R Recensione

6/10

Blevin Blectum

Emblem Album

Blevin Blectum (al secolo Bevin Kelley), non è una a cui piace andare per il sottile. Sorta di Ikonika straight-edge, la Kelley ha sempre lavorato pesantemente su suite vertiginose e iper-techno a base di glitch e 8-bit. Vicina agli algidi futurismi della squadra Mille Plateaux, Blevin Blectum rende il tutto, se possibile, ancora più intricato. L'estetica rigorosa della Aagoo (destinata ad imporsi su questo terreno) sposa pienamente l'approccio sperimentale e avant dell'artista statunitense.

L'approccio è si micro, ma nel complesso la creatura è un monolite composto dall'intrecciarsi e dal collidere di mille frammenti sampledelici. Così la prima Cromis Part 1, rapsodia fatta di fughe in avanti, di loop vocali fusi allo svolgersi frenetico di campionamenti sovrapposti, diventa l'emblema di uno stile fatto di temi che si rincorrono e si avviluppano su se stessi, immersi in dense scenografie glitchy. L'approccio è quello di una raver nel corpo di un progettista del suono: l'elemento “sballo” rimane, ma viene normalizzato da un processo compositivo al limite del formale (seppur ad un primo distratto ascolto il tutto possa sembrare anarchico e casuale). Le composizioni, invece, sono oltremodo lineari, e privilegiano le variazioni verticali, l'infittirsi delle onde e delle modulazioni electro. Cromis Part 2 riprende il tema del predecessore aumentando le componenti 8-bit, Wrapped in Aw si prodiga in un esercizio ritmico-timbrico fatto di dissonanze e patterns pulsanti e corrotti, Harpsifloored immilla i frammenti in un processo di polverizzazione delle textures, mentre Manners Melting aggiunge agli elementi finora sentiti campionature cameristiche per un'operazione indubbiamente affascinante.

I pezzi migliori sono però altri, quelli dove si riesce ad aggiungere profondità sonora al tedioso marasma di interpolazioni elettroniche tramite una maggiore ricerca tridimensionale e una più consistente sperimentazione stilistica. E allora l'ambient infestato di Sycamore Scarab, il glitch austero e rigoroso di Basically Chunnelled, l'electro-industrial (in stile Haxan Cloak) di Goth Botch, rappresentano la dimensione da valorizzare di questo Emblem Album.

Un album che si mantiene su una scarna sufficienza, risultando oltremodo monotono e fine a se stesso, pur potendo contare, di tanto in tanto, di buone intuizioni.

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