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R Recensione

5/10

El Guincho

Hiperasia

Ve lo ricordate El Guincho? Quello del psichedelico e colorato mix tropicale di “Palmitos Park”, traccia d’apertura dello strabordante “Alegranza!” (2008, Discotéca Oceano/Young Turks), capace di mettere insieme collagismo alla Panda Bear e folklore afro-ispanico. Durato giusto lo spazio di un attimo (e fortunatamente agganciato ad una sensibilità montante che spaziava dai Vampire Weekend agli Yeasayer), il musicista spagnolo poteva rappresentare un felice punto d’incontro tra i più disparati ingredienti, assemblati secondo un vivace approccio postmoderno (la musica world -dal calypso all’afrobeat- riletta con destrutturazione cut and paste, arrangiamenti elettronici giocosi e una sensibilità disincantata, dove l’accostamento di stili non era vero e proprio confronto, quanto messa in scena su un medesimo ed indistinto piano estetico).

Purtroppo il quarto capitolo della carriera di Pablo Díaz-Reixa suona come uno stanco accumulo di elettronica massiva e ottundente, ricaricata delle “tendenze” in voga senza però godere di quella carica creativa che permeava il sophomore del 2008. E allora si passa in rassegna una trap music roboante ma priva di qualsivoglia direzionalità (la prima “Rotu Seco”, tripudio di effetti sonori senza alcun collante musicale a tenere unite le parti), con la voce perennemente filtrata e pitchata (nel wonky di “Comix”, nell’intricata ritmica footwork di “Sega”, o nelle insipide pulsazioni electro di “Pizza”), passando per uno sperimentalismo sconclusionato (“De Bugas”, un continuo assalto di inserti reggaeton in salsa futuristica), finendo col concentrarsi sulla densità degli impasti più che sullo sviluppo “narrativo” delle trame (la destrutturazione ritmica di “Stena Drillmax”, l’estremizzazione delle giustapposizioni sonore di “Hiperasia” e “Mis Hits”) con il risultato di rendere l’ascolto pesante e sovraccarico.

Nessuna concessione pop, solo tanto lavoro di assemblaggio, per un logorante gioco di incastri privo di respiro e di visione. “Hiperasia” è un lavoro avvitato su se stesso, una celebrazione esibizionista che non lascia trasparire direzioni convincenti da intraprendere nel prossimo futuro: è il presente, qui, che domina incontrastato, un presente luccicante ma inesorabilmente collassato. Affascinante? Ovviamente no.

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