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R Recensione

7,5/10

Burial

Truant EP

Tutt'altro che pigro, l'ultimo Burial. Il più grande innovatore dell'elettronica post '90s, l'uomo che, risorto dalle ceneri del sound di Bristol (Massive Attack in primis), aveva trascinato il 2-step in territori desolati, anestetizzandone i contorni con campionature soul disumanizzate e proiettando sullo sfondo atmosfere da metropoli post-apocalittica, torna a riprendersi la sua creatura – il raffinatissimo post-dubstep, ci dicono gli esperti di nomenclatura – e per la seconda volta in questo 2012 torna per lasciare il segno.

Dopo il controverso ma interessante "Kindred EP", che aveva diviso gli animi tra chi ne coglieva principi di rivoluzioni e chi poche piccole novità, Burial si ripresenta nella formula ridotta degli EP – ormai dopo "Untrue" solo EP, collaborazioni a quattro o sei mani (Thom Yorke, Four Tet, Bloc Party, Jamie Woon) e remix vari – proponendoci questa volta due tracce due, "Truant" e "Rough Sleeper": la prima affascinante ma tiepida nel complesso, la seconda devastante e incandescente. Ma andiamo con ordine. Entrambe presentano un'andatura obliqua, linee traverse a disegnare pause e ripartenze improvvise, beat disintegrati all'improvviso, riprese azzeranti e groove frammentato un po' ovunque; ma è la sostanza a distinguerle a dovere: "Truant" (6,5) parte lenta e racchiusa, segue un ballo sordo e narcotizzante all'inizio, ma poi si desta in un attimo e inizia a martellare, grave e costante, con partiture 2-step sincopate, colpi bassi e attutiti... ma appena prima di scendere con decisione in profondità ecco che si interrompe a metà e riparte con un'imprevista apertura di orizzonti, riportando alla mente echi di quel misticismo massivo tra trip-hop e dub, per poi sfumare nuovamente in claustrofobiche atmosfere industriali, fredde e metalliche. Un esercizio di stili più che un brano sè, che rinuncia a qualsiasi filo conduttore (i giri deep-house di "Street Halo EP", certa rave old-skool di "Kindred EP") per farsi veicolo stesso di sperimentazioni mordi e fuggi, interessanti per rimandi back in time, ma forse prive di vera anima.

Quel fuoco delle passioni che invece brucia eccome in "Rough Sleeper" (8,5): ancora stop 'n' go nella formula, ma qui le parti divise del brano appaiono fin da subito più corpose, solide, più addentro a una precisa idea musicale, amalgamate meglio tra loro pur nella decisa ripartizione che subiscono. Le frequenze viaggiano basse, scricchiolano, ma la ruvidezza nell'impasto viene subito spazzata via da un synth profetico, un organo di straordinaria bellezza spirituale, saldissimo eppure quasi incorporeo, luce-guida che ci conduce tra incantevoli campionature soul (forse le più belle mai create da Burial, come quel verso desolato a 1.01, ricolmo di tristezza devastante e oblio) e fascinazioni sax oniriche. Un cammino scandito dalla ricerca del sacro, in continua ascesi mistica, che si interrompe, si spezza, ma che continua dritto per la sua strada, a ogni beat più nudo e accecante, a ogni pausa più puro e pulsante, si spalanca a un esoterismo incontaminato, da isola deserta, si riflette in piccoli rintocchi tibetani, per finire disteso lentamente su un'ambient contemplativa con synth effettati sullo sfondo lontano. Vera cabala tