John Talabot
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Burial e Arandel insegnano: essere artisti mascherati, al giorno d'oggi, paga. Colgono tutti di sorpresa, nessun annuncio né hype smodato alle spalle, non lasciano trapelare un'immagine, una foto, un volto. Ufficialmente non esistono. Ma con l'anonimato portano soprattutto elettronica per palati fini, come questo "Fin", primo lavoro di John Talabot. E comunque non riesce, almeno il nostro, a nascondere pure le influenze di appartenenza: ha lavorato con Glasser in "Families" (quindi art-pop), remixato gli XX di "Shelter" (quindi indie-pop venato trip), i Delorean di "Seasun" (quindi glo-fi), che a loro volta hanno remixato "Sunshine" di Talabot, lo stesso pezzo rifatto pure dai Blondes che proprio quest'anno si stanno rivelando graditissima scoperta. Insomma, collaborazioni e gusti non mancano.
Il nostro eroe del momento sforna quindi un album che è un concentrato massiccio di idee e stili, sotto-generi e sapori retrò, prende quasi sempre il meglio che trova e lo riadatta in una forma ben precisa che potremmo definire e anzi consacrare glo-house. Ma c'è molto di più della plasticosità del primo Neon Indian o dell'italo-disco dei Keep Shelly In Athens ("Estiu" tra le gemme per l'estate). C'è innanzitutto proprio Arandel nei primi gemiti del disco, un risveglio di giungla tropicale che ci fa ambientare lentamente alla molteplicità di suoni che ci aspetteranno ("Depak Ine"); poi ci pensa Pional genietto spagnolo dell'house marittima a movimentare il tutto all'inizio ("Destiny" che battezza la dancefloor con l'electro-pop dei Miami Horror unita ai Cut Copy più narcotici e quel verso ululante che è Jamie Woon e la sua "Middle") e alla fine ("So Will Be Now..." uno dei due capolavori del disco, un Caribou per basi meets Nicolas Jaar per mood, da mille e un ballo). Ma poi c'è anche Washed Out, quello sporco-fi di "Life of Leisure", sullo sfondo di "When The Past Was Present", accompagnato da basi squadrate, echi lounge e l'eurodance ancora una volta dei Keep Shelly In Athens, c'è l'house a tinte scure di "Oro Y Sangre", la micro-house ridondante e granellosa di "H.O.R.S.E.", l'indietronica sponda Four Tet ma più vintage e balneare di "Last Land" (l'altro capolavoro dell'album, tutto violini sintetici, effetti rewind, voci sospese, e spensieratezza glo-fi).
Talabot perde qualche colpo qua e là, giusto un paio di volte, il tempo di passare oltre l'inconcludenza di "El Oeste" (un John Roberts riuscito male?) o lo psych-pop MGMTiano che trova spazio, amalgamato male, in "Journeys" plus voce dei Delorean, Ekhi Lopetegi. Soltanto piccole imperfezioni che non intaccano granché il pastiche electro-tutto di "Fin", che peraltro sforna almeno un altro brano degno di nota: una "Missing You" presa ancora in prestito da Washed Out nel primo strato di synth, ma più cattiva nelle basi, spigolosa e granitica. Insieme all'ominimo dei Blondes, al semi-omonimo dei Trust, e di fronte a questo totally-anonimo di John Talabot, dunque, ci troviamo già con i tre album elettronici più cool e trasformisti del momento: dopo biondine, drag queen e una faccia di carta stagnola, per il prossimo carnevale punto tutto su Zorro.
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