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R Recensione

7/10

Rangers

Suburban Tours

La psicogeografia è una dottrina nata in ambito situazionista il cui scopo è analizzare l'influenza dell'ambiente sul comportamento umano, dell'architettura sulla nostra psiche, di struttura ed estetica di una città sui nostri umori. Il disco di Joe Knight, alias Rangers, è una sorta di declinazione musicale della psicogeografia (come l’ambiente influenzi la musica), che detta così sembra una puttanata colossale, ma non lo è poi così tanto, se si pensa – per dirne una – al video di "Star Guitar" dei Chemical Brothers, con tanto di sincronizzazione tra la musica e il panorama visto dal treno. Il video di "Deerfield Village", da questo disco, è altrettanto emblematico.

Certo, ci vuole l’immagine. Ma Rangers è un progetto nato volutamente in territorio hypnagogic-pop, dove i flirt con la rappresentazione visiva sono continui ed espliciti. Knight, che fa musica non cagato da una decina di anni, ha confessato di aver scritto questo “Suburban Tours” dopo un’immersione totale nei dischi di James Ferraro, Sun Araw e Gary War, cosa che d’altronde era difficile negare. La derivazione ipnagogica è evidente, ma qui trova una sua interpretazione singolare proprio perché messa a servizio di un’originale esplorazione geografica: ognuno degli undici bozzetti del disco è legato a un luogo di Dallas (da cui Knight si è recentemente allontanato per San Francisco) e prova a ‘ridirlo’ musicalmente.

Il risultato è un collage quasi interamente strumentale di quadretti spesso poco più che abbozzati, a formare un belvedere urbano spostato tra anni ’70 e ’80, tra cementi di periferia (“Bear Creek”) e isole verdi (“Golden Triangles”, “Brook Meadows”), quartieri residenziali da upper-class (“Bel Air”) ed eleganti scorci vacanzieri (“Woodland Hills” si distende bevendo una cedrata verso gli scialli glo-fi). I giri suburbani sono immersi in una gluma sfocata e vintage, come se Neon Indian avesse remixato gli Chic, come se Ducktails avesse abbracciato ideali funky, in una costante atmosfera da telefilm primi anni ottanta. La chiusura, dopo l’attraversamento degli sprawl metropolitani, verso un posto da cui poter fuggire di nuovo (“Airport Lights”) ha una leggerezza confortante, fatta di un assolo psichedelico e di tastiere che strizzano al caraibico.

Alcuni schizzi musical-geografici sono eccellenti, come l’apertura di “Deerfield Village”, fasciata di chitarre schiumose e da una melodia di synth indelebile, o la marcia tra asfalti degradati di “Ross Downs”, con una sezione ritmica massiccia e invasiva. E attenzione a non fare spallucce per l’americanità di questi squarci metropolitani: dietro le linee degli hinterland di “Suburban Tours” si vede anche il profilo delle nostre periferie di condomini e villette a schiera. Da provare.

V Voti

Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 2 voti.
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