V Video

R Recensione

7,5/10

Darkside

Psychic

Fai partire “Psychic” e scopri un Jaar in crisi. Lo percepisci distante, rapito in una qualche consapevolezza oscura, esistenziale - ad isolarlo, senza luci, dalla realtà; dalla sua stessa arte. Un’arte sotto i 100 bpm che, negli ormai cinque anni di attività del ventitreenne newyorkese (per una disamina sul suo percorso artistico, e su quello dei musicisti che gravitano intorno all’etichetta Clown & Sunset, si legga la recensione di “Don’t Break My Love”), sovente definiscono blue-wave; lui definisce super slow techno. Tu definisci sublime. Le traiettorie percorse da “Golden Arrow” possiedono sostanza e sacralità ambient, con in più ornamenti per archi fuori posto, electro come schegge sgraziate, compressioni/micro esplosioni noise: e i beat rimangono liminali. Per molto tempo. Non c’è (il solito) groove, non sembra esserci speranza; c’è solo senso di estraneità, e il percetto riconduce inesorabile ad abissi privati – non di disperazione, più spesso d’insight irrequieto. Poi, al quarto minuto, succede che i beat si affaccino, ma assopiti. Ed è qui che Harrington (l’altra metà dei Darkside) si materializza, inserendosi di petto con uno dei suoi "soliti" giri. E la magia, quella scintilla di grazia solita nell’estetica jaariana, si infiamma, immettendo il corpo in una condizione di scatenamento intimo, privato - talmente arcaico che è estasi e tutt'uno tra mentale e fisico. Va da sé che, quando si levano le tende, in coda, si ritorna con forza in quell’abisso, in quella crisi.

Arcaico si diceva, lo si è spesso definito (anche chi scrive) così parte del sound del nostro, capace di risvegliare moti stilistici da etnicità in collisione (si ricordi, qui, dell'amore tramandato dal padre per l'ethio jazz, ed in particolare per Mulatu Astatke) , fedeli ad ogni modo ad un’estetica minimal techno moderna, da club. Ma mai come in occasione di questo “Psychic” il termine (arcaico) risulta calzante: “Heart” è bailamme percussivo, intensità tribale gabrieliana, con un Harrington dal raggio d’azione più ampio - in cui i suoi apporti con le sei corde (di formazione, Dave, è bassista) pongono il sound dei Darkside parallelo al rock e alla psichedelia. Il processo di scrittura pare quindi mutato rispetto all’EP "Clown & Sunset" (in cui la coppia coniugava brillantemente: groove superslow e chitarrismo funky minimo, come nell'apice “A1”; blues desertico, “A2”; mantra sfatti, “A3”): i tempi si allungano, lo spazio si dilata, il rumorismo si fa spazio, prepotente, per un primo piano. Ciò è dimostrato, al netto di un’espressività martellante in senso più clubby (nonché disco tout court: si senta l’apporto della chitarra), anche in “The Shrine I’ve Seen” e nell’attacco di “Freak, Go Home!” – dal synth dapprima grezzo e poi noise-rave, a materializzarsi e scomparire.

Paper Trails” è, insieme, l’episodio più compatto e catchy del disco: voce pervasiva, un bizzarro soul in decadenza urbana, che nei vuoti (esaltati in senso ritmico e ambientale) coesiste con una chitarra blues-rock minima - sensuale e frastagliata. “Metratron”, a chiudere il disco, è un desolato rimpasto blue-wave dagli echi dapprima pinkfloidiani, poi ambient.

Molti lo hanno già eletto (Pitchfork in primis: nove, non credo a ragione) a masterpiece (lo era, sopra ogni altra cosa nel genere, “Space Is Only Noise”: un seguito pare atteso per la prossima primavera). Per chi scrive, si può tranquillamente parlare di disco (estremamente) efficace nel suo intento concettuale ed estetico (roba mai scontata); ma anche di un percorso che necessiterà, per essere reso unico e inattaccabile, di un accomodamento in senso più compatto - questo, vero punto di forza dell’EP “Clown and Sunset”. 

V Voti

Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 11 voti.
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modulo_c 7,5/10
rubiset 7,5/10
ciccio 8/10
Cas 7/10
target 7/10
antobomba 8,5/10
Valanga 8,5/10

C Commenti

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Filippo Maradei alle 17:33 del 29 ottobre 2013 ha scritto:

Qui più spazio alle chitarre e meno groove, più chiusura e meno esplosioni, ma dentro ci sento molto il Trentemoller di "Into The Great Wide Yonder". Tra psichedelia e luminescenza. Ho ascoltato ancora poco ma quel poco è fascinoso.

modulo_c (ha votato 7,5 questo disco) alle 23:12 del 29 ottobre 2013 ha scritto:

Dopo "Space is only noise" vedo il Jaar come un profeta. Ogni nuova sua nota da bere come acqua per un assetato nel deserto. L'album mi piace, piacevolmente contaminato dal socio. Molto solido, ogni traccia godibile, nessuna caduta. Le mie preferite "Heart", The only shrine I've seen" e la splendida chiusura sognante "Metraton". Signori, questo e' un disco che puo' girare milioni di volte dentro il Marantz senza fare una piega. Mentre si aspetta il prossimo Jaar.

Cas (ha votato 7 questo disco) alle 19:11 del 24 dicembre 2013 ha scritto:

Un Jaar che suona di più e campiona meno (anche se poi siamo sempre in territori sampledelici), per brani grassi e dalle tessiture densissime. Non pochi, poi, i punti di contatto con un Matthew Dear (nel mood techno-soul, nei paesaggi chiaroscurali, nelle dinamiche meccaniche ma dotate di una buona profondità sonora). Di pezzi che farò fatica a togliermi dalla testa ne dico uno: Greek Light. La recensione è ottima e inquadra alla perfezione il disco, as usual

LucaJoker19_ alle 23:24 del 22 settembre 2016 ha scritto:

quanto amo golden arrow!