V Video

R Recensione

8/10

King Krule

6 Feet Beneath the Moon

La mia conoscenza della musica di Archy Marshall risale a inizio 2011, quando mi capitò per caso di imbattermi nel video di “Out getting ribs”. Allora, appena 16enne, Archy si faceva chiamare Zoo Kid. Era spiazzante vedere un ragazzino imberbe, viso scarno, con quella voce: in quei 4 minuti, ne sono ancora convinto, è condensata una delle confessioni più lancinanti degli ultimi anni. Quel misto di caos e furore adolescenziale, condito da liriche piene di sprezzo e odio (“Hate runs through my blood”), è ancora oggi (sebbene la versione presente in 6 feet beneath the moon disperda in parte la purezza originaria) un pugno nello stomaco di rara intensità. La lunga gestazione di questo debutto è stata nel frattempo addolcita da musica rilasciata a piccole dosi, sotto forma di singoli: prima “The Noose of Jah City” (b-side “Octopus) e poi la clamorosa “Rock bottom”, a metà tra jazz, drum’n’bass e songwriting raffinato. Per avere invece il primo singolo apripista abbiamo dovuto attendere l’uscita di “Easy Easy”, incisiva e diretta nei suoi nemmeno tre minuti senza beat.

Chi si aspettava però un disco tutto chitarre languide, senza beat, si è sbagliato di grosso: “6 feet beneath the moon” nasce in un imprecisato territorio che accoglie al suo interno varie influenze senza metterne in mostra una esplicitamente. A livello di mood siamo nell’isolamento urbano che nello scorso decennio vide The Streets tra i fortunati cantori, c’è insomma quel senso di vagabondaggio senza meta per i sobborghi della città, un po’ quello che succede nello stesso video di Easy easy, dove il nostro Krule perde tempo tra un bus e l’altro, sigaretta perennemente in mano e svogliatezza cronica. E, sintomatico di ciò, lo streaming del disco è stato accompagnato da riprese del traffico di Londra in diversi momenti della giornata, quasi a catturare la poesia della vita frenetica della città. L’influenza di The Streets, volendo, si potrebbe allargare anche ai beats jazzati (un altro nome al riguardo potrebbe essere J Dilla), ma Marshall ne fa un uso del tutto peculiare e conserva un timbro più domestico, nonché la spontaneità di un bambino che dai primi giocattoli tira fuori le cose più ingegnose. E King Krule oltre a ingegnarsi coi beats, possiede un talento staordinario quando imbraccia la chitarra. Sono svariati gli utilizzi apprezzabili nel corso del disco: languidi riverberi, schitarrate scattanti, ricami sophisti, effettistica psichedelica, distorsioni, e altro ancora.

Ma il tratto che maggiormente rende 6 feet beneath the moon un disco unico è il suo aderire perfettamente a quella che è stata la vita di Archy Marshall negli ultimi tre anni, ergendosi quasi come un diario segreto finalmente schiuso, capitolo autoconclusivo di una felicissima stagione creativa. Chi ha parlato di disco monotono o acerbo evidentemente non ne ha afferrato appieno il senso: questo è l’unico debutto possibile che King Krule poteva produrre. Non è nemmeno concepito per il pubblico, ma quasi per se stesso, difatti è impossibile trovare compromessi: ciascun testo esprime in poche righe sentimenti personalissimi senza girarci troppo intorno, escludendo qualunque timore di ciò che gli altri possano pensare. In una recente intervista Archy ha dichiarato che anche se si cambia idea sul proprio operato, è sempre bene avere da qualche parte una documentazione approfondita di un certo periodo della propria vita. Creare, sperimentare, scegliere prospettive e focalizzarsi su di esse, sono queste le parole chiave che sintetizzano la sua attività nello studio di registrazione. A livello vocale, poi, è impressionante l’autonomia espressiva di cui questo ragazzo è capace: quasi fosse un Joe Jackson ubriaco e paranoico trapiantato nella nostra era, King Krule persegue un ideale di songwriting graffiante, vivo, roco ma al tempo stesso elegante, nonché squisitamente british. Un flusso di parole ora sussurrate ora urlate, a ritmi alternati, come se in un momento di riflessione sorgesse a un tratto tutto l’impeto incontenibile della giovinezza. E la musica riesce a starci dietro, anche un po’ miracolosamente.

