R Recensione

7/10

High Places

High Places

Sebbene possa sembrare strano affiancare due nomi tanto diversi come Beat Happening e Matmos, il gruppo che mi appresto a recensire esige di compiere tale operazione, un po’ artificiosa forse, ma in grado di esplicitare in maniera soddisfacente quella sorta di trait d’union tra il lo-fi casereccio dei primi (in particolare del loro esordio datato 1985) e la multiforme ricerca elettronica dei secondi.

Ed ecco quindi demarcata non solo la linea di separazione tra elettronica e rock, ma anche quella tra musica sperimentale e musica pop, tra fun music e musica concepita invece come seria attività intellettuale.

Il difficile però deve ancora arrivare, perché i nostri High Places non si limitano solo a confermare questo superamento (oramai datato, certo) del sopraccitato dualismo, ma vi donano una serie di caratteristiche inedite, di cui alcune proprie degli anni zero. Innanzitutto l’approccio indie. Di che si tratta? Si tratta di una spensieratezza ed una predilezione per i motivetti pop scanzonati ed orecchiabili, per quanto “alternativi” e sperimentali (vedi gli Animal Collective), che permea ognuna delle dieci tracce presenti su questo loro primo lp. Non basta ancora tuttavia, perché assieme all’ uso minimale di elettronica va ancora citato il pregnante utilizzo di ritmiche e sonorità di stampo ora etno, ora dub. Il tutto, è bene ricordarlo, composto ed assemblato nell’appartamento del duo (formato da Rob Barber e Mary Pearson), in quel di Brooklyn, in rigorosa logica DIY.

Se già nella raccolta di singoli uscita nel luglio di quest’anno, 03/07 – 09/07, si potevano pregustare tutti questi ingredienti, ora possiamo finalmente vederli confermati e messi seriamente alla prova.

A partire dalla prima The Storm veniamo immersi in un pastiche pop denso di scricchiolii, riverberi, frammenti di ritmiche assemblati apparentemente a casaccio, per una decostruzione del pop che trova il suo asse portante nella cantilena infantile della Pearson. Il canovaccio rimane più o meno lo stesso durante i poco più di trenta minuti di durata dell’album, ma senza mai dare segni di staticità o ripetizione. L’atteggiamento “ludico” e creativo permette un multicolore e caleidoscopico susseguirsi di brani eccentrici, ognuno con le proprie particolarità.

Degne di nota sono tracce come The Tree With The Lights In It, imperniata su una filastrocca pop e su un motivetto calypso, Vision’s The First, caratterizzata da coloratissime percussioni etniche e semplici samples elettronici, Gold Coin, danzereccia ed intrisa di acidità fino al midollo, A Field Guide, brulicante di scricchiolii, fruscii, bizzarre sincopi e loop elettronici e la rallentata ed espansa From Sturdust To Sentence.

La fusione di generi, affrontata con la leggerezza di chi fa musica non tanto per divertire, quanto per divertirsi, riesce a donare all’album piacevolissime fragranze e ammirevoli screziature per un ascolto eccentrico, originale e intelligente. Unendo gli esperimenti di Panda Bear a quelli degli Yesayer, il marasma degli Au con il tropicalismo di El Guincho, gli High Places riescono a dotare il pop di nuovi affascinanti risvolti.

L'unica cosa che ci rimane da fare, una volta ascoltato il disco, è aspettare la definitiva conferma di tutte queste sonorità con il loro prossimo lavoro.

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