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R Recensione

7/10

Aucan

Black Rainbow

Smarcarsi dalle tendenze non è mai cosa da poco. Eppure ce lo saremmo potuti aspettare, con un po' di azzardo, dagli Aucan, band tra le più sperimentali ed eccentriche del fortunato panorama math rock italiano. Già dal primo lavoro omonimo (2008) si notava un più che discreto ricorso all'elettronica, oltre ad un'indubbia capacità nello sfilacciare e complicare i patterns ritmici ed armonici, per creare textures intricate e sovraccariche di una ricercata effetistica (imperversavano allora i riferimenti ai Battles). Ma è con “Dna EP” che la matassa sonora andava ad ingarbugliarsi facendo presagire sviluppi tutt'altro che scontati e prevedibili: la sbornia dubstep d'otremanica stava esaurendosi ed ecco che il recupero dello Uk Bass andava a caratterizzare le composizioni della band, manifestando segni inequivocabili di maturazione artistica e voglia di trovare nuovi sbocchi per un sound a rischio asfissia. Mancava solamente una conferma, una stesura più solida e lineare: è questo il compito affidato al nuovo lavoro in studio, “Black Rainbow”, vero e proprio manifesto della metamorfosi del suono Aucan.

Questa volta infatti i tre pescano a piene mani dal catalogo Warp e Hyperdub, dichiarando manifestamente la loro conversione al dubstep (wonky, uk bass), per un cambio di rotta dalla permenanza totale e spiazzante. Ascoltare per credere.

È “Blurred” ad aprire il secondo full length del trio bresciano: un field recording cupo, fatto di pioggia e crepitii, lancia un beat di batteria che ci riporta immediatamente alla Bristol dei '90s, con i suoi loop di voci filtrate e un synth polveroso a far da sfondo alla voce di Angela Kinczly. L'accelerazione centrale è mozzafiato: un basso abrasivo e una sovrapposizione di sample percussivi si prolungano fino al rilascio finale basato tutto sulla voce e sui riverberi. “Heartless” è forse la traccia piu simile a quanto fatto in passato dagli Aucan: una chitarra filtratissima introduce un basso sincopato ed una melodia che subito si stampa in testa. Solo la parte vocale assume un'importanza fino ad ora inedita, scandendo insieme alle dinamiche ritmiche le varie parti della canzone e contribuendo a dar vita ad un pezzo diretto ed efficace. Si ritorna all'elettronica piu spinta con “Red Minoga”, dove la batteria si lancia in una ritmica breakbeat in perenne fibrillazione e i synth sembrano presi in prestito da chissà quale traccia di Aphex Twin, il che rivela un feticismo quasi maniacale dei tre per la scelta dei suoni, davvero all'altezza delle più blasonate produzioni UK. Il pezzo gioca sul sovrapporsi ad incastro delle dinamiche: crescendo, parti sottotono che implacabili salgono e inondano lo spettro sonoro, stop improvvisi. Nella parte centrale del pezzo compare per la prima volta il campionamento di una voce femminile che sembra uscita direttamente dalla Londra dei rave selvaggi (...acieed!). Lo stesso campionamento, pitchato, stretchato e filtrato in ogni modo, ci accompagnerà anche piu tardi in “Underwater Music”, vera e propria perla sonora del lotto. Il pezzo è costruito su un lead che va a tratteggiare una melodia giocata continuamente su bending accompagnati da accordi di chitarra secca e definita. Questo conferisce al pezzo un senso di liquidità (underwater, per l'appunto...) davvero straordinario. Un crescendo porta ad una serie di stacchi che introducono il pezzo centrale del brano e danno all'ascoltatore un senso di caduta-salto nel vuoto davvero d'effetto. Un piccolo capolavoro.

Sound Pressure Level” parte con un beat alla Beastie Boys e una voce scandita e quasi rappata per poi esplodere in bordate di synth e bassi che rimbombano fin dentro allo stomaco. “Storm” appare decisamente più meditativa, rompendo con le atmosfere precedenti grazie ad un downtempo potente e ad una melodia facile ed accattivante. “Embarque” è un pezzo dolcissimo e malinconico i cui suoni sembrano riprodurre una versione elettronica di piano preparato, un intermezzo ambient che ci riporta alle sonorità Warp dei primi anni '90 (Aphex Twin e Autechre in primis). “In A Land” sembra si dischiuda per farci entrare dentro alla sua struttura sonora per un risultato d'effetto: un brulicare di suoni ambientali, riverberi ed eco si mischia a microsuoni producendo un avvolgente effetto di misteriosità e cupezza. “Away” ci prende la testa per schiacciarla contro un muro di suono. Ritmica dubstep, suoni ambientali e un giro di synth semplicissimo fanno da sfondo ad un jingle vocale destinato ad imprimersi nei sensi con insistentenza. Il tutto subisce una battuta d'arresto dopo pochi secondi dall'inizio del pezzo, quel tanto che basta per mettere in evidenza i rumori industriali rimasti finora sullo sfondo e per dar maggiore risalto alla carica dirompente del riff ossessivo di basso, dal timbro grasso e sporco, in grado di infuocare l'atmosfera con un'aggressività senza freno (impossibile non notare la somiglianza con il Vex'd di “Degenerate”...). Per la titletrack, suggestivo e misterioso commiato, si rispolverano chitarre e distorsioni, le quali si lasciano accompagnare da un basso pulsante profondissimo. I feedback di chitarra infittiscono l'atmosfera del pezzo, mosso da una batteria lenta ma calcata, mentre il testo ha la stazza di un marchio di fabbrica: ecco il manifesto dei nuovi Aucan, giunti a chiudere il capitolo math rock per aprire ufficialmente ad incursioni in territori elettronici, pescando a piene mani dalla UK bass.

Appare evidente ormai (lo dimostra la spudorata linea di basso pulsante di “Save Yourself”, o la già citata “Away”) come il gruppo abbia trovato la proprio via nella commistione tra dubstep-elettronica e tipici elementi rock, per un suono dal respiro internazionale capacissimo di essere apprezzato tanto (se non di più) all'estero che in patria.

Tuttavia la forza dei pezzi sembra eccessivamente ancorata alla commistione e contaminazione di generi già esistenti piuttosto che ad un'ibridazione vera e propria. I tre pescano infatti a piene mani dal catalogo Warp e Hyperdub e a volte questo li porta al citazionismo più spinto (“Away” è in pratica un pezzo di Vex'd, “Embarque” sembra riprendere gli omaggi a John Cage fatti da Aphex Twin in “Druqs”...). Insomma, la materia che pulsa e si dimena su questo “Black Rainbows” ha tutte le potenzialità per rappresentare uno strappo di notevole entità: manca davvero pochissimo, ma il cammino è appena iniziato. Siamo sicuri che si andrà lontano.

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Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 12 voti.
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Teo 7/10
ciccio 8/10

C Commenti

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synth_charmer (ha votato 6 questo disco) alle 19:41 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

il disco non è mai riuscito ad entrare nelle mie corde, lo sento troppo frastagliato, cervellotico, anche se ricchissimo di idee. C'è veramente di tutto: electro-rock, big beat, trip-hop, addirittura grime! Ecco, io avrei evidenziato tutte queste infiltrazioni, invece di un taglio d'accetta come "manifesta conversione al dubstep" (che comunque c'è) ben arrivato Simone!

Cas, autore, alle 0:31 del 24 febbraio 2011 ha scritto:

RE: io avrei evidenziato tutte queste infiltrazioni, invece di un taglio d'accetta

Be', qui si parla di Bristol anni '90, wonky, uk bass, Aphex Twin, Beastie Boys, Warp, rave... Ecco, manca il grime, ihihih. Direi che, anche se implicitamente, si sia cercato di evitare il "taglio d'accetta, no ? Però va detto che la virata dubstep è l'elemento più evidente. Anche se ormai la parola "dubstep" sta diventando un tabù...

Marco_Biasio (ha votato 9 questo disco) alle 21:04 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

Enormi. Un disco incredibile. Ancora più bello visto che è riuscito a conquistare completamente anche uno come me, che di solito non si interessa a questo tipo di suoni. Ecco perchè mi sbilancio. Recuperate anche l'esordio ed avrete pronto il profilo di una nuova big thing (senza next: sono già qui).

fabfabfab alle 9:20 del 24 febbraio 2011 ha scritto:

Eh?

La svolta dubstep?? Ma non facevano del sano (e ottimo) math-rock stile Don Caballero/Battles??

Marco_Biasio (ha votato 9 questo disco) alle 21:16 del 24 febbraio 2011 ha scritto:

RE: Eh?

Sì. Ma hanno cambiato rotta. Sono rimasti math negli incastri e nell'impostazione, ma questa è certamente musica elettronica, seppur suonata con strumenti analogici.

synth_charmer (ha votato 6 questo disco) alle 9:34 del 24 febbraio 2011 ha scritto:

RE: Anche se ormai la parola "dubstep" sta diventando un tabù...

No, forse sono io a essere troppo preciso, però sta diventando un'indicazione stra-abusata per indicare qualsiasi cosa, io solitamente lo delimito a dei territori ben definiti, se no va a finire che il termine si svuota di ogni significato. Questo per me non è un disco dubstep, non ci vedo questa svolta netta, anche se bazzica talvolta nei pressi di Skream e Vex'd, ma non è comunque facile "assegnare" un genere, perché come dicevo c'è di tutto. Probabilmente avrei detto un più generico math-rock o electro-rock. Anyway

Bellerofonte alle 21:15 del 24 febbraio 2011 ha scritto:

questo (senza sbilanciarmi almeno al momento) è davvero un bel disco.. lo sto ascoltando spesso in questi giorni e devo dire onestamente che già dal primo ascolto mi ha catturato, di sicuro per variegatura e capacità di non dare troppi punti di riferimento stilistici ben definiti tra una traccia e l'altra...

Filippo Maradei alle 21:37 del 24 febbraio 2011 ha scritto:

Occhio ai live.

TexasGin_82 (ha votato 5 questo disco) alle 12:36 del 26 aprile 2011 ha scritto:

anche a me ha catturato a un primo ascolto, ma già al terzo hanno detto tutto. sono canzoni troppo geometriche, e soprattutto non riescono a darmi alcuna emozione.

hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 22:59 del 17 ottobre 2011 ha scritto:

"Appare evidente (...) come il gruppo abbia trovato la proprio via nella commistione tra dubstep-elettronica e tipici elementi rock, per un suono dal respiro internazionale capacissimo di essere apprezzato tanto all'estero che in patria"

ho già espresso più volte il mio pensiero sul disco; inutile ripetersi: in linea con (l'ottima, me l'ero persa) recensione.

Suicida (ha votato 5 questo disco) alle 20:11 del 19 giugno 2012 ha scritto:

Tentativo di viraggio poco riuscito. Ma poi perchè virare da una onesta emulazione di Battles & Co. ad un pedestre dubstep da discoteca? Si parla un pò troppo facilmente di warp e hyperdub per un paio di suoni che tiri fuori con un Reason 2.0..