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R Recensione

7/10

Valerio Visconti

Piano Havey

Che succede se un protagonista dell’italica scena electro, artefice di progetti sperimentali nel campo della musica elettronica, come il video girato in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia utilizzando un robot come controller live, o le performance dei FOUR:PLAY, dove avatar controlalti dagli spettatori gestiscono musica e visuals, riscopre il proprio passato di enfant prodige del pianoforte classico?

Il risultato porta il titolo di “Piano Havey”, a ricongiungere le due anime di Valerio Visconti. Da un lato la passione totalizzante per il pianoforte, coltivata fin da bambino e sviluppata su studi classici (Chopin, Liszt, Rachmaninov) fino all’adolescenza. Dall’altro la scoperta dell’elettronica e la passione per tutto il suo immaginario, incluse pellicole cyberpunk come quelle di Shinya Tsukamoto o di David Cronenberg, dalla cui frequentazioni è nato in modo onirico il personaggio alter ego di Havey, metà uomo, metà macchina.

Il progetto, nato da una precisa esigenza di ricondurre ad unità i due aspetti dell’arte di Visconti, è diventato una suite di circa 40 minuti, incisa su chiavetta USB e disponibile sul sito dell’artista in versione standard o deluxe, che costituisce originale mix fra ispirazione neo classica, con suggestive parti affidate al pianoforte acustico, ed una sorta di filologica passione per i sintetizzatori analogici ed altre apparecchiature musicali oggi ascrivibili al canone vintage, o quasi, come la Roland drum machine TR 808. I due elementi sono al proscenio fin dall’introduzione iniziale di “Raining Drones” costruita sull’iterativo tema del piano che prende forma da una nebbia di rumore ambientale, per trovare la sintesi più compiuta nelle seguenti “Piano Machine”, che cadenza su una ritmica robotica il dualismo acustico/elettronico, con i synths che avvolgono le note del pianoforte, e “Moonburn” nella quale un elaborato motivo romantico sorge al centro di un serrato bordone dance. “Birth Of Innocence”, l’episodio migliore della raccolta, vede protagonista un meditativo pianoforte echeggiante Satie con sommessi sottofondi noise, mentre verso la parte finale del lavoro l’anima tecnologica sembra prendere il sopravvento, con le fitte schiere di sequencers della cinematografica “Nightdreaming”, le onde elettroniche che sommergono il piano di “Secret Distortion”, il sipario ambient di “Still The Same”, e la piccola suite finale “Too Young”, dove si alternano ambient, electro ed un tema minimalista del piano, fino alla sfrenata corsa conclusiva tutta elettronica.

La ricerca di Visconti sembra talvolta orientata ad enfatizzare i contrasti fra le due componenti, scegliendo le basi ritmiche più estreme ed ostinate e non lesinando gli effetti sonori, per contrapporvi un motivo acustico articolato con grazia e leggerezza. Sono i due mondi dell’artista che s’incontrano/scontrano, e l’affinamento della loro sintesi potrebbe diventare una bella sfida su cui scommettere per il futuro.

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