R Recensione

7,5/10

George FitzGerald

Fading Love

Si apre con una soffice vento gelido di tastiere “Fading Love”, ma il battito che vi scorre sottopelle e che ne emerge è ossessivo, stratificato e al tempo stesso sottilmente inventivo.

Al primo LP della sua ormai quinquennale carriera, George FitzGerald mostra tutta la classe e l’esperienza accumulata in anni di DJing in giro per il mondo e di remix per praticamente tutti i cavalli di razza dell’elettronica contemporanea (da Scuba a Jon Hopkins). Il post dubstep e la garage esuberante (ma anche scolastica) dei primi Ep lascia posto ad una visione più ampia ed inclusiva - sebbene meno orientata al dancefloor

Dancefloor di cui l'inglese (di stanza a Berlino) si è gradualmente disinnamorato, date le recenti derive clubbing di matrice EDM; da qui, il desiderio di comporre un disco emotivamente onesto e tormentato (la fine di una lunga relazione) - qual è, nei fatti, "Fading Love".

Un disco che trova nelle dissolvenze (di un’elettronica analogica costruita nell’introspezione di ambienti nebbiosi e amniotici) terreno fertile per l’espressione di pulsioni ritmiche e progressioni melodiche.  All'interno, FitzGerald, gioca con fare distaccato; ingrana sequenze spaccaclassifiche per tenerle legate con le catene al sottobosco - in un coito interrotto melodico e ritmico che risulta, in fin dei conti, più appagante dell’esplosione stessa. Ed è così che decolla “About Time”, una “Open Eyes Signal” filtrata attraverso le rotondità dell’elettro-soul.

I featuring sono forse i brani migliori dell’album: FitzGerald trova in Boxed In (Oli Bayston: “About Time”, “Full Circle”) e Lawrance Hart (“Call It Love”, “Cristallise”, “Shards”, “The Waiting”) due anime capaci di rifuggire dal canale espressivo R’n’B oggi più esposto, e in grado di donare la giusta spinta soul (dal taglio minimo) ai pezzi. Specie negli apici “Crystallise”  (dove squarci obliqui si aprono nei 4/4 e bit si rincorrono frenetici mentre la voce stessa è vittima del duo charleston-cassa, ne viene risucchiata, scandendo il tempo) e “Full Circle”, la quale unisce mirabilmente la dolcezza diafana dei Moderat, le sinuosità vocali r’n’b di SBTRKT, la ciclicità in divenire e le sovrapposizioni di Jon Hopkins in un pezzo dove il tiro è calibrato al millimetro, ed ogni pausa, ogni ripartenza provvidenziali.

Sfumature e baricentri si confondono tra beat in 4/4, nei rimbalzi ritmici (“About Time”), negli sforamenti arty (il midtempo di “The Waiting”: con un intro in odore Jaar altezza "Variations", per l’armonizzarsi dei frammenti). I synth traslucidi di un Fort Romeau si alternano e sovrappongono in sezioni algide ad una cassa che segna un crescendo emotivo e spaziale irraggiungibile nella romantica e disperata “Call It Love”.

Spicca, FitzGerald, quando sintetizza con misura certa estetica deep house e moti di ricerca dance/(future)garage, restituendo nella gestalt (elegiaca e fisica) un sound sì ripiegato, ma con esplosioni emotive intense.

Ne viene fuori un’incontro giocato spesso per sovrapposizione, ("Beginning at The End", "Miyajima" con Dj Koze dietro l’angolo), dove spesso hanno la meglio i secondi: vedi anche la deep house abulica di “Shards” (ovvero se il già citato Fort Romeau si riversasse on the dancefloor su una base di Daniel Avery); oppure “Your Two Faces”, che si nutre della dicotomia fra l’intro martellante ed il crescendo finale.

In un modo simile a quanto fatto da Caribou con “Our Love”, pur partendo da basi diametralmente opposte, la capacità di George FitzGerald di sintetizzare una proposta personale (i pezzi suonano subito familiari, ma senza che se ne legga l’ascendenza in maniera così diretta) apre con “Fading Love” nuovi piccoli passaggi nello scenario sempre più affollato del midstream elettronico.

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