R Recensione

9/10

AA. VV.

5 Years Of Hyperdub

Eccallà. Uno non fa in tempo a constatare il – peraltro relativo – decesso di un genere (nello specifico: il trip-hop) che subito è costretto a guardarsi le spalle da una “Meltdown” (King Midas Sound, collaborazione fra Roger Robinson e l’immenso Kevin Martin) tutta sub-bass d’oltretomba, voce soul e narcolessia “-hop”, decisa come non mai a far riemergere dalle acque l’Atlantide Bristol e la sua muraglia smokey. A onor del vero, lo spirito più dark del trip-hop (Tricky) è sempre stato connaturale al pulsare amorfo e sotterraneo del dubstep; idem la prassi del downbeat, che ha fatto capolino più volte nelle tracce ritmiche e nel mood di etichette come Tempa, Deep Medi e, ovviamente, Hyperdub. In effetti, la rilettura di “Ghost Town” di Kode9 + The Spaceape (qui ovviamente riproposta) e, ancor prima, “Sine Of Dub” (prima pubblicazione Hyperdub, qui incredibilmente non riproposta) balzano agli occhi in quanto prototipi post-trip hop, ronzii “doomstep”, paesaggi post-atomici in cui l’Mc “kid-jamaica” dondola come uno zombie asfittico e blatera a vuoto. Ma prendiamo anche la nuova “Kaliko” dell’asso Zomby, con le sue scale ascendenti “pettinate” e bassi a infrarossi: esempio di un sottogenere, esploso proprio nel 2008, in cui rivivono il puntillismo melodico dell’electro, sporcizia grime, la “darkside” di trip-hop e dubstep (Reynolds l’ha definito “trip-hop meets 8-bit” e ha già eletto la ketamina a droga-simbolo!). Wonky pare si chiami (nulla a che vedere con la fabbrica di cioccolato di Willy Wonka), ed è soltanto una delle plurime mutazioni del dopo-garage documentate dalla compilation “5 Years Of Hyperdub”.

Nata nel 2000 come semplice e-zine, poi promossa a label quattro anni più tardi, la Hyperdub di Steve Goodman (alias Kode9) ha saputo dettare i tempi del cambiamento, uscita dopo uscita, diventando un punto di riferimento privilegiato per tutta la scena dubstep. Una scena mutabile e insuscettibile di cristallizzazione, proprio per le copule promiscue che ne hanno consentito il generarsi: french kiss contagiosi fra dub, hardcore e jungle; la venuta del 2-step e la sua cellula ritmica nata da innesti di sincopi sul tracciato “piano” dell’UK garage (caratteristica – ma non certo ferrea – enfasi sul terzo quarto di ogni misura, indi pulsazione leggermente anticipata di cassa). Una “massa proteica” che si regge su fragili catene peptidiche, congenitamente traballante, adatta a rappresentare, nella sua insoddisfatta tensione ritmica (più sintetica della jungle, la quale necessita di spazi ampi per potersi “distendere”), la precarietà dell’esistenza urbana.

A questa raccolta spetta il compito di celebrare non solo il passato, ma soprattutto il presente (per non dire il futuro) dell’etichetta. Il primo cd, infatti, inanella sedici tracce nuove di zecca che, per audacia e bellezza, se la giocano alla pari con il repertorio maggiore. Francamente troppo da descrivere, ma ci si può provare… C’è la sconcertante progressione ritmica di “Time Patrol” (ancora il seminale Kode9): archi Detroit, andatura funk e visionaria, un gorgo di voci femminili ugualmente maligne e sensuali (ospite Cha Cha) che s’arrovellano su quell’insistente “D’you wanna see what I see?” di afrofuturistico splendore. C’è qualcosa come un reggae “orientale” interamente ricostruito a 8-bit da scricchiolii digitali (l’incredibile “Bleeps From Outer Space” di Quarta 330), roba che pare uscita dai circuiti innamorati di Wall-E. C’è la più che promettente young lady Cooly G che, estremizzando il taglio del 12’’ “Narst / Love Dub”, mischia echi deep-house, broken beat ridotto a brandelli, cantilena velenosa e flauto incantatore in “Weekend Fly” (quando uscirà il suo primo album ne sentiremo delle belle, ve lo garantisco…). C’è – e come poteva mancare? – Burial e il suo soul “post-umano”, qui rappresentato da una “Fostercare” entro la cui nebulosa s’intravede il feto canterino di “Teardrop”; non a caso il nostro è già stato contattato dai Massive Attack per remixare tracce del loro nuovo album d'imminente uscita (così pare). E poi ancora la desolata “Level Nine” di Mala e la sua grammatica hip-hop mutante, il malinconico four-on-the-floor in Disco Balls” degli ottimi Flying Lotus, il rigurgito roots di “Turn Away” (LV feat. Dandelion)… Un “qui e ora” di fatto inclassificabile, multiforme, magma ribollente che testimonia la vitalità estrema della scena UK.