E così eccovi questi 14 brani, né più né meno, ciascuno a suo modo necessario, perché ciascuno dice qualcosa di nuovo circa l’artista che li ha prodotti. Variazioni e declinazioni differenti di un’attitudine di fondo ben definita. Che si tratti del colpo secco di “Easy easy”, o dei passaggi arzigogolati di “Has this hit?”-tre canzoni in una senza per questo essere caotica-, del post-dubstep ritmicamente articolato di “Foreign 2” (sentite cosa combina la chitarra in questo pezzo, trame così complicate che è praticamente impossibile sbrogliarne i fili), c’è sempre l’impronta di Archy Marshall, e non di James Blake, né di Flying Lotus, né di qualunque altro nome leggiate in giro. E’ bene dire le cose come stanno: è un disco troppo intimo, troppo personale per fare il giochino dei rimandi. Ascoltate in modo particolare gli ultimi cinque brani: sfido a trovare qualcosa di simile nel panorama odierno. “The Krockadile” sfodera una sezione ritmica da paura, “Neptune Estate” è il trip-hop più drogato degli ultimi tempi. Più meditabonda, “Ocean Bed” commuove in un incanto estatico. “Bathed in grey” è neo-noir postmoderno fatto musica: atmosfere thrilling, sangue ovunque, un bagno allucinante nella foschia della metropoli.

King Krule può migliorare? Certo. Ma “6 feet beneath the moon” è il documento fondamentale e definitivo di questa prima fase della sua carriera, ed era difficile pensare a un traguardo più grande.

 

 

V Voti

Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 17 voti.
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Cas 8,5/10
FeR 10/10
Noi! 7/10
Kid_Ale 10/10
zagor 6,5/10
brian 4/10
salvatore 5,5/10
loson 7/10
Lepo 8/10
REBBY 7/10

C Commenti

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Cas (ha votato 8,5 questo disco) alle 10:06 del 20 settembre 2013 ha scritto:

che disco! un ascolto fisso, per me. il giovane Archy fa qualcosa di davvero strabiliante, sia a livello di songwriting (mi pare una sorta di Waits del future-garage) sia a livello di resa sonora. King Krule sguazza nelle sonorità da te citate, sembra respirarle, fan parte della sua quotidianità. per questo i suoi riadattamenti paiono così spontanei e nello stesso tempo così arditi (per un risultato easy listening ma non per forza easy understanding): ogni pezzo è ricchissimo di frammenti assemblati con una personalità unica. hai detto bene: Foreign 2 è cosa rara, come anche la successiva Ceiling. lo stesso discorso vale per tutto il disco (i ricami chitarristici di Baby Blue, le atmosfere eteree di Cementality, lo swing pronunciato di Lizard State, il post dubstep di Will I Come, i tocchi alla Durutti Column di Ocean Bed...). Discone

Franz Bungaro (ha votato 5,5 questo disco) alle 12:15 del 20 settembre 2013 ha scritto:

Ho ascoltato il pezzo sopra in vetrina e mi sono detto: "sembrano i Kings of Leon cantati da un bambino..." ora devo trovare la motivazione per superare questa tremenda sensazione e andare avanti con l'ascolto...

FeR (ha votato 10 questo disco) alle 14:25 del 20 settembre 2013 ha scritto:

Non credo possa esserci paragone più sballato di questo

Scherzi a parte, il disco per me è superbo. Questo ragazzo ha un talento sconfinato. La sua è la musica delle periferie metropolitane inglesi, grigia e al tempo stesso annoiata e disperata. Tutte cose del resto già dette nella recensione (pure superba).

Franz Bungaro (ha votato 5,5 questo disco) alle 14:44 del 20 settembre 2013 ha scritto:

...se, vai, champagne, è risorto!

FeR (ha votato 10 questo disco) alle 22:07 del 20 settembre 2013 ha scritto:

Cin cin.

zagor (ha votato 6,5 questo disco) alle 14:50 del 20 settembre 2013 ha scritto:

quello che ho ascoltato mi ha ricordato dizzee rascal.

salvatore (ha votato 5,5 questo disco) alle 17:00 del 20 settembre 2013 ha scritto:

Ci avrei giurato.

Franz Bungaro (ha votato 5,5 questo disco) alle 9:12 del 25 settembre 2013 ha scritto:

Ogni tanto qualcosa che si lascia ascoltare c'è, ma quella voce è irritante, peggio di un coltello strisciato su piatto di porcellana...cmq, poca roba.

fabfabfab (ha votato 7 questo disco) alle 15:43 del 17 dicembre 2013 ha scritto:

Mi piace molto, sia quando gioca a fare il Billy Bragg "da strada" che quando aggiorna Ian Curtis con lo stesso coraggio (ma diverso esito) del primo Xiu Xiu. Non tutto il disco è sullo stesso livello, ma quando imbrocca il pezzo è un fenomeno.

Lepo (ha votato 8 questo disco) alle 14:33 del 9 marzo 2014 ha scritto:

Che disco pazzesco, di un'originalità incredibile! Talvolta è un pò tedioso, ma mi sconvolge pensare che 'sto ragazzino non abbia nemmeno 20 anni. Ha un grande futuro davanti.

REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 12:02 del 26 giugno 2014 ha scritto:

Buon esordio, giovanotto da tener d'orecchio eheh non tutto sullo stesso livello (la penso come Fab), ma credo si possa scommettere sul suo futuro.