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R Recensione

7/10

Don Turbolento

ПОЛИ ЖОКС (Poli Voks)

Il Polivox è un sintetizzatore analogico di fabbricazione sovietica (produzione statale, ovviamente): design da industria pesante, sound corposo e massiccio. Un simbolo scelto dai Don Turbolento per un terzo lavoro (“Poli Voks”, appunto) consacrato ad un sound monolitico a base di blocchi geometrici netti, squadrati, dove le sonorità spaziano (si fa per dire) tra il rigore marziale e la cadenza industriale, anche se scosse da una generale esuberanza dance. A completare il quadro un artwork minimale ed austero: in copertina è incastonato il profilo stilizzato del Podgarić, il memoriale yugoslavo dedicato agli abitanti della regione croata Moslavina.

Il risultato è, fin dalla prima “Nails in My Throat”, un impasto violento di groove sferragliante e noise, caratterizzato da strati e strati di elettronica a grana spessa che domina gran parte dello spettro sonoro, pulsando ritmicamente o avventandosi rabbiosamente sull'incedere dei brani. “Il male”, concetto cardine attorno cui si sviluppa il discorso di Dario Bertolotti e Giovanni Battagliola, trova piena espressione nelle cupe cadenze electro-industrial di “Back In(To) the Void” e “Null”, nell'incalzante “Step Off”, nella lenta e sinistra “Tom Doom”, e ancora in brani come “The Hunchback”, synth pop dalle reminescenze Nine Inch Nails (con quel codazzo sintetico cattivissimo, da ricordare) e nel singolo “Like Morphine”, intrigante electro-wave dall'anima scurissima e impestata. A spiccare -per lunghezza e complessità- i nove minuti di “What It Takes”, lungo flusso di sommovimenti dance, dove i sintetizzatori arpeggiano un motivo melodico -poche note in loop- calcato con arroganza, irradiando bagliori molteplici -alcuni sullo sfondo, altri in avvolgenti modulazioni in primo piano- che assieme formano un groviglio sonoro denso e ipnotico.

Poli Voks” è una creatura estemporanea, in tutti i sensi: figlia di una provincia anonima e di una band all'ennesimo cambio di registro, i suoi riferimenti paiono alieni e oscuri (il cirillico, l'iconografia titina, le sonorità opprimenti, almeno apparentemente non legate a tendenze in voga). In musica l'estemporaneità può uccidere: la mancanza di un pubblico di riferimento (che diffonda e condivida, più che “capisca”) può affossare le migliori intenzioni; la carenza di un contesto dove permettere ai semi lanciati di germogliare può portare all'asfissia, ridurre all'atarassia. Ed ecco, l'Italia è un paese di individui senza contesto, di musicisti senza scene: per questo la distanza che separa un potenziale capolavoro da un vagito nel nulla è fin troppo breve. I Don Turbolento hanno dalla loro parte il fatto che i loro, più che vagiti, sono urla impetuose. Speriamo che qualcuno le senta, anche da lontano.

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