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R Recensione

6,5/10

Four Tet

Morning/Evening

Bello perché semanticamente complesso e stratiforme, il mondo. Bello da vedere, da toccare, da assaporare. C’era del geniale panismo nei primi passi di Four Tet: l’idea di poter decrittare innumerevoli linguaggi dallo spioncino di una cameretta, di far poggiare i cateti di natura e cultura sull’ipotenusa della tecnologia. Il tutto in un punto, quel punto in tutto. Poi la geometria si espanse, facendosi ancora più colorata e descrittiva in “Everything Ecstatic”, accogliendo le secolari pulsazioni notturne in “There Is Love In You” (a latere, una prima, fatale concessione alla mondanità), smarrendo infine la propria identità, il proprio peso specifico, divenendo essa stessa mondo (sudicio, pirata, clandestino, rumoroso) in “Beautiful Rewind”, senza più comprenderlo, né esserne compresa: dal closed place all’on air, dall’intimità alla più manifesta esteriorità. Kieran Hebden è già stato, in vita, il mago della folktronica, l’esteta dei remix per i Radiohead, il giovane math rocker in fuga dal proprio decennio, il sodale di Burial, il criticato mecenate di Omar Souleyman: un po’ troppo, forse. Con “Morning/Evening” (concept cosmico invero prototipico per due suite vecchio stampo da venti minuti l’una, pronte per occupare ciascuna un lato di vinile) cerca di tornare, semplicemente, Four Tet: e lo sguardo contemplativo sul mondo, pur nell’encomiabile sforzo di essere ad esso interno ed esterno, si adatta alle nuove prospettive, cosmopolite, universali nel senso più ampio del termine.

Il “Morning Side” si genera da un battito: regolare, essenziale, millimetrico. Le prime vibrazioni meliche preparano il terreno per gli espressivi arabeschi (estremamente lirici o sottilmente pacchiani, a seconda delle prospettive occidentali) della voce femminile di Lata Mangeshkar, qui alle prese con le strofe di “Main Teri Chhoti Bahna Hoon” (dalla colonna sonora di Souten, regia di Sawan Kumar Tak, 1983: l’attrice che interpreta il playback è Padmini Kolhapure, nel ruolo di Radha). La piega ricorsiva che, da subito, assume il campionamento, con un gioco spiraliforme di accumulo e reiterazione ben presto stemperato in un sublime nirvana minimal, autorizza a parlare di arte cut’n’paste applicata al modo tradizionale del rāga. La melodia si sublima a tratti, lasciando intravedere un’ossatura spigolosa, tantrica: solo nei minuti finali i glitch e le tastiere si fanno carico anche dell’afflato ritmico, sfumando con impercettibilità jazz. Il mattino essendo estetico ed estatico, la sera (rievocata nell’“Evening Side”) non può che opporsi ad esso per atmosfera e corporeità: la voce ora si trasfigura in semplice strumento aggiuntivo, barometro operistico lungo le linee di frattura di profonde faglie Idm (Boards Of Canada?). Con la consueta progressività, si completa la metamorfosi di segno opposto: i densi agglomerati melodici vengono inglobati da lunghe sequenze di percussioni techno, la chiusura asciutta e scattante di un movimento per ampie porzioni indefinito.

È ancora bello, il mondo, anche visto da quaggiù. Vale la pena ammirarlo, per una volta, anziché interpretarlo.

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