R Recensione

8/10

Port-Royal

Dying In Time

Già a partire dal loro primo Flares, i genovesi Port-Royal avevano tutta l'aria di essere dei veterani della scena elettronica. Senza nessuna parvenza di provincialismo italiano davano incredibilmente vita ad una serie di performance sonore capaci di inserirsi al meglio nel panorama internazionale, quello ambient ed elettronico (Autechre, Stars Of The Lid, Boards Of Canada) come quello post-rock (Mogwai, Hood) , dotando di sfumature mitteleuropee il loro sound disteso, arioso e drammatico.

Ogni pezzo era dotato di una forte personalità, di un'ottima capacità di stare in piedi da solo senza dipendere in modo eccessivo da influenze altrui, inserendosi invece in un vivo gioco dialettico tra originali intuizioni e dovuti rimandi.

Dopo due anni di distanza dall'eccellente Afraid To Dance, due anni passati in tour in giro per l'Europa, ecco che, accumulate ulteriori preziose esperienze, i nostri ritornano sulla scena con un lavoro capace di riconfermare, se non aumentare, il loro prestigio.

Dying in Time ripropone tutte le caratteristiche che facevano amare la loro arte, dotandole questa volta di una maggiore attenzione alla ritmica, grazie a considerevoli aperture techno in grado di intensificare ed accentuare le trame ambient sempre più ispirate e fitte.

La prima cosa che salta all'occhio dunque è l'aumento dei bpm, intensificati da patterns ritmici intricati e martellanti, per labirintiche chiusure ed aperture capaci di donare varietà e maggior spessore al sound. Ma è anche l'insistenza e l'ispirazione con cui si raggiungono climax enfatici nei momenti in cui il ritmo scompare che stupisce per la capacità di sciogliere le atmosfere più fredde e coinvolgere l'ascoltatore in saliscendi dal notevole potenziale melodico.

Hva (Failed Revolution) dà subito l'esempio di questa nuova affermazione del suono Port-Royal grazie ad un'immediata conquista del ritmo che si impone timidamente tra atmosfere algide e dilatate, fino a prendere possesso della scena assieme a suoni sempre più eterei e rarefatti, il tutto sormontato da un'estetica glitch mozzafiato. Ma è con Nights In Kiev che appare in pieno la maturazione del gruppo genovese. Le tappe in Europa dell'est sono complici di nuove suggestioni subito trasposte in musica: si aprono a noi paesaggi immensi e struggenti, i quali ammiccano amorevolmente a movenze da dance floor grazie ad un hype estremamente raffinato e di buon gusto. Un equilibrio ammirevole tra ogni elemento messo in gioco, una capacità di definire e sviluppare idee ed intuizioni in costruzioni coerenti e impeccabili. Della stessa pasta sono I Used To Be Sad, The Photoshopped Prince e Balding Generation (Losing Hair As We Lose Hope), di cui le ultime due rappresentano il massimo compromesso con il mainstream mai osato dall'ensemble genovese. Niente di negativo in ogni caso, il controllo e la maestria con cui si controlla che il beat insistente non sfoci nel volgare permettono di dar vita alle ennesime perle di questo lavoro.

Più legate al passato le eteree Anna Ustinova e Exhausted Muse/Europe, nonostante entrambe si abbandonino volentieri a rumorismi gaze e consistenti disturbi elettronici, in modo tale da non poter mai parlare di ambient vero e proprio.

A chiudere l'ottima performance il trittico di Hermitage, il quale offre i momenti più cerebrali e posati, per una conclusione enfatica e degna dei brani precedenti.

Siamo quindi di fronte al lavoro definitivo dei Port-Royal, quello in grado di appassionare e incantare l'ascoltatore grazie ad una sintesi stilistica e ad una maturazione compositiva dai tratti stupefacenti.

Non possiamo che rallegrarci e godere di questa perla.

Sito ufficiale: www.port-royal.it/

My Space: www.myspace.com/uptheroyals

V Voti

Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 11 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
krikka 10/10
babaz 9/10
REBBY 4/10
motek 7,5/10

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

tramblogy (ha votato 7 questo disco) alle 8:39 del 29 ottobre 2009 ha scritto:

bhè nessun riferimento ai sigur ros di () ?

Enrico Venturi (ha votato 9 questo disco) alle 12:59 del 7 novembre 2009 ha scritto:

davvero un disco definitivo, dici bene Matteo. Più che di compromessi con il mainstream, parlerei di aggiustamento e consolidamento della rotta. Un po' meno kraut-rock forse e più attenzione ai suoni del nuovo millennio, senza rinunciare alla propria cifra stilistica. Sarà un prima sommaria impressione, ma ci ho sentito dentro anche un po' di Mum e un po' di M83, senza per forza voler fare il gioco degli accostamenti. Comunque un meraviglioso compromesso tra passato e presente. Forse l'apice della produzione italiana quest'anno.

Utente non più registrato alle 21:27 del 16 novembre 2009 ha scritto:

Sinceramente quest'ultimo album dei port royal mi ha molto deluso. Sembra davvero un'accozzaglia di suoni ripresi da Flares ed Afraid to dance ricomposti alla meno peggio. Mentre i dischi precedenti erano in grado di creare una certa atmosfera, suggerirti degli stati d'animo tra l'etereo e il refrattario, questo dying in the time il massimo che riesce a produrre è un sottofondo finto-avvenieristico buono per qualche template di qualche sito commerciale B2B. Diceva qualcuno che con la vecchiaia non sopraggiunge per forza di cose anche la saggezza. E I Port Royal già ricorrono al botox.