide e incasellate in strati sovrapposti che si confondono l'uno sull'altro. Trapela comunque, vuoi per la voce dreamy vuoi per la sensibilità lo-fi che sfuma e sgrana i contorni di ogni dettaglio, una nostalgia di fondo che costringe in spire riflessive ed intimiste l'hype agrodolce dei brani. E così Youthless , in bilico tra una Nite Jewel e uno Small Black, da un lato invita al movimento con il suo irresistibile fremito dance, dall'altro induce alla stasi con quel motivo di synth reiterato e quei delicati arpeggi di chitarra che fanno capolino dai fitti ricami della massa sonora.                                                                                                                                                                                                 

Il vero capolavoro però, questa volta ipnagogico in senso letterario, è la prima Clorophyl, un invito suadente alla perdizione onirica, al rivolgimento in una contemplazione assorta e rapita, che si sostanzia in un turbinio di sonorità espanse e riverberate, accostate l'una dopo l'altra per poi fondersi in un'ammaliante massa vibrante dal fascino totale, speziata di umori tribali, madida di caldi vapori in grado di sciogliere i margini sonori, facendoli colare lentamente lungo il concludersi di un primo pezzo entusiasmante.

Ed ecco un altro tassello aggiunto alla schiera degli interpreti in salsa lo-fi del “patinato” anni '80, esploratori post-adolescenziali di umori nostalgici e sospirosi, indie kids ricodificati per la sensibilità dei contemporanei. Un tassello imperdibile, che aggiunge preziosi elementi al mosaico glo-fi, regalandoci nuove colonne sonore per le nostre nostalgie post-estive.

 

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 2 voti.
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