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R Recensione

8/10

Toro Y Moi

Underneath The Pine

It's therapeutic, in a way, to go from electronic music to just recording. We're doing it the old traditional way. It's a good way to remember how to do things.

Eccola la filosofia del nuovo Toro Y Moi: farlo alla buona vecchia maniera (maliziosi che non siete altro...). Riscoprire l'analogico rinunciando alle comodità oramai acquisite del digitale, riaffermare il primato del “suonato” rispetto al “campionato”. Che se vogliamo è paradossale: chillwave, genere elettronico dai tratti spudoratamente artificiali e plasticosi (il sample come corrispettivo del jingle jangle degli indie kids degli '80s), che rinnega se stesso aderendo all'idea un po' reazionaria del “disco sucks”. Sembra quasi che la creatura generata pochi anni fa da Neon Indian e Memory Tapes si stia confrontando con i presupposti che essa stessa ha liberato da un metaforico vaso di Pandora.

Se in parte questa analisi può essere attinente per un artista come Chaz Bundick, che già con lo scorso Causers of This aveva dato prova di sapersi muovere agilmente entro una maggiore ampiezza dello spettro sonoro, è anche vero che con il nuovo Underneath the Pine si va addirittura oltre. Lo testimoniano i riferimenti pomposi ed altisonanti che traspaiono da interviste e recensioni, ma soprattutto il vistoso cambiamento del sound del giovane Bundick, tutto intento da una parte a rifuggire (raffinandosi di screziature più complesse e variegate) dai riflettori appiattenti che gli si erano rivolti contro, dall'altra a tentare di non deludere le aspettative di chi lo aveva consacrato come grande promessa di un vero e proprio movimento (i glofiers del South Carolina).

Non ci affidiamo troppo al primo singolo licenziato dalla Carpark Records, Still Sound, ancora troppo ancorato alle tonalità dello scorso lavoro, quasi fosse una b-side sfuggita alla scaletta. Dopo l'enigmatica matassa sonora di Intro/Chi Chi, ecco che arriva New Beat a scansare ogni dubbio. Si, la novità c'è, si sente e sa di funk e disco fine anni '70. Più suonato meno campionato, come si era detto prima. Le congas si sparpagliano sopra un tappeto di fragranze rilasciate da un piano elettrico e da un synth liquido, mentre un basso corposo sollazza un incedere spigliato e groovy. Very chill, con tanto di aperture soul sul finale... Ok, la cosa si fa interessante, andiamo avanti. Go With You è un'altra sorpresa: uno sgargiante fiorire di elementi (marimbas, piano elettrico, synth, percussioni etno ed ogni sorta di riverbero) a tratteggiare uno sviluppo lounge dai toni esotici, affinati maggiormente dalla splendida Divina, vero e proprio gioiellino strumentale centrato su delicatissimi e profumati tocchi di piano, dove le concessioni ad un soul morbido e ad un elegante french touch (Air) si fanno supreme e pregnanti.

Ma non abbiamo ancora finito di stupirci: l'arpeggio di chitarra acustica di Before I'm Done compie leggere ariee capaci di osare fugaci flessioni bossa nova (nell'intro) per poi lanciarsi in espansioni esotico-spaziali in grado di richiamare alla mente il Piero Umiliani di Today's Sound (Open Space, Lady Magnolia...). Il caleidoscopico chill-out altamente riverberato di Got Blinded non fa che ribadire il concetto dando vita ad una specie di Adult-oriented chillwave, così come fanno brani quali How I Know, con i suoi coretti e i suoi ricami pianistici, Light Black, con le sue espansioni cosmiche (ancora l'eco di Umiliani che impregna il pezzo) e le sfaccettature cromatiche di Elise, dagli inserti armonici ricercati e raffinati, dall'anima sperimentale e psichedelica. Se dobbiamo però trovare un portabandiera per questa new wave personale del giovane Chaz Bundick, ecco che senza esitare citiamo la spiazzante Good Hold, con i suoi rintocchi gravi di pianoforte, i suoi delay fluttuanti, i giochi stereofonici (con quel suono ovattato che a metà brano passa da un canale all'altro), il tremolare di una linea di synth sullo sfondo, una melodiosità vocale tanto démodée quanto appagante.

Il glo-fi sorpassa il suo fascino rétro per scoprirsi modernamente chic, e lo fa nel modo più kitsch possibile. La domanda è: si può dare una parvenza “indie” al lounge e alla library music? Si, Underneath the Pine è lì a dimostrarcelo. Chaz Bundick ha portato nel suo home studio (il disco è interamente autoprodotto) tutto un mondo che mai avremmo detto sarebbe stato filtrato in questa maniera, spogliato dei suoi riferimenti altisonanti, decodificato e rimodellato sulla base delle sensibilità easy listening (indie) moderne. Roba non da poco, avevamo fatto bene a scommettere su Toro Y Moi.

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Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 12 voti.

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synth_charmer (ha votato 7 questo disco) alle 9:43 del 15 febbraio 2011 ha scritto:

questo disco merita che si scenda un po' in profondita. A prima vista sembra uguale a tanti altri, non pare distinguersi in nulla da Causers Of This, che piantato com'era allo stile classico non invogliava poi tanto alla scommessa. Se però entri a fondo in questo Underneath The Pine, ti rendi conto che qui la prospettiva è totalmente ribaltata. Non c'è più nostalgia verso il passato, ma una presa di coscienza che quel tempo è finito: l'incedere del disco è svogliato, disilluso, rassegnato, apatico. E' il glo-fi che apre gli occhi di fronte alla realtà, prende atto dello sfumare del sogno, ma non si arrende, si ostina a voler ancora celebrarne il ricordo. E tutto questo Toro Y Moi lo fa agendo sui contenuti, ma - e questa è la cosa che stupisce di più - rimanendo fedele al proprio stile formale (al di là dell'analogico, più una scelta personale che una mossa che segna la svolta). Detto tutto ciò, l'album possiede tante belle atmosfere, ma limito il giudizio perché non c'è nessun pezzo che spicca (anche se la tripletta Before I'm Done, Got Blinded, How I Know è bellissima). In ogni caso, notevole. E non facile.

brian alle 10:46 del 15 febbraio 2011 ha scritto:

synth_charmer la tua analisi è più affascinante dal punto di vista poetico che concettuale a mio parere. non vorrei ridurre tutto ai minimi termini, ma parlare di "presa di coscienza" o "apre gli occhi di fronte alla realtà", ma dai non intellettualizziamo anche le sciocchezze. qui non "sfuma nessun sogno", toro y moi è innamorato degli anni '80 come memory tapes e il sottoscritto, tutto qui. stanno ancora mescolando la pietanza nel barile, è tutto molto semplice secondo me. cercare di dare uno spessore cultural/morale al piacevole, sottolineo piacevolissimo, movimento di restauro 80 in chiave '00, è un pochino ridicolo imho.

synth_charmer (ha votato 7 questo disco) alle 11:32 del 15 febbraio 2011 ha scritto:

RE:

eheh ai primi due/tre ascolti anch'io avevo liquidato il disco come "la solita ricetta" però la differenza nelle sfumature si percepisce, si affronta la stessa materia ma con un entusiasmo diverso. Poi non so se è una mossa intenzionale, questo bisognerebbe chiederlo a lui in persona, magari è venuta fuori per caso, o per istinto. Ma le differenze con tanti altri esponenti glo-fi (compresi i Memory Tapes, che non sono così malinconici) si sentono. O perlomeno, io le sento!

crisas (ha votato 8 questo disco) alle 0:11 del 16 febbraio 2011 ha scritto:

Toro non è da primo nè da secondo ascolto, le sue musiche arrivano lentamente per poi rimanere, l'opposto di ciò che avviene con tanti artisti da primo ascolto.

Un maestro di atmosfere si malinconiche ma nello stesso tempo positive. E' esattamente l'abum che mi aspettavo da un validissimo artista come lui.

target (ha votato 6 questo disco) alle 13:06 del 2 marzo 2011 ha scritto:

A me questa piega funk-lussureggiante e retro-chic non esalta. Più curati rispetto al primo disco i suoni, ma sempre un po' troppo tirate via le strutture dei pezzi, che si sciolgono sempre presto, illanguidiscono, si sfanno, non so se davvero su precisa intenzione del Bundick (che quando ci riesce, mi pare, se la gode a essere bello pop dall'inizio alla fine). Vero che l'incedere è apatico, malgrado la vivacità dei colori. E comunque qualche bel pezzo c'è ("New beat", "Divina", "Still sound", "Elise"). 6,5.

hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 21:57 del 7 marzo 2011 ha scritto:

da osservatore esterno (ma che apprezza molti dei dischi chillwave proposti anche su queste pagine), trovo la recensione molto esaustiva nell'illustrare (tra le altre cose) il cambio di veste (da digitale ad analogico) che, in questo caso, ha già attuato toro y moi: potrebbe essere un caso isolato, ma la cosa sembra che funzioni ottimamente. il disco lo sto ascoltando a ripetizione, senza trovare le parole giuste per commentarlo: mi prendo altro tempo.

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 14:29 del 27 marzo 2011 ha scritto:

Bella recensione Matte', il disco non è niente male: parte bene ("Go With You" una giungla verdissima di suoni, "Before I'm Done" un carillion ipnotico, "Divina" una splendida digressione pianistica acqua e sapone...), continua benino ("Got Blinded" senza equilibrio e con incanto lontano) ma nella seconda metà si spegne lentamente. Peccato, ma rimane un buon disco.

hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 23:19 del 17 ottobre 2011 ha scritto:

"can't tell you how I know , this is where I want you to, take me when I die and I'm full of sleep, underneath the pine in a bed of leaves

a me, questa via analogica del(la?) chillwave non dispiace. inferiore all'esordio? nì (il difetto più evidente del disco lo espone bene Francesco nel commento), ma i pezzi non mancano ("divina" è davvero divina; "new beat", "how i know", "still sound" non sfiguarano); ed è forse la cosa che più conta. 7