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R Recensione

10/10

Tuxedomoon

Half-Mute

La ferita oscura.

Nel toccare la carne viva di questo disco occorrono pinze di Babcock atraumatiche, perché di questo si tratta: un’operazione chirurgica di asportazione, alle viscere oscure della scena musicale dei primi anni 80.

Sotto i lampioni singhiozzanti di una inferma San Francisco, tre polistrumentisti, Steven Brown, Blaine Leslie Reininger e Peter Dachert in arte Principle, assorbono vagante materia sonora, la elaborano alchemicamente generando un alieno pulsante “viscido uovo cosmico” di Lovecraftiana essenza: “Half-Mute”.

Al chiarore pallido della Luna di Tuxedo, l’uovo si schiude in un semi-silenzio e undici mutanti prendono forma e essenza, sono il frutto ambiguo di madri troppo dedite all’abuso di solitudine e cupe frequentazioni, flussi di elettricità ormai domata fusa con generi musicali che per progenie e habitat sono irrelazionabili.

L’infrastruttura minimale di “Nazca” apre l’album e certifica che l’abominevole schiusa è avvenuta, l’ingresso di quattro accordi paranoici e ripetitivi di una rarefatta tastiera, sodalizzano con la drum machine programmata a battito cardiaco del nascituro. La desolazione incombe e sovrasta, la creatura deve nutrirsi e lancia la sua famelica istanza al mondo attraverso i fraseggi struggenti del sax di Brown, così evocativi e spiazzanti tanto da assoggettare il senso di disagio e aprire a tratti,  inaspettatamente, alla consolazione. Poi lo switch-off improvviso degli strumenti, solo il larvato battito del cuore fino alla fine del brano: l’informe è vivo.

Il senso di allarme diviene tangibile e misurabile in brani come “59 to 1” e “Loneliness”. Nella prima, dove si odono echi di teutonica elettricità, la crudezza del basso di Principle e i lamenti di un sax che scortica fraseggi funk accompagnano il canto meccanico di un androide, diretto a peggiorare lo stato di nevrosi narrato da questo claustrofobico salmo dedicato a Crono. La paranoia è ancor più magnificata nelle atmosfere della seconda, dove una voce depressa recita un litanico “memento mori” degnamente guidata da una marziale drum machine, una tromba alienata e un ipnotico giro di basso.

Che si stiano attraversando i più corrotti territori del free-jazz, sulle scomode panche di un gotico calesse è ciò che è raffigurato sulla logora tela di “Fifth Column” è qui che il lascito ideale della pietra filosofale di John Coltrane è portato a gemmazione. Nella cupa fucina dei Tuxedomoon, Brown trasforma uno spossato sax nel mantice che alimenta il fuoco sotto il crogiolo e finalmente l’arcana trasmutazione diventa concreta… l’empio metallo evolve in oro purissimo.

I tre sacerdoti di San Francisco, celebrano i riti di una nuova “avant-garde”, indossando i loro blasfemi mantelli per dare origine a rinnovato sgomento, da servire agli incauti adepti, questo avviene nei 2 minuti e 49 secondi di “Tritone (Musica Diablo)”, dove le accelerazioni violente del violino di Reininger, insieme agli arazzi minimali delle tastiere, generano una disgregante tensione emotiva, frutto anche del peccaminoso tritono, da sempre proibito nell’armonia classica e da madre Chiesa. Anche in “Volo Vivace” è ancora il violino pizzicato da Reininger a gemere e creare crepuscolari fuochi fatui che illuminano il sentiero tracciato dal viandanti dell’improvvisazione jazz.

Se nel labirinto osseo dell’ascoltatore fosse ancora rimasto un pò di spazio sonoro eccolo subito riempito dalle polveri sperimentali di una buia e agghiacciante “James Whale”, omaggio alla figura del regista horror del primo Frankenstein o forse al suo coraggioso “coming out” in una Hollywood del dopoguerra ancora troppo bigotta e puritana. Le campane a morto suonano meste e l’atmosfera raggiunge il punto più buio e abissale di tutto l’album.

Anche la speranza sembra addormentarsi nel buio, poi un sussulto repentino, una finestra viene spalancata e la luce di “What Use?” illumina e ferisce gli occhi, un sofisticato elettro-pop declina un’inaspettata metamorfosi stilistica, ma resta la sola possibilità di rivedere il giorno lasciata dal disco. Ci pensano gli incubi di “7 Years” a ritrascinarci giù per l’abisso dove regnano le angosce della Luna di Tuxedo, basso metodico e cavernoso, voce depressa di Brown e il violino che ritorna ad essere straziato e, a tratti, mesmerico. 

Infine il capolavoro finale dell’album, le due perle nere in unica suite: “KM/Seeding the Clouds”, elogio totale alla desolazione e all’inquietudine. È il sax ad aprire, malinconico e freddo si insinua nel vuoto, scivola indifferente alla mancanza di accompagnamento e prosegue nel suo torbido refrain fino a quando un giro del basso ciclico e sospeso si affianca a sostenerlo, con lentezza un passo dopo l’altro nuovo materiale sonoro confluisce e si aggrega al tema, come piccole gocce d’acqua che scivolano sui vetri delle nostre tristezze. Poi il sax si spegne e le scie bagnate delle traiettorie di caduta si trasformano in un sottofondo incorporeo di sintetizzatori, è il preludio alla schiusa dell’ultimo mutante: il seminatore di nuvole. L’eleganza fosca del testo, la struttura quasi psichedelica, l’elettronica portata a sistema ne fanno l’inno universale delle macerie del vivere quotidiano. Poi gradualmente il brano si affievolisce e muore nelle note di un piano che viene lasciato da solo a spiegare al mondo il senso di tanta disperazione.

Le forme troppo incerte e diradate del suono dei Tuxedomoon, fanno si che questo lavoro risulti illeggibile, dai comuni lettori di codici a barre, ai fini della catalogazione di genere. Certamente sono presenti citazioni più o meno “colte”, ma appaiono sempre come omaggi e mai sottomissioni.

Half-Mute ha inferto profondi squarci nel tessuto musicale dell’epoca, e queste ferite, sebbene giudicate guaribili in poco tempo, non si sono mai cicatrizzate del tutto e ancora oggi, nelle notti senza nuvole, sotto la Luna di Tuxedo, provocano tuttora … oscuro dolore.

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Voto degli utenti: 9,2/10 in media su 8 voti.
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sarah 9/10
REBBY 10/10
loson 7,5/10

C Commenti

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paolo gazzola (ha votato 10 questo disco) alle 15:06 del 3 maggio 2012 ha scritto:

Mirabolante traduzione di un suono in parole. Complimenti e benvenuto!

FernandoRizzello, autore, alle 14:17 del 4 maggio 2012 ha scritto:

RE: Umilmente

Un grazie per i complimenti e per il benvenuto...

Dr.Paul alle 13:57 del 4 maggio 2012 ha scritto:

dieci/dieci a mani basse...

sarah (ha votato 9 questo disco) alle 1:15 del 5 maggio 2012 ha scritto:

disco splendido e recensione all'altezza.

NathanAdler77 (ha votato 10 questo disco) alle 22:56 del 11 maggio 2012 ha scritto:

What Use?

Ottima recensione x un capolavoro di wave puramente espressionista: l'impenetrabilità astratta di Mark Rothko che si fa musica. Un "Volo Vivace" di cinematica suggestione.

marco salanitri alle 10:19 del 12 maggio 2012 ha scritto:

Chapeau!

Alla recensione innanzitutto, il disco non lo conosco e vado immediatamente ad ascoltarlo.

benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 14:16 del 19 maggio 2012 ha scritto:

E poi come si fa a non dire che gli anni a cavallo fra fine '70 e primi '80 non sono stati musicalmente i più fecondi e entusiasmanti di sempre....!!!

Hexenductionhour (ha votato 9 questo disco) alle 13:44 del 12 novembre 2012 ha scritto:

Capolavoro, album "futurista", robotico, anticipatore, fuori dagli schemi e sempre innovativo e al passo coi tempi.