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R Recensione

5,5/10

Four Tet

Beautiful Rewind

In un fluido movimento verso l’esterno, Four Tet dilata impercettibilmente i confini della sua musica: così che non più la cameretta, ma la stanza, il club, infine la strada parranno scenari ed ambienti ideali per imbrigliare il genio visionario della fu folktronica, ora chirurgicamente sezionata e pronta a rivestirsi di un nuovo peso, di una nuova statura. Kieran Hebden si guarda indietro, romanticamente perso nel proprio cosmo, il manipolatore di suoni ed il meticcio per il meticcio, il blasonato produttore di Omar Souleyman e il demonio tentatore del Plastic People londinese, il membro dei Fridge e il braccio destro di Burial. Eppure questa sedimentazione sembra, ad un tratto, smarrire la propria importanza. Il Four Tet di “Beautiful Rewind”, suo sesto disco lungo in studio, lascia intatto il capello e si bea della transitorietà: si tuffa non nella neve dell’isolazionismo concrète, ma nell’asfalto catramoso di umori che più urban non si potrebbero. È la diffusione, bellezza. Potrebbe funzionare? No. Ecco le ragioni.

Della variazione su tema. Ad un primo ascolto, o a reiterate, distratte sessioni (…rewind?), parrà di cogliere un filo comune tra i vari brani. C’è la deformazione gergale e periferica rimbalzata in frenetiche battute, serrate nelle chiusure e bisunte nella sostanza (“Kool FM” scatena una solida Geenna jungle su cui è impossibile stare fermi), contrappuntata a quel peculiare concetto di “loop femmineo”, di eterea, corale incorporeità angelica sulla quale abbozzare riflessioni melodiche levitanti e sfumate. Rispetto ad una “Angel Echoes” qualsiasi, tuttavia, “Parallel Jalebi” sottrae l’intero sottotesto armonico, stratificando le voci sino a trasformarle in unico, cangiante elemento di costruzione, ed insufflando nelle vene del brano oscuri battiti elettronici. Lo studio meticoloso ed ossessivo dello schema ritmico porta Four Tet a scelte radicali, di intontimento minimalistico direttamente ricollegabile ai pattern cut’n’paste di “Everything Ecstatic” (memori, a loro volta, di certi Tortoise e del maestro Reich): per le due categorie, epiche e liriche, abbiamo la monta Underworld di “Buchla” e il soul sciaguattante di “Our Navigation”, con infiltrazione del triangolo maschile e certi Autechre (leggasi: quelli di “Chiastic Slide”) che occhieggiano il mondo esterno. Quando è gustoso lo è senza mezzi termini, ma la ricetta non si applica con la stessa uniformità ovunque: ed il Medioriente dubstep di “Gong” rischia solamente di suonare kitsch.

Della rinuncia alle fonti analogiche. Il che non è un male, visti i risultati ancora molto alti garantiti da “There Is Love In You” – primo esempio, al netto delle critiche, di autocentrata trasversalità (per alcuni, furbizia) da parte del Nostro. Ancora lì, però, venivano concessi degli spiragli decisamente più folk che –tronici (“She Just Likes To Fight”, la hidden track), di notevole spessore. La magia sembra ripetersi solo in “Unicorn”, piccola sinfonia glassata da un’adamantina cascata di tastiere temperate in libera metrica e ricucita su discretissimi, soffici loop in sottofondo. Parliamo, non a caso, di illusione. Si respira nuovamente, nell’ambient accartocciata ed espressionista di “Crush”, che avrebbe tuttavia funzionato meglio senza l’inserzione di samples aggiuntivi: le drum machines di “Aerial” ricreano un’aura mistica da dancehall novantiana, reperto storico in pseudosoggettiva dall’apprezzabile filologia, e pur tuttavia gravato da una lunghezza – relativa – eccessiva. È, sicuramente, la cosa di “Beautiful Rewind” che più si avvicina al concetto di “canzone”. Non è certo la migliore.

Del giocare in casa. Ci vorrebbero gli inviati all’estero, proprio qui!, a raccontarci come Londra vive, ha vissuto e vivrà un disco del genere. La parabola del Four Tet clubber, ufficializzata nero su bianco con la raccolta “Pink” dell’anno scorso, e destinata a proseguire felicemente nei prossimi tempi, approda nel porto di “Beautiful Rewind” come un transatlantico nel porto di Singapore: a proprio agio. Un agio che non riusciamo del tutto a condividere, sentendo artisticamente meno libera (seppur, giusto sottolinearlo, in continua evoluzione) questa faccia del prisma Kieran Hebden. Tant’è che, quando “Your Body Feels” arriva, magnetica ed astrale, a chiudere i conti (con grumi di fiati jazz in spontanea disgregazione drone), si fa fatica a non avvertire un certo manierismo, finanche compiaciuto: come di chi sa benissimo dove colpire e si appresta a farlo.

Odi profanum vulgus, et arceo. Torna a risvegliare il genio scostante che sonnecchia in te, Kieran!

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

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Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 14:55 del 25 dicembre 2013 ha scritto:

è sempre un bel sentire.....