R Recensione

7/10

Shamir

Ratchet

Cresciuto a Las Vegas, Shamir Bailey (classe 1994) è un concentrato fiero, fumettistico (ma mai caricaturale) di androgina vitalità: già personaggio ancor prima di firmare con la XL Recordings e affondare la lama On The Regular (Ottobre 2014), coloratissimo teatrino hip-house che tutti hanno voluto leggere - probabilmente a ragione - come risposta indiretta all'altro “botto” 212 di Azealia Banks. E' il momento culminante, almeno finora, per la definzione della sua cifra stilistica, quella che il precedente EP “Northtown” (Godmode, 2014) aveva abbozzato non senza momenti di gloria (una If It Wasn't True lorda di rhodes e voci eteree). Eppure lo scarto di qualità è evidente già dai video: filmatino homemade percorso da effetti/trucchi visivi elementari per True; campionario di moda/oggettistica eccentrica e pose in hd, come l'amorevole insistere sul dito medio alzato e occhiali da sole a forma di cuore, per Regular.

Il punto è che poi uno pensa d'aver capito il giochetto, d'aver già intuito le coordinate, e puntualmente ci resta di sasso nell'accorgersi che Shamir è già due passi avanti. Nella sua brevità, “Ratchet” (interamente prodotto da Nick Sylvester) ci presenta uno spirito indomito, mai pago, disposto anche a incappare in qualche errore di gioventù pur di liberarsi dal cruccio che gli cova in petto. L'oscura Vegas, tanto per fare chiarezza, apre l'inquadratura sulla città natale a tempo di electro, bassi da oltretomba e voci in loop che consentono al ragazzo di curare all'inverosimile il fraseggio vocale. E già che ci siamo: dimenticatevi i soliti paragoni queer - tutt'altro che detestabili, sia chiaro, ma giusto un tantinello abusati - tipo Sylvester, Jamie Principle e un numero imprecisato di disco divas, giocati a piacere per definire codesta voce. Personalmente, il suo timbro peculiare e la disinvoltura nel gestire gli alti (ascoltatevi l'elevazione di Youth) m'ispirano qualcosa come un Terence Trent D'Arby apollineo, registro di controtenore, più naturale nel districarsi tra le diverse tecniche canore necessarie al contesto. E qui il paesaggio, dopo una prima parte sulla falsariga di On The Regular (peratro la più debole, essendo soltanto la già citata Vegas e Call It Off capaci di eguagliarne il “tiro”), muta incessantemente. Dal synth-pop screziato di r&b a nome Demon all'inaspettata Darker (indefinibile “cuore di tenebra”, momento d'introversione come pochi altri se ne sono uditi di recente), passando per l'acid-jazz rimodernato e reso bello incandescente di In For The Kill, il disco brulica di tensione creativa, di voglia di osare.

Questo riuscito tentativo di Shamir d'immaginarsi artista ha come conseguenza l'abbattimento - inconsapevole? - di barriere stilistiche e cliché più o meno consolidati nell'odierna black music (concetto ormai in via di dissoluzione). Persino il suo esporsi senza filtri, affrontando il pubblico ludibrio nell'immondezzaio dei social, posside un candore e un'autorità che bypassano l'altrettanto vetusto concetto di “provocazione”. A fronte di un'icona già così potente, l'unico ambito da perfezionare e, se possibile, ampliare (sviluppando perciò il versante meno “lineare” di “Ratchet”), è quello musicale. Lunga è ancora la strada che lo separa da un puzzle colossale come “Broke With Expensive Taste” ma, vista la giovanissima età del Nostro, non poteva esserci biglietto di presentazione migliore.

V Voti

Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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Cas 7,5/10

C Commenti

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Cas (ha votato 7,5 questo disco) alle 15:48 del 24 agosto 2015 ha scritto:

per quanto, forse, inconsapevole, per ora l'abbattimento di barriere funziona benissimo. pezzi davvero inaspettati come "Darker" affiancati a hit da dancefloor del calibro di "Call It Off", "On the Regular" e "In for the Kill" (così Hercules and Love Affair)... il ragazzo ne sa, bell'esordio!