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R Recensione

7/10

Tortoise

Beacons Of Ancestorship

In casa Warp, ultimamente, non si fa che parlare di questo. Affronto magistrale all’evoluzione, promossa soprattutto da parte teutonica, degli ultimi trent’anni, al tessuto integrativo che si è venuto a formare fra rock ed elettronica. Qualcuno sta provando, nuovamente, a scollare contro natura i due tronconi, a farli sanguinare fino all’emorragia irreversibile e a renderli indipendenti l’uno dall’altro, come se già non fossero bastate secessioni su secessioni. Onde evitare ripercussioni mortali nell’intero panorama musicale, l’etichetta si gioca bene le proprie carte e, in assenza d’altro, cala uno dei poker più prestigiosi: il ritorno dei Tortoise. Che l’etichetta “post rock” se la sono davvero meritata, fino in fondo, per il loro approccio oltranzista ed una ferrea disciplina sul proprio operato, senza porsi limiti per la sperimentazione ma, anzi, abbattendo il maggior numero possibile di paletti per incrementare la capacità di respiro della composizione. Post rock, se per questo intendiamo davvero qualcosa che, il rock, lo superi in ogni modo: a colpi di math, esplosioni strumentali, chincaglierie elettroniche, quello che volete.  

L’impatto con “Beacons Of Ancestorship”, almeno per quello che mi riguarda, non è stato così gradevole, forse per una mia deficienza insita che mi preclude di godere appieno di sonorità che si stacchino del tutto dal vecchio rogherò. Questo all’inizio. Ci vogliono parecchie prove per cominciare a sciogliere il bandolo della matassa, e non è possibile definire ciò che viene dopo un’illuminazione sauliana – se non sulla via di Damasco, almeno su quella di Sheffield – quanto un chiarore estemporaneo che cresce con il passare del tempo. È il marchio dell’intellettualismo, di un bailamme professionale giocato tutto sul metodo e sull’esperienza che rende l’ascolto, a conti fatti, levigato e razionale, ma non cerebrale: l’album non è solo geometrie incastonate l’una dentro l’altra, ma incarna anche il vigore degli scatti improvvisi, delle accelerazioni, dei cambi di tempo. Forza lavoro affaticata e sudaticcia, insomma, ovviamente in mise da ricevimento di gala.   Il dualismo – o il dubbio? – umano/sintetico si propaga, a chiazza d’olio, in ogni anfratto dei pezzi, con un attrito spesso elettrizzante, in testa a testa appassionati senza vincitore e vinto, e con la sensazione che ci si abbracci a bordo ring. In “High Class Slim Came Floatin' In”, ad esempio, sinuoso e complesso blocco marmoreo d’apertura, imbottiture ed airbag di sintetizzatori si gonfiano e resistono più volte agli urti percussionistici di Dan Bitney, condotti con dinoccolato ruolo jazzistico a bruciare sterpaglie ambient. Particolare, eppure il discorso continua ancora e, addirittura, si evolve: “Prepare Your Coffin” è scuro filo spinato per metà immerso nella new wave, per l’altra metà nell’hard prog: “Northern Something” spiazza ancora, con un Moog che giravolta e ricorda, abbastanza nitidamente, le contorsioni psych-techno di “Ddiamondd” dei colleghi Battles.

Evidentemente, ai Tortoise piace l’effetto sorpresa, il catasto di due o più generi collidenti fra loro solo per vedere che cosa ne può nascere fuori. Qualche volta va bene: “Yinxianghechengqi” (…chiarissimo) è uno stridulo math rock che rincorre e morde furioso la propria coda, dopo essere stato sottoposto ad una doppia frizione jungle, con distorsioni allucinanti. Altre, meno (“Monument Six One Thousand”, costruzione caballeriana con beat dub e drum machine sul fondo). Mollando per un attimo la presa sopra la ricerca dell’accostamento improbabile, allora, si ritorna al vecchio stampo, ed i risultati rendono di nuovo piena gloria, a testimonianza di una scorza che, almeno nel pastiche post/jazz/synth/quello che volete pseudo-futurista di “Gigantes”, è davvero dura a morire.

Come la copertina bianca e nera, composizione inedita di Mondrian o riversamento visivo della testuggine più sonora al momento esistente, ci dice quali linee guida si incroceranno ripetutamente in “Beacons Of Ancestorship”, l’impeto del Vecchio Millennio, talvolta, mette fuori gioco il synth e si abbandona melanconicamente ad episodi che si trasfigurano in tutta la loro semplice, disarmante, dolorosa linearità rock. Non vi è chiaro? “The Fall Of Seven Diamonds Plus One”, calmo e tormentato passo slow-core, e maggiormente “Charteroak Foundation”, forse lo sprazzo più vicino all’idea comune di post rock con arpeggi e tastiere a prendersi per mano in una corsa verso un punto zero, riportano quasi ai tempi di “TNT”, rivisitato però in chiave più elettronica e con un gusto che evita totalmente l’autoindulgenza, per consegnarsi all’emozione.

A chiudere, quindi: umano o sintetico? E perchè non umano e sintetico?

   

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Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 3 voti.
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REBBY 6/10

C Commenti

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sarah alle 14:04 del 5 settembre 2009 ha scritto:

Mai apprezzati più di tanto quando erano sulla bocca di tutti, troppo cerebrali e sterili a mio avviso. molto bella la recensione però.

Marco_Biasio, autore, alle 15:11 del 5 settembre 2009 ha scritto:

RE:

Ti ringrazio! Se non hai apprezzato i dischi precedenti difficilmente amerai questo. Prova, però, non si sa mai!

sarah alle 18:59 del 5 settembre 2009 ha scritto:

Non amo proprio il post-rock, a parte qualche pezzo di "spiderland". difficile cambiare idea adesso, grazie del consiglio comunque.

Peasyfloyd alle 15:46 del 7 settembre 2009 ha scritto:

niente male, non mi aspettavo un simile disco dai tortoise ormai