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R Recensione

7/10

Hercules and Love Affair

Blue Songs

Se non avete vissuto in prima persona la New York house e garage a cavallo tra '80s e '90s non preoccupatevi: gli Hercules and Love Affair sono qui per ricordarvi una stagione fiorente, accaldata e sudata, dove la musica house diventava nuovo veicolo espressivo per un underground che traeva dalle pulsazioni dei Roland TB-303 e dai beats in 4/4 la propria linfa vitale. Ed ecco che Andy Butler torna a rievocare, con incredibile afflato vintage, le sonorità dello splendido esordio omonimo datato 2008, rigoglioso fiorire di sinuosi suoni urbani. Si parla di gente come Marshall Jefferson, Inner City, ma anche i più anziani Dinosaur L, Patrick Cowley e tutta la disco fine anni '70.

Questa volta, con il nuovo Blue Songs, sembra che il classicismo sia ancora più spiccato, con minori fughe in avanti ma con un più meticoloso lavorio di recupero, di restauro, di rivitalizzazione dello “spirito dei tempi” che furono. L'addio di Nomi Ruiz, Antony Hegarty e del bassista Tyler Pope è compensato da una rinnovata line-up nella quale spiccano nomi quali Kele Okereke (Bloc Party) Aerea Negrot e Shaun Wright.

Painted Eyes apre l'album in un lento pulsare di synth, basso e fiati, riuscendo a non deludere le aspettative ereditate dal lavoro precedente, inviluppandosi in spire lascive per montare inesorabile e finalmente sbloccarsi grazie all'ingresso dei rhodes e della sessione ritmica al completo. Un germogliare sonoro di grande impatto, capace di avvalersi di una screziatissima varietà di elementi, di una sensibilità arty ed elegantemente glamour, dove si mischiano mood pregnanti da dancefloor e preziosismi melodici (quegli archi incalzanti scanditi dal pulsare del basso...). La successiva My House è però un brano di rottura che segna un ostinato rivolgersi ad un purismo house dagli ostinati (quanto piacevoli) intenti revivalisti. Ci ritorna inevitabilmente alla mente il Frankie Knuckles di Baby Wants To Ride, oppure gli artisti targati Strictly Rhythm (Hardrive, Logic, After Hours). Si percorrono i territori più disparati con Answers Come In Dreams, col suo divagare tra funky-disco e acid house, avanzando tra intrecci ad incastro di stoppati chitarristici, abbozzi di melodie pianistiche, incursioni di synth spaziali ed una ritmica incalzante e febbrile. Leonora ci offre una virata synth pop capace di ricordare il melodismo di certi Cut Copy, mentre Falling ci riporta in territori smaccatamente funky, facendo ricomparire quei fiati che tanto avevano arricchito l'acclamato esordio di Butler. I Can't Wait, dominata dai vocals della Foxman, e Step Up (Okereke alla voce), rappresentano tra i più espliciti rimandi all'acid house di Chicago, mentre Visitor ci fornisce una mirabile fusione tra i momenti più serrati comparsi nei due brani appena citati, arrivando a riesumare addirittura l'efferatezza acid di Phuture (ascoltare Acid Tracks per credere), con quei gorgoglii sintetici che arrivano dritti allo stomaco, le linee ultra-basse affiancate ad effetti laser psichedelici, i clangori metallici cupi ed opprimenti, un mood dark sopraffino.

Mancano all'appello i pezzi che, per la loro netta discontinuità con le atmosfere dance di cui Blue Songs è pregno, risultano di più difficile collocazione ed interpretazione nella scaletta dell'album (detto alla buona: stonano). Parliamo di Boy Blue, lento pezzo acustico dove i ricami della chitarra si adagiano su una sommessa base elettronica, Blue Song, brano ispirato dal più intimista James Murphy, e la conclusiva It's Alright, ricercata ballata pianistica dai melodismi di (troppo) facile presa.

L'idea finale è quella di un disco di transizione, di assestamento. Non solo per il cambio di line-up, di produttore, di etichetta, ma anche per un'organizzazione frammentaria dei brani, dove si privilegia l'aspetto enciclopedico e cumulativo più che una linearità di discorso. Non mancano i grandi pezzi, ma la sensazione rimane quella di una (graziosissima) tavolozza degli appunti, dove Butler non riesce però a marcare un percorso realmente autonomo. Il rischio è quello di rimanere bloccati in una limitante retrospettiva vintagista: ci auguriamo che, dopo i dovuti aggiustamenti, si trovi nuovamente fluidità e personalità, riuscendo a dare vita propria alla creatura Hercules and Love Affair.

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Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 8:38 del 2 marzo 2011 ha scritto:

nella grande mela ci si diverte ancora in 4/4 eh?! buongustai!! non ai livelli del primo...ma godibile anche questo!

mi associo al buon Castello!

target alle 23:11 del 2 marzo 2011 ha scritto:

Non ascoltato il disco. Solo il rammollimento di "It's Alright". E dico che se di un pezzo è già stata fatta una cover SOMMA, meglio astenersi dal confrontarcisi di nuovo. Davvero non c'è paragone con la versione dei Pet Shop Boys.

synth_charmer (ha votato 6 questo disco) alle 9:41 del 3 marzo 2011 ha scritto:

RE:

verissimo, brano decisamente superfluo, che da solo basta a dare una brutta impressione su tutto l'album: mancano i colpi di genio del primo album, e anche quella ricchezza di idee che qui si riduce ad un manierismo poco originale. Alla fine se la cavano anche eh, però siamo molto distanti dall'esordio. Ma los?

salvatore (ha votato 6 questo disco) alle 11:02 del 4 marzo 2011 ha scritto:

Beh, io lo considero un deciso passo indietro rispetto al primo. A tratti noioso, cosa paradossale per un disco fatto da gente divertente per gente che vuole divertirsi.... :/

Sì, li vedo anche io un po' bloccati e, forse, qualcosa di più di un rischio!