R Recensione

7/10

Spider And The Flies

Something Clockwork This Way Comes (EP)

Alla faccia degli inglesini borghesi, perbene, quelli che i riff scheletrici vanno sempre ed esclusivamente a braccetto con le t-shirt in tinta stagionale. Anche Albione si sta stancando di questo trend, non v’è altra spiegazione, e la soluzione proposta è decisamente belligerante: una serie di colpi alieni da k.o. tecnico. I rivoltosi, diggers da strapazzo, sono guidati dai caschi lungocriniti e rigorosamente neri degli Horrors, quintetto dell’Essex che di britannico ha, sì e no, le camicie aderenti, l’amore per il lurido garage rock degli anni ’60 e la cittadinanza comune coi Bauhaus. Chiamateli figliocci dei Sex Pistols, nipotini dei Cramps, progenie dei Monks, ma il discorso non cambia: il mosaico con cui si ha a che fare è decisamente più nutrito e particolare di un semplice gioco di accostamenti. Lo dimostrano prima “Strange House”, esercizio psychobilly deviante, poi il recente “Primary Colours”, che si nasconde dietro una bruma di sporco decadentismo ancora più accentuato.

Dove eravamo rimasti…? Ah, sì, ecco. Occhiello: così giovani, così determinati. All’interno, un elzeviro: piccoli side project crescono. Et voilà!, succede che Spider Webb, tastierista (quello Spider? Proprio lui) e Tomethy Furse, bassista, si stacchino per un attimo dalla band madre e decidano di formulare qualcosa in proprio. Niente a che vedere con atmosfere sulla falsariga dei Last Shadow Puppets, però. I due ragazzi tengono fede fino all’ultimo alla parola data: dev’essere materiale oscuro. Per farlo migrano, almeno spiritualmente, in Germania, terra di nessuno, escluso il classico branco di spostati che, follia mentale in una mano, sprezzante tracotanza nell’altra, ha cambiato le sorti della musica. Kraut rock? Un po’, flesso in gran parte nella strada verso la reiterazione compulsiva di temi e sovrapposizioni, piuttosto che il rumorismo gratuito. Elettronica? Moltissima, se si pensa anche come, nei venticinque minuti di questo breve EP d’esordio sotto monicker Spider And The Flies, non vi si trovi traccia di strumentazione analogica. What else? Un disco, a ben guardare, sorprendente.

Estremizzando le diramazioni sintetiche del proprio modo d’agire, Webb e Furse trovano di fatto un’altra dimensione sulla quale insistere, proficuamente, anche in un prossimo futuro. La barricata, bipartita, vede confrontarsi “Space Walking”, breve balocco kosmische, come i Depeche Mode più sintetici a confronto coi Can, e “Metallurge”, al limite dell’industrial, pungolato da una spietata drum machine. Coerentemente con il loro modo d’essere, gli altri pezzi si accodano chi da una parte, chi dall’altra, con scompensi avvertibili a favore della seconda fazione. “Teslabeat”, ad esempio, è un risuonare di bassi ansiogeni e ferruginosi: “Autochrome” è addirittura più serrata, una vera e propria ganascia techno morsa alle spalle da un muro di sintetizzatori. È però “Jungle Planet” la vera meraviglia, crepuscolare e diabolico cut’n’paste sulla scia di Four Tet (già la sua “High Fives” aveva esplorato questo tipo di profferte) con echi di new wave: un brano formalmente, esteticamente e pragmaticamente perfetto.

Sperando, mi si consenta, che non rimanga un unicum a disposizione di pochi.

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Luca Minutolo alle 11:05 del 30 gennaio 2010 ha scritto:

Mi hai incuriosito!