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R Recensione

5/10

Bibio

Mind Bokeh

Tratto distintivo di Bibio, scheggia trasversale del vasto panorama che, passando per l'estetica glitch, va dalla folktronica alla chillwave, è proprio la sua poliedricità ed eccentricità, capace di erigere ponti tra i generi, ma anche di abbatterli per ibridazioni azzardate. Un'operazione che nello scorso Ambivalence Avenue aveva dato degli ottimi frutti, merito di un fortunato bilanciamento tra le tonalità e gli umori che scorrevano lungo le tracce di quello che rimane il suo capolavoro.

All'ascolto di Excuses, prima traccia del nuovo Mind Bokeh, non possiamo che ritrovare questa maestria: un tappeto glitch dalla consistenza liquida ci conduce in un percorso di micro evoluzioni successive, dove ogni elemento svanisce dopo aver generato quello successivo, in una soluzione di continuità lineare e compatta. Un gioco di riflessi che riporta ai melodismi di Four Tet, arricchendosi di un tratto sfumato e sgranato (l'eco di certo glo-fi), mettendo però anche in campo i breakbeat che danno la giusta carica alle composizioni di Bibio, screziate da sonorità 8-bit d'antan. Insomma, un vero e proprio labirinto collagistico, entusiasmante nei suoi rigonfiamenti tanto come nelle sue involuzioni. 

 

E' però un abbaglio destinato a non ripetersi, purtroppo. Quello che è effettivamente un labirinto si rivela fin troppo intricato, rendendo impossibile l'uscita. Si prenda il glo-fi di Pretentious, incastrato in un'effettistica abusata, nonostante il tentativo di frastagliarla con inserti funky che però vanno a perdersi in un annacquamento chill eccessivo (Toro Y Moi è lì dietro l'angolo), la funky-disco esasperata di Anything New (appunto...), al sapore di vocoder alla Daft Punk, che ricompaiono prepotentemente nel synth di Light Sleep, dove regna lo stoppato di una chitarra trattatissima. Ogni brano d'ora in poi è un caso a parte collocato senza troppa visione d'insieme in un quadro complessivamente stonato: l'ambient-glitch pulsante di Mind Bokeh, l'indie radiofonico (questa volta si citano i Phoenix), il caraibico sfarfallio di K Is For Kelson, tripudio indigesto di percussività esotiche, synth da crociera, chitarrine accattivanti, l'immancabile folktronica di More Excuses (e della sua coda dal testato ruolo risolutivo-stravolgente).

 

La ricerca di soluzioni inusuali (anti-noia), il tentativo di dare continue scosse al sound, pare un'operazione quantitativa più che qualitativa, frutto forse di un sostanziale ristagno di creatività, che non a caso implora di essere riconosciuta in un'ostentazione di cambi, evoluzioni, citazioni, stravolgimenti e stranezze di ogni tipo per un vero e proprio calderone sonoro (Bokeh, dal giapponese, "sfocatura" oppure "confusione mentale"). Il tutto pare però forzato ed eccessivo, non trovando una cornice qualificante in grado di dare unità a questo Mind Bokeh.

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Voto degli utenti: 6/10 in media su 5 voti.
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C Commenti

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bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 7:51 del 22 aprile 2011 ha scritto:

a me piace

bel mischione. divertente

hiperwlt (ha votato 6 questo disco) alle 15:32 del 19 aprile 2015 ha scritto:

Glitch pop poliedrico (d'accordo in blocco con Cas) dalla gestalt mai coerente, che alterna cromature e soluzioni estetiche giuste a ibridazioni non proprio memorabili. Non sempre strettamente affini (specie nelle cose più estrose), ad ogni modo di quegli anni continuo a preferire l'intensità melodica ed emotiva di Baths. “Saint Christopher” (!!!!) e “Artists’ Valley” sublimi; "Take of your Shirt" raccapricciante, "K is For Kelson" sembra messa lì a caso.