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R Recensione

7/10

Friends

Manifest!

Anche se si è arrivati al fondo si può sempre scavare. Badate, non si sta qui traendo un impietoso e affrettato giudizio sul lavoro d'esordio dei Friends, bensì constatando come sia in corso un'operazione, da parte di chi non vuole rassegnarsi all'inevitabile ritorno degli anni '90 (peraltro già in corso su più fronti), di scandaglio degli ultimi anfratti lasciati (più o meno, ricordate la DFA?) in pace dall'indie contemporaneo. Si parla qui di umori spiccatamente dance-punk, direttamente rintracciabili nella stagione a cavallo tra i seventies e gli eighties in cui tra No Wave, ESG e Slits, l'underground britannico-americano poteva muovere il culo senza ritegno mantenendo uno status fieramente alternativo. Si dà poi il caso che il quintetto di Brooklyn (maltrattato da Pitchfork, ulteriore motivo di interesse) sfrutti con abilità un calderone di influenze dove spiccano riferimenti nobili (Lizzy Mercier Descloux, mica robetta) e sani intrecci tra pose glamour e discreta verve alternativa.

 

Due facce della stessa medaglia quindi. Prendiamo la prima, quella smaccatamente naif, hipster e luccicante. Quella di I'm His Girl, dove l'ultrabasso (merci, Nikki Saphiro) funkeggia con una Samantha Urbani in veste da “B-Girl fatale”, tra torpori sudaticci e poserismi d'antan. Altrettanto sgargiante e spigliata l'opener di Friend Crush, dove le tastiere creano effetti liquidi, supportati dalla solita bass line e dai synth che sottili si insinuano nelle trame slabbrate del pezzo. Senza tregua arriva Sorry, rigoglioso sottobosco di suoni tropicali, anello mancante tra Blondie e i Vampire Weekend, mentre il ventaglio cromatico si completa con la dance espansa di Ideas on Ghosts e con la sognante Stay Dreaming, a rivendicare la vicinanza con la Kim Ann Foxman degli Hercules and Love Affair (in Athene, ad esempio). Parlando dell'altro lato di questo Manifest!, non si può non apprezzare la capacità di sapersi confrontare anche con il “wild side” del filone di riferimento. Si prenda La splendida Ruins, che ci riporta dritti dritti alle torbide composizioni di Press Color (1979), con dissonanze attorcigliate attorno a ritmiche febbrili, attacchi frontali a base di chitarre distorte, il tutto lontano anni luce dalla solarità easy listening dei pezzi appena passati in rassegna. Stesso discorso per Va Fan Gör Du, febbricitante e trascinante funky a cui sembra impossibile resistere. Il lotto si chiude con l'altrettanto irresistibile Mind Control, vero e proprio inno al vintage (quel synth che sembra uscito dalla colonna sonora di Beverly Hills Cop), ammiccante senza ritegno grazie agli hook del basso e ai motivetti di chitarra, le coloriture funky, le coralità e le percussioni tribali.

 

Certo, non manca qualche caduta (in particolare dove spuntano le patinature alla No Doubt, in Home -ad esempio- o in A Thing Like This), ma nel complesso abbiamo di fronte un album ottimamente suonato, carico di ottime intuizioni e di una frizzante anima danzereccia. Ulteriore segno di una New York viva come non mai (e quando mai ha smesso di esserlo?), i Friends si affermano regalando pezzi leggeri ma di classe. Una promessa ancora da validare, nel frattempo però ci si diverte, scusate se è poco.

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Voto degli utenti: 6,4/10 in media su 4 voti.
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loson 5/10

C Commenti

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target (ha votato 6,5 questo disco) alle 10:26 del 18 agosto 2012 ha scritto:

Disco divertente, un po' discontinuo, oltre che per le due facce che giustamente Cas rileva, anche per la qualità. Alcuni pezzi sembrano brute copie degli highlights dell'album (che per me sono "I'm his girl", "Friend Crush", "Sorry", e sicuramente la malinconia dance di "Ideas on Ghosts" - top of this pop). Ma, insomma, come disco estivo ci sta eccome!