Casino Royale
Io E La Mia Ombra
I Casino Royale sono una band di indiscusso talento ma il grande pubblico li ha rimossi da tempo dalla memoria collettiva. Hanno mosso i primi passi nello ska a fine anni ’80 e grazie a loro, eccettuando per un attimo Alberto Camerini e la Rettore, hanno permesso anche all’Italia di crearsi una propria scena rocksteady. Negli anni sono passati all’elettronica radiofonica mischiando sapientemente rap e reggae, big beat e trip hop, acid jazz e dub. Ora sono tornati con un disco molto piacevole, ma per molti versi simile al precedente “Reale”. Il suono è ancora molto accomodante, nel senso che non presenta spigoli in grado di minacciare la tranquillità dell’ascoltatore, cosicché la copertina del cd, funesto presagio di dualismo interiore, diventa anonima. Fuor di dubbio il dub c’è ancora ma è aumentato quel mood un po’ troppo festaiolo tipico dell’easy listening: in alcuni brani diventa quasi fastidiosa una certa reiterazione dell’invito a divertirsi e scatenarsi.
“Io E La Mia Ombra” comincia con “Solitudine Di Massa”, un’introduzione - peraltro già sentita - che fa ben sperare nella sensibilità dei testi e nell’intensità del sound. Quando arriva la title-track, effettivamente, le orecchie si destano felici di ascoltare una tale riuscita commistione di kicks e loops vocali. “Ogni Uomo Una Radio (Turn It On!)” rappresenta invece quell’attitudine happy di cui parlavo sopra: personalmente trovo stucchevole la retorica antidepressiva e ottimistica di questa canzone, rintracciabile anche nell’esaltazione delle giovani moltitudini che affollano i concerti consce che la verità suprema stia nella libertà di espressione. Fatto sta che in quarta posizione arriva la ben fatta “Senza Il Tempo”, con chitarrine brasilianeggianti che lasciano man mano il passo ad un basso tanto sintetico quanto oscuro. Con un incipit simile ai Bomfunk MC’s parte “Il Fiato Per Raggiungerti”, traccia musicalmente massiccia, con una base ritmica che non lascia mai riposare i woofers. Ancora basse frequenze in “Cade Al Giusto Posto” per un pezzo che si fa troppo autoreferenziale, ricordando gli improperi lanciati in “Royale’Sound” contro l’ex Giuliano Palma.
“Io Vs. Te” dovrebbe essere l’emblema di quel dualismo tra i Casino Royale e la loro ombra e, in parte, si destreggia bene tra innesti rock e reminiscenze new wave rendendolo uno degli episodi più apprezzabili dell’intero disco. Meritevole per il tema toccato “Ora Chi Ha Paura” ma decisamente vuota dal punto di vista dell’innovazione sonora. Con “Vivi” i Casino Royale sfiorano la medesima tendenza che criticavo in apertura, ed invece riescono a mettere insieme un pezzo molto gradevole, fatto di morbidi sintetizzatori che creano un tappeto ideale alla voce di Alioscia, in un lungo tunnel di segmenti digitali e pizzichi di Gibson. Buona anche l’idea che dà vita a “Il Rumore Della Luce”, traccia in controtempo con un’azzeccata scelta di riverberi e delays sulla linea vocale, delegando alle batterie elettroniche il ruolo di trascinare il discorso musicale. Con “Stanco Ancora No” torniamo ai tempi di “CRX” dato che la trama compositiva rimembra forzosamente il trip hop più buio e tempestoso di quegli anni. Infine troviamo la lunga “Città Di Niente”, brano giusto per la coda ma sinceramente troppo scontato: sarebbe stato bello se alla fine fosse arrivata un po’ di drum’n’bass.
Nel complesso, i Casino Royale dimostrano che tra le realtà sconosciute dell’underground e il mainstream dei nuovi grandi nomi esiste in Italia una fascia di band capaci di fare tutt’altro ma questa fascia rimane per definizione la più inutile di tutte.
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