Apparat
Walls
Affrontare i propri mostri è un’impresa coraggiosa che si fa obbligatoria quando si vuole gestire la vita con maestria e nonchalance. Non c’è psicologia che regge né tantomeno una giusta filosofia ad indicarci la via, non ci sono più genitori apprensivi perché non siamo più bambini, non ci sono rimedi e non esistono leggi universali. Molto probabilmente non c’è nemmeno Dio. I muri che si interpongono tra noi e la strada sicura sono alti e lisci, sorgono improvvisi, si ergono massicci e poderosi, ci rammentano l’indefinitezza delle nostre esistenze. Apparat, all’anagrafe Sascha Ring, deve aver pensato parecchio a questo tema e la sua elaborazione artistica l’ha messa in un disco, “Walls”, appunto. Astratto ma non ermetico, quest’ultimo lavoro del giovane produttore tedesco riprende in qualche modo le sonorità cui Anthony Rother ha ultimamente abdicato in favore di un filone troppo commerciale, evolvendone i punti critici e limandone gli spigoli techno. Mixato a Chicago da Joshua Eustis, “Walls” si presenta pulito ed elegante, con un suono spesso morbido e con linee vocali ben scritte e cantate.
“Not A Number” si apre come una scorribanda letfield di vibrafoni sintetici e sfavillanti carillon in emulazione; “Hailin From The Edge”, cantata da Raz Ohara, arrangia una sezione ritmica più vicina al trip hop che non all’IDM; la bellissima “Useless Information” rivanga i tratti tipici della melancolia digitale, quel mood romantico e decadente che ha fatto la fortuna dei Royksopp o degli ultimissimi Mercury Rev. Un certo gusto glitch vien fuori solo con “Limelight” che gioca coi loop fino a portarli alle estreme conseguenze, rincorrendoli in un folle gioco di beats e segmenti vocali; “Holdon” aggiunge poco al discorso musicale ma precede il mirabile lavoro compiuto da Apparat sui due “Fractales”, sorta di dittico sull’autosimilarità, per cui ogni oggetto sonoro si ripete nella sua struttura allo stesso modo pure se su scale diverse: l’ingegno – o l’artifizio – del DJ teutonico sta nell’impreziosire una piccola suite per pianoforte con raggianti archi e deformanti effetti sonori.
La placida e sperimentale “Birds”, così come la successiva “Arcadia”, la canta lo stesso Apparat in un ipnotico ripetersi di FX e sollazzi al sintetizzatore, sempre con Kathrin Pfänder e Lisa Verena Stepf agli archi. “You Don’t Know Me” comincia come fosse un raduno di spettri e, ad un tratto, si apre al miracolo del suono nuovo, all’elettronica che fa l’amore con i sogni, alle paure dimenticate e a quelle che verranno, in un tripudio di viole e violini: la coscienza trova nuovi stimoli al perdono, il mondo mostra il suo vero volto, quello dell’umanità fragile e devota, una razza di uomini in perenne ricerca. Terminata la chimera d’estasi comincia “Headup”, pezzo dalle forti tinte pop anche se decolorato con riverberi e delays. “Over And Over” jazza invece un modernissimo standard, mimando una batteria brush con Jörg Wähner e tradendosi con un cantato fin troppo easy listening. Infine “Like Porcelain” (la cui coda si presenta come una ghost track) ricrea un mondo fittizio di palline colorate e xilofoni di plastica, corridoi di moplen in stanze rosa chiaro.
“Walls” è bachelite e gommapiuma, nel senso che è un’opera fisicamente presente, un organico prodotto industriale che derime la decennale causa tra strumenti di legno caldi ed avvolgenti e strumenti di plastica freddi ed inumani. Apparat, seppur con esiti non sempre felicissimi, ha svelato dove risiede l’umanità della tecnologia: nei suoi limiti.
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