Nel secondo cd rivive la storia recente: quella cominciata, nei fatti, con “South London Boroughs” di Burial, cuore di tenebra del dubstep. Passando in rassegna cronologicamente le prime pubblicazioni, si evince il corretto porsi di un problema specifico, ossia come garantire sviluppi melodici all’interno di un tessuto che, almeno inizialmente, privilegia ambientazioni sonore esagitate (vedi “Money Honey” di The Bug). Nulla di nuovo sotto il sole: già il drum’n’bass aveva patito la difficoltà nell’abbinare alla complessità sottopelle qualcosa di rilevante in superficie (della serie: “Wow! ‘Sta ritmica spacca! E adesso, cosa ci piazziamo sopra?”), tanto che molti risolsero la questione eliminando del tutto la questione (ecco le sbuffate romboidali del techstep) o abbandonandosi ai languori jazzy della fusion.

La Hyperdub supera brillantemente l’impiccio, da un lato recuperando il legame con l’electro, dall’altro affidandosi a una osmosi intuitiva fra struttura e sovrastruttura. Il punto di riferimento è, ancora una volta, "Distant Lights" a firma Burial: assieme a “Midnight Request Line” di Skream (su Tampa), il brano che più ha forgiato, anche melodicamente, il dubstep. Se Skream predilige un ciclo di due riff di tastiera in differenza di un semitono, legandosi così alla techno di Detroit, Burial s’inalbera in una sorta di “melodia libera” le cui linee sono generate dalla rifrazione delle fonti sonore, ondeggiamenti che scivolano sulle superfici increspate della ritmica; poi c’è il discorso vocale (altra cifra stilistica del ragazzotto di East London), ma per quello si rimanda alle bellissime pagine scritte da personaggi assai più competenti del sottoscritto.

A giudizio di chi scrive, gli apici del melodismo di casa Hyperdub sono datati rispettivamente 2008 e 2009: “Need You” dei vezzeggiati Darkstar (ma l’intarsio gotico di tastiere che roba è? Sembra d’ascoltare Nico all’harmonium in una stanza degli specchi) e la cremosità “swingbeat” “You Don’t Know What Love Is” (2000F & J Kamata), forse il momento più “R&B”, scanzonato e pop mai pubblicato dall’etichetta londinese. E queste sono solo alcune delle tante gemme contenute nel cd2, a dimostrazione di quanto fosse vario, anche agli inizi, il vivaio messo assieme da Goodman. Tanto vario – e valido – che, scorrendo i nomi racchiusi in “5 Years Of Hyperdub” (il nipponico Samiyam, LV, Joker, l’ancora non esplosa ma eccellente Ikonika), diventa automatico pensare di essere incappati in uno dei cataloghi più consistenti dell’intera decade musicale. Ecco perché giudicare semplicemente “essenziale” un’antologia come la suddetta è troppo poco: irrinunciabile, piuttosto. Poi non lamentatevi se il voto è quello che è, perché dare meno sarebbe veramente da pazzi.

V Voti

Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 11 voti.
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djsynth 10/10
REBBY 3/10
Cas 9/10

C Commenti

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djsynth (ha votato 10 questo disco) alle 11:12 del 20 novembre 2009 ha scritto:

assolutamente un gran disco e specchio dei tempi della londra di oggi!

però un paio di appunti: il dubstep e le sue derivazioni sono molto più distanti dal trip hop di quanto non si pensi. Quando ho intervistato Benga lui stesso mi ha detto di non sapere manco cosa sia il trip hop...il loro punto di riferimento permane l'uk garage e al massimo l'acid house (cui si rifà skream che non guarda mica a detroit).

A detroit guardano gli olandesi come martyn ed il primo 2562 (oggi dedito invece al wonky).

Ancora ci sarebbe da dire sulla definizione di reynolds visto che l'8 bit meets trip hop è considerato generalmente wonky, l'happy hardcore del 93 riveduta e corretta (ed infatti si dibatte sull'hardcore continuum), e zomby, con la benedizione di pritchard, è l'uomo di punta del genere.

Ciò detto questa raccolta è una figata

loson, autore, alle 11:33 del 20 novembre 2009 ha scritto:

RE:

Bel commento. Dunque... A livello di sonorità e mood, in molti episodi dubstep io ci sento riflessi trip-hop abbastanza evidenti. Non so se si tratti di un'influenza "conscia" o meno, ma gli ambienti degradati in cui si muoveva il primo Kode9 (prendi gli episodi che ho menzionato: Sine Of The Dub, Ghost Town) devono un sacco al Tricky dei primi tre album (soprattutto "Pre-millemmiun Tension"). Poi, certo, non si tratta nè dell'influenza principale, nè di quella più determinante per il dubstep nel suo complesso. Di Skream ho preso in considerazione solo "Midnite Request Line", e lì il motivo raffinato di tastiere guarda proprio all'epicità elegante di un Derrick May o un Carl Craig, non agli sghiribizzi deviati e "acidi" di un Armando o dei primi 808 State. Ah, la definizione di Reynolds "trip-hop meets 8-bit" l'ho usata proprio per definire il wonky, non il dubstep.

djsynth (ha votato 10 questo disco) alle 13:36 del 20 novembre 2009 ha scritto:

ma infatti sono d'accordo con te, pensa però alla mia faccia quando bello fiero sono andato a chiedere a benga cosa ne pensasse del fatto che bristol oltre ad essere (co)capitale del dubstep ha dato le origini anche al trip hop e lui mi fa:"Trip-cosa??? Di che stai parlando non ne so nulla…ma immagino che anche lì abbiano il loro sound."

