R Recensione

6/10

Bass Clef

A Smile Is a Curve That Straightens Most Things

Chi segue con una certa costanza le infinite evoluzioni della musica elettronica d’oltremanica sarà ormai avvezzo da parecchio tempo al termine dubstep: associato da molti al grime, l’oscura evoluzione dell’hip hop inglese di questi ultimi anni, per il suono cupo e disturbato, il dubstep, benché in continua evoluzione e movimento, è comunque sulla piazza da almeno un lustro. Solo nel 2006, però, è emerso dall’underground, anche grazie al celebre show “Dubstep Warz”, a cui la attivissima Planet Mu ha recentemente dedicato un bel dischetto.

Il dubstep è una sorta di ibrido meticcio ed oscuro delle tante correnti che hanno attraversato la scena elettronica inglese negli ultimi dieci anni: annegati in una pesante coltre di dub, nel dubstep scalciano le ritmiche sincopate del 2 step, scorrono i bassi sommersi della drum’n’bass ed esplodono i loop del breakbeat. Il suono è sporco, lugubre, il groove quasi imballabile.

Bass Clef (sigla dietro a cui si cela il produttore Ralph Numbers), con A Smile is A Curve That Straighten Most Things, mette sulla scacchiera un’importante pedina in questo gioco: il suo è uno dei primi, importanti esperimenti sulla lunga distanza. Il suono èambientale, avvolgente, ma si tratta pur sempre di un ambiente disturbato ed inquieto, il suono dell’Inghilterra di Blair del post 11 Settembre, un’atmosfera plumbea e cupa che riprende a tratti, in modo asciutto e spettrale, le atmosfere del trip hop. Non mancano suggestioni etniche, cambi di ritmo e una certa varietà, a rendere il viaggio sul long playing un po’ meno ostico.

Resta comunque una navigazione sull’Acheronte, fiume infernale di Dantesca memoria: non resta quindi che scegliersi un buon timoniere e, tutto sommato, Bass Clef si rivela un filo più rassicurante del lugubre Caronte.

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