Small Black
Small Black
Degli Small Black se ne era già parlato nel nostro approfondimento sul movimento glo-fi (entrato come chillwave su wikipedia, ossia la Fonte della Verità: qualcuno vada a modificare la voce, perché glo-fi è etichetta assai più azzeccata), e se ne era parlato molto bene, proprio sulla base di questo Ep che porta il loro nome. Ne riparliamo ora perché la Jagjaguwar, subodorando il talento e magari anche il danè, vista la spinta pitchforkiana di cui gli Small Black hanno goduto fin da subito (e pour cause, dal momento che un loro membro ha collaborato con la webzine americana), ripubblica quell’Ep con l’aggiunta di due tracce per sette brani totali.
Sporca e psichedelica, la prospettiva di questi brooklyniani, mentre prende le distanze dalle basi italo-disco degli altri glo-fi-ers, si getta di pancia verso un pop sognante lasciato a friggere su risoluzioni bassissime e zozzure a iosa. Josh Kolenik e Ryan Heyner – le teste pensanti della band – scattano foto a pixel giganti, e ciononostante colpiscono dritti alla testa con melodie killer affidate a una voce filtrata e distante. La lezione di Bradford Cox (Atlas Sound + Deerhunter) si sente sin dalla ruvidezza melodica di “Despicable Dogs”, guidata da una drum machine battente ma non sovresposta, attorno alla quale si affastellano effetti rugginosi e deliziosi ghiribizzi vocali. La bassa fedeltà è spinta agli estremi, ma senza il sostegno vintage di basi smaccatamente 80s, come nel notevole remix dell’amico Washed Out.
Il resto dell’Ep, invece di calare rispetto al brano di punta, raggiunge standard persino più alti. È la qualità compositiva, oltre alla varietà delle soluzioni adottate, a colpire: “Weird Machines”, con i beat che scandiscono un ritmo appesantito, a dribblare un guazzabuglio di riff gracchianti e scuri (Zola Jesus che rifà i Pixies di “Where Is My Mind”?), ha un effetto talmente stordente da convincere l’impasticcato a mettere l’ecstasy da parte, mentre “Bad Lover” si distende in campate sognanti di grana grossa che incantano a furia di brusii e cori psichedelici.
Tutto, negli Small Black, è giocato nell’attrito tra disturbi noisy e melodia, rumore volutamente fastidioso e easyness pop. I filtri sfrigolanti si applicano qua ad echi edulcorati dell’esperienza Morr Music (“Pleasant Experience”), là a un mosso dream-pop di gusto giocattoloso, come in “Lady In The Wires”, spinta da un gustoso basso balzellante. I due pezzi nuovi sono l’ultra-indie-pop leggero e caracollante di “Kings Of Animals”, che prosegue la via più briosa, e la semi-strumentale “Baby Bird Pt. 2”, con tanto di armonica a pilotarla per una buona metà verso esiti stranamente bucolici.
Tratteggi sempre più colorati e meno nostalgici, questi ultimi, che suggeriscono per gli Small Black una traiettoria meno prevedibile e perciò ancor più interessante rispetto a quanto si potesse pensare dalla prima manciata di brani. Lo ripeto? Teneteli d’occhio.
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Small Black New Chain
Clara Kindle Moors
Raime Quarter Turns Over a Living Line
Pet Shop Boys Yes
Jordaan Mason and The Horse Museum Divorce Lawyers I Shaved My Head
Manic Street Preachers Journal For Plague Lovers
Fruit Bats The Ruminant Band
City Center Redeemer
Violens Amoral
Birdengine The Black Dictaphone
A Place To Bury Strangers Onwards to the Wall
Small Black New Chain
AA. VV. F*>k Dance, Lets Art Sounds From a New American Underground
Toro Y Moi Causers of This
Toro Y Moi Underneath The Pine
MillionYoung Sunndreamm EP
Rangers Suburban Tours
Beach Fossils Beach Fossils
Glo-fi o ci sei?
The Small Faces The Autumn Stone
Atlas Sound Logos
Atlas Sound Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel
Memory Tapes Seek Magic
Neon Indian Era Extraña
Atlas Sound Parallax
Deerhunter Halcyon Digest
Deerhunter Microcastle
Dog Bite Velvet Changes
Deerhunter Monomania
Peasyfloyd
snow (voto invalidato)
phoebe (voto invalidato)
cold (voto invalidato)