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R Recensione

5/10

Emptyset

Demiurge

Sarebbe bello se la potenza espressiva di “Demiurge” fosse quella a cui si riferisce il titolo stesso dell'opera. Secondo Platone il Demiurgo è il (semi)dio che vivifica la materia rendendola anima del cosmo, è l'anello di congiunzione tra l'astratto e il concreto, tra le idee e la materia. Il significante divino, una sorta di strega (stregone) con la bacchetta magica, come Nocciola, o magari Amelia.

Diciamocelo, un titolo un attimino pretenzioso, ma gli artisti che gli Emptyset citano come influenze trasmettono la voglia di fidarsi, di crederci. Insomma, roba da strapparsi i capelli pestando la mascella caduta a terra: pionieri della scena krauta (Manuel Gottsching, Tangerine Dream), autorità della minimal sperimentale attuale (Mika Vainio, Ryoji Ikeda), vecchie e nuove leve della scena techno passata e presente (Model 500, Drexciya e Sandwell District, Monolake), artisti di un certo peso new wave, ambient e non solo (Suicide, Brian Eno, Vangelis) e tanti, tantissimi altri. Che il duo di Bristol (James Ginzburg, uno dei boss della Multiverse Music network, rete di etichette prevalentemente di impronta dubstep, e il dj Paul Purgas) si sia elevato a semidio aka artigiano dando alla materia sonora forme minimaliste dalle tinte kosmische imbevute di scorribande techno, cambi di passo, divagazioni ambientali, tempeste industrial e spinte avanguardistiche?

Purtroppo gli Emptyset hanno peccato di presunzione finendo con il fare un po' troppi i ganzini. La gran parte delle loro infuenze sono rimaste a pisolare sul letto della storia e poco li aiuta un filosofo greco di un tempo che fu. “Demiurge”, arrivato dopo una manciata di ep e qualche singolo, è il secondo album del duo di casa Subtext, e se il debutto del 2009 era votato ad una techno minimale “convenzionale”, scarna e asciutta con qualche asperità vagamente industriale, il lavoro ispirato alle idee di Platone non riesce del tutto nel suo compito. C'è si una valida manualità (tecnica) nel maneggiare la materia sonora, ma sembrano mancare le idee per dargli significato, una minima traccia emotiva, di vita. La bassline è più corposa, abrasiva e pesante rispetto al passato, dotata di un'aggressività destabilizzante a tratti furiosa e le undici tracce, nella loro durata complessiva di 35 minuti, sanno in un primo distratto ascolto il fatto loro. Beat deraglianti e brevi pause (“Function”, “Monad”, i pezzi migliori), riverberi distorti (“Plane”) e frequenze estranianti (“Departure”, “Periphery”), sfarfallii onnipresenti (“Void”), noise a fiumi (“Return”) e forme schizofreniche (“Sphere”, intrigante) grondanti droga (rigorosamente chimica). Un'industrial techno per un mondo cibernetico dalle sfumature grige, nere, e forse forse color cenere. Colori banditi.

Ma queste sono parole, volte a descrivere l'apparenza, il primo impatto percettivo, quello che sembra e “Demiurge” si rivela in fondo per quello che è e non per quello che presume (pretende?) di essere. Formalmente un buon album, con una struttura portante stabile e deviata a onorare il suo ruolo di “ordinatore”, ma dal punto di vista del contenuto si palesa di una povertà che farebbe prima irrigidire e poi rigirare il Demiurgo nella sua tomba divina. Un album inconcludente e vanesio nel mostrarsi, fintamente accattivante e incredibilmente inespressivo e a conti fatti poco rimane dopo averlo ascoltato. Sonorità che vorrebbero essere sperimentali (notare il condizionale) e esteriormente seducenti, beat abrasivi e invitanti, ma il tutto si rivela una sorta di “specchietto per le allodole”. In fondo abbiamo già i contemporanei Pan Sonic a palleggiare macigni analogici di glitch industriale, il giapponese Ryoji Ikeda a chiedere gli straordinari ad ogni possibile frequenza e gli artisti di casa Hands Productions (Orphx, Incite/, Shorai) ad elevare la scena rhytmic noise allo stato d'arte.

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