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R Recensione

8/10

Nicolas Jaar

Sirens

I grandi dischi possono anche permettersi di partire in silenzio, in sordina. Immuni dal suono (vi ricordate The Dark Side of the Moon?)

E così avviene, a sorpresa, in Sirens. Poi vento, o un giradischi malandato, trambusto, formicolii orientali di tasti pigiati. Vetri ammassati, infranti, il giro radioheadiano di pianoforte, che rimanda alla fresca Daydreaming proprio della band di Oxford, la voce effettata. Ecco, Killing Time è il pezzo che Thom Yorke avrebbe voluto scrivere e non ha scritto: s’è fatto anticipare. Poi, a metà brano, partono le percussioni, grandiose: sembra di guardare dozzine di bonzi, ammantati d’arancio, allineati, rapiti – si è in Oriente, si diceva – che sincronicamente battono mestoli su piatti e scodelle, recipienti concavi, ondeggiando simultanei, deambulando verso pagode mastodontiche, slanciate. È un cerimoniale, questo brano, verso la fine. Un rito. Una processione. Un funerale (We are justing wait / for the old thoughts to die, si canta). C’è qualcosa di spirituale, di forte: le esequie del tempo.

The Governor, che segue, si muove su bassi massicci (che torneranno anche nella dannata Three Sides of Nazareth, col contorno di un’elettronica più spinta e un afflato blues). Poi un sax delirante, come un barrito. C’è del soul, persino, alla James Blake. In verità questo è il brano, sbilenco e tenebroso, che stavolta John Grant avrebbe voluto scrivere e non ha scritto: s’è fatto anticipare, pure lui. Seguirà Leaves, un intermezzo strumentale, nel quale già compare, di sottofondo, il dialogo divertente, e in spagnolo, tra un bimbo di due o tre anni e quello che, plausibilmente, è il padre: Pongamos un poco de música y bailamos? Para hacer la película más entretenida?, chiederà l’uomo all’infante (e non c’è bisogno di traduzione), ottenendo Ya, come risposta, da quella voce puerile: sono attimi di una tenerezza commovente, che si ripeteranno. Così parte la cumbia di No, tre accordi, con quell’andazzo reggae, col testo che fa riferimento al plebiscito del 1988 grazie al quale abdicò Pinochet dopo quindici anni di dittatura (Jaar è cileno di padre). Si mescola di tutto: nella polpa, oltre che nello scheletro.

La grandezza di Nicolas Jaar – ventisei anni, quasi ventisette – sta proprio in questa miscela: krautrock, new wave, folktronica, techno, post-punk, ambient, dance music, stili (e idiomi) latini, una miriade di dettagli sonori, variegata eppure giusta. Così non deve meravigliare che a chiudere il cerchio, sesto e ultimo brano (ma erano stati già trentotto, i minuti precedenti), sia un rhythm and blues anni ’50, il pezzo che The Platters avrebbero sempre voluto scrivere e non hanno scritto, come sempre bardati di bianco: ma qui niente anticipo (ché, poveri, son belli e andati al camposanto).

Alla fine, da tanta versatilità non si rimane che imbrigliati. E non si capisce se le sirene evocate dal titolo siano i molesti allarmi urbani o quelle marine figure femminili, immaginarie, con la coda di pesce, che allettano col canto. La verità è che si resta, allo stesso tempo, sia storditi (come da una valanga di sirene di clamorose ambulanze, zigzaganti in strada), sia ammaliati (come dai gorgheggi che, celestiali, spandono le faringi di quelle creature metà donna e metà pesce).

E Sirens è un album, si direbbe, ispirato. Non l'ispirazione che, invisibile, colpisce dall'alto il capo dell'eletto, come il frutto di un'intuizione inspiegabile ed estemporanea: queste cose non esistono. Ispirato perché ricolmo di grazia. Ecco: Nicolas Jaar è un ragazzo newyorkese, in questo momento, investito dalla grazia. E il sogno è che duri il più a lungo possibile, la grazia.

V Voti

Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 8 voti.
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ciccio 8/10
Vatar 7,5/10
target 7/10
creep 7,5/10

C Commenti

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hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 7:14 del 25 novembre 2016 ha scritto:

Ennesima prova miliare per Jaar. Si chiude il discorso dei Nymphs in chiave più aperta, politica, ma in realtà il linguaggio di Jaar appare, qui, ancor più esclusivo, non ancorabile. "Sirens" mi appare disco in cui gli immaginari e le immagini sviluppate nel tempo coesistano in forma evoluta (da quelle clubby, blue-wave, sociali, all'approccio più concettuale, visionario, astratto), con uno scarto estetico e stilistico ancora maggiore. Bravo, Jac, a parlarne.

Tra i dischi dell'anno, in questo anno (di musica) un po' scialbo.

Filippo Maradei (ha votato 8 questo disco) alle 12:13 del 25 novembre 2016 ha scritto:

Cosa non sono "The Governor" e "Three Sides of Nazareth"... la prima una discesa dark-wave profondissima (con un giro di basso sintetizzato che da solo vale tutto il disco) e increspature avant-jazz sul finire, la seconda una cavalcata krauta alla (ri)scoperta di una techno siderale, dimenticata e mai doma. "Killing Time", invece, più sui giri ambient tipici di Jaar, con quei silenzi lunghissimi e i loop che si incastrano sui tasti del pianoforte. Bellissima.

Bravo Nicolas e bravo Jacopo, entrambi in evidente stato di grazia

Vatar (ha votato 7,5 questo disco) alle 11:08 del 3 dicembre 2016 ha scritto:

Per i miei gusti musicali questa è stata sicuramente un'annata che mi ha regalato tanti buoni ascolti, ma mancavano ancora un paio di dischetti per completare le parti alte della mia classifica finale, sicuramente Sirens ha occupato una di queste posizioni, mentre l'altro disco siccome non è stato recensito non mi sembra corretto citarlo.

Questo ventiseienne a me fin'ora sconosciuto è stato in grado di assemblare veramente un'ottimo lavoro che non passerà di certo inosservato, su tutte spiccano Killing Time e Three sides of Nazareth, per quanto riguarda l'ultimo brano "History Lesson" ritengo che i Platters abbiano fatto bene a non scriverla...Jaar si è giocato l'otto pieno.

Complimenti a Jacopo per la bellissima recensione!

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 10:43 del 4 dicembre 2016 ha scritto:

Si inserisce di prepotenza fra i lavori più interessanti di un'annata per me eccellente, ma soprattutto (se non esclusivamente) sul versante black-wave e jazz (dove ho scovato davvero un numero quasi incalcolabile di ottimi lavori, a conferma della distanza siderale che separa in questa fase, a mio avviso, il "loro" mondo dal "nostro"). Rispetto ai dischi precedenti, qui si guadagna punti in termini di resa espressiva e nelle atmosfere, ancorché la proposta diventi più concettuale, quasi impalpabile (siamo distanti sul fronte sonoro, ma qualcosa mi ha evocato Dj Sprinkles e il suo blues urbano). Jaar non vuole regalarti un passatempo, ma mettere a nudo questioni e problemi centrali dell'esistenza: dato che di proposte così ne trovo sempre meno, nel nostro rassicurante e modesto emisfero bianco-pop, posso dichiararmi particolarmente soddisfatto e felice.