R Recensione

7,5/10

Jan Peter Schwalm

How We Fall

Il laboratorio del creatore è immerso nel caos. Egli tenta di mettere ordine fra gli elementi che compongono la trama del tempo. Mistero, ansia, inquietudine, timore caduta, e speranza, luce, grazia e risalita. Ma l'equilibrio è impossibile, e puntualmente lo schema ideato viene distorto e modificato ed il tempo segue un proprio inesplicabile percorso.

 

Il nuovo lavoro di Jan Peter Schwalm, musicista ed alchimista elettronico tedesco, è stato concepito durante la riabilitazione dopo una grave malattia, ed il suo sviluppo, orientato alla ricerca di una struttura in rapporto dialettico con il caos, sembra riflettere il rapporto fra la condizione umana e le inarrestabili forze del Fato. Con un'ulteriore suggestione, che emerge dai titoli dei brani, in parte ripresi da nomi di villaggi tedeschi appartenenti ad un’area scelta dal comando militare americano durante la Guerra Fredda come zona di eventuale sgancio di armi nucleari. “Durante il processo mi sono reso conto che ci sono paralleli tra le mie esperienze personali e le mie emozioni e l’attuale situazione sociale e politica nel mondo”.

Un viaggio interiore e collettivo affidato ad una sintassi musicale del tutto originale, nella quale il concetto stesso di suono viene stravolto fino ad assumere forme e risultati inauditi, attraverso nove episodi costruiti come patchwork di suggestioni sonore ed emotive. Il refrain di una voce aliena nell'iniziale “Strofort” introduce a passaggi sonori in continua evoluzione, dove fondali elettronici sono movimentati da sequenze ritmiche scandite dai sequencers, fino ad una sezione finale condotta da un organo totalmente alla deriva. La dicotomia fra spazio e tempo, tessiture ambientali e battito ritmico, orienta tutti gli episodi verso una declinazione di stati d'animo e sensazioni che divengono quasi palpabili: così, le iterative volute ambient di “Battenfeld” evocano l'ineluttabile scorrere del tempo, i synths in agguato fra gli angoli di “Auua” inducono un senso di minacciosa attesa, l'incedere solenne velato di malinconia della stupenda “Ibra” sembra rappresentare una volontà minacciata dal dubbio, e le dimesse note di pianoforte che aprono “Stormbruch”, presto sepolte da un crescendo di onde elettroniche e quindi ripetute nel finale, aprono scenari di conflitto fra individuo e forze della natura.

La sequenza conclusiva, organizzata intorno alle intricate ed avvincenti architetture elettro ritmiche di “Clingon”, il crescendo di suoni ambient screziati di “Musles” e la dolcezza di “Singlis”, sottolineata dalle corde della chitarra di Eivind Aarset, apre la prospettiva alla speranza e ad un futuro di conciliazione. Immergersi in “How We Fall” non è solo un'esperienza di ascolto. Dentro c'è tutta la vita.

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