Sulla definizione di reynolds avevo capito che ti riferivi al wonky ma per specificare anche agli altri non addetti ho preferito citare il termine che era rimasto sottinteso.

Su skream invece la vicinanza all'acid house è più che altro a livello di attitudine che non produttiva e rimango dell'idea che il suo accostarsi a detroit sia stato più casuale che propriamente voluto.

loson, autore, alle 18:07 del 20 novembre 2009 ha scritto:

RE:

"ma infatti sono d'accordo con te, pensa però alla mia faccia quando bello fiero sono andato a chiedere a benga cosa ne pensasse del fatto che bristol oltre ad essere (co)capitale del dubstep ha dato le origini anche al trip hop e lui mi fa:"Trip-cosa???" ---> Ahahah, sì ti posso capire. ;D In effetti ha del paradossale 'sta cosa, dai... Un bristoliano come Benga che, per di più, respira dancehall e il ragga lo mangia a colazione... Ma è come dissi sulla rece di "Maxinquaye": il trip-hop di Bristol ha esaurito presto la presa sul pubblico. Sembra quasi esser stato messo in un angolo anche dai musicisti, tanto che nuove generazioni possono muoversi all'interno dello stesso calderone senza averne conoscenza. Se si è insinuato - e io penso che lo abbia fatto - nelle sonorità del nuovo millennio, è stato in un modo probabilmente inconscio, indiretto (perchè alcune sue caratteristiche sono state assorbite dal continuum UK rave-bass, grime, step, etc...).

Luca Minutolo alle 8:54 del 21 novembre 2009 ha scritto:

Disco e genere che mi affascinano, ma oltre la sbandata per il disco di Burial assolutamente magnetico, non ancora riesco ad addentrarmi negli altri artisti come Kode9 The Bug e Flying Lotus

salvatore (ha votato 5 questo disco) alle 19:05 del 22 novembre 2009 ha scritto:

l'ho visto così alto in classifica e l'ho subito ascoltato. grande delusione. troppo dispersivo epico e magniloquente per i miei gusti

modulo_c alle 23:18 del 24 novembre 2009 ha scritto:

no voto

gli ho ascoltati un po' di volte, ma e' un genere che mi lascia indifferente, anche "untrue" di burial non mi ha detto niente. Non sono in grado di dare un voto.

Pero' "meltdown" e' veramente qualcosa, molto sexy, chiudendo gli occhi ho immaginato una ragazza slanciata di colore che ballava sinuosamente il pezzo, in mezzo alle due casse. Purtroppo quando ho riaperto gli occhi era rimasto solo l'amplificatore sopra il mobile dell'Ikea...

djsynth (ha votato 10 questo disco) alle 15:25 del 29 novembre 2009 ha scritto:

l'unico modo per entrare nel genere (e goderselo alla grande) è prendere un bell'aereo e andarselo a ballare...meno discorsi e più sudore!!!

REBBY (ha votato 3 questo disco) alle 8:26 del 30 novembre 2009 ha scritto:

"l'unico modo per entrare nel genere...è...andarselo a ballare"

Penso abbia ragione DJ Synth. Io sul ballo ero scarso anche quand'ero ragazzo (tra un attimo

diventerò bravo a portare a casa i miei figli

... uhuhuhi), fossi "costretto" a ballare ancora

preferirei Handsome furs o Franz ferdinand o

Blank dogs o che ne sò, ma è una questione di

gusti. Piuttosto mi incuriosisce il fatto che

qui serva l'aeroplano, chissà quanto costa, tutto

compreso.

djsynth (ha votato 10 questo disco) alle 9:12 del 30 novembre 2009 ha scritto:

Cercando di essere rapido:

1) serve l'aereoplano perchè se vuoi andare a ballare in posti seri dove la Musica è considerata cultura, salvo rare eccezioni a Torino, in italia non c'è una mazza se non tamarri

2)andar fuori costa molto meno di quanto si pensi: con meno di 200 E ho già bloccato 4 voli da gennaio ad aprile 2010. E normalmente i locali esteri oltre ad essere molto più fighi dei nostri sono anche 3 volte più economici...alla fine per me genovese fare una serata a Milano o a Londra non fa differenza quindi...

REBBY (ha votato 3 questo disco) alle 10:40 del 30 novembre 2009 ha scritto:

Allora siamo d'accordo. Inultile comprare il disco

si va direttamente a sudare nei club seri (eheh)

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 21:39 del 15 giugno 2011 ha scritto:

sarò sintetico: ficata!

Filippo Maradei (ha votato 9 questo disco) alle 23:20 del 29 settembre 2011 ha scritto:

Raccolta superba, da leccarsi i baffi.