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R Recensione

7/10

Hobocombo

Moondog Mask

Louis Thomas Hardin (1916-1999), in arte Moondog, è stato un mitologico compositore cieco, nonché cosmologo, poeta ed inventore. Musicista di strada per scelta, ci lascia una discografia lunga mezzo secolo ed una capacità di influenzare artisti pari a quella di Frank Zappa. Gli italiani Hobocombo hanno così deciso di omaggiare lo stravagante artista americano con un disco tanto onesto quanto originale. Le idee confusionarie di Moondog qui diventano materia sonora docile e raffinata. Gli Hobocombo non mirano a suonare i pezzi di Hardin come li suonerebbe Hardin, ma a costruirne la maschera teatrale, un feticcio zoomorfo che nasconda il vero Moondog, privando la musica di qualsiasi adulazione, adorazione o devozione. Rocco Marchi (chitarra elettrica, lap steel, Korg MS-10 e voce), Francesca Baccolini (doppio basso e voce) e Andrea Belfi (batteria, percussioni, armonica e voce) presentano “Moondog mask”: un minestrone di ritmi africani, folclore italiano, canoni medievali, blues, world music, psichedelia e partiture minimaliste. Cominciamo l’ascolto.

Theme & variations” uscì originariamente nel 1953 sull’album “Moondog and his friends” nel tempo dispari di 5/4: gli Hobocombo la ricostruiscono grazie ad un’ossessiva sequenza di ciaramella e synth. Arriva poi il jazz raffinatissimo e magnetico di “Desert boogaloo”, tra richiami poliziotteschi e un’aria trasognatamente western. Ancora percussioni e sintetizzatori in “East Timor”, un brano dolcissimo e fiabesco dedicato a una delle più giovani entità statali del mondo, terra di forti contrasti religiosi ed umani. Dall’EP “On the streets of New York” (1953) torna la rivisitazione di “Utsu”, resa adesso più pulita e presentabile: la follia ritmica di Moondog è trasfigurata in una cadenza quasi post-rock, anche se a metà brano torna la dissonanza bambinesca del musicista clochard.

Dopo due canoni (un vivace e un adagietto), gli Hobocombo tornano in “Baltic dance” al fantastico crossover di experimental jazz e progressive rock, aprendo la strada al lamento onirico di “Response”: la commistione di strumenti ritmici e melodici crea un grandioso effetto straniante, tipico delle costruzioni minimaliste di LaMonte Young e delle derive etnomusicologiche di Halim El-Dabh. Scene dalla festa del villaggio in “The old Serge and the flutes” fanno da anticamera a “To a sea horse”, proveniente dall’eponimo del 1956. Quel che in origine era un solistico esercizio al pianoforte diventa ora un jazz percussivo che ricorda il Max Roach di “Deeds, not words”. Infine c’è “Five reasons”, elegantissimo componimento corale dell’ensemble Hobocombo: cantano, inventano trame, declamano versi, organizzano un perfetto matrimonio di suoni i più disparati, spazzole, percussioni, chitarre, FX.

Fratello dei suoni d’ambiente, Moondog aveva imparato a suonare la strada, essendo entrato in osmosi con essa. Egli era un parchimetro, una metropolitana, un vicolo cieco, una folla, un semaforo, un clacson. Gli Hobocombo, che barboni non sono, hanno invece nascosto Moondog dietro una maschera, smussando, pulendo, levigando i suoni, tanto che “Moondog mask” può esser considerato un disco di Hardin, se Hardin fosse nato nel 2013, un’epoca in cui gli straccioni per strada sono considerati meno romantici.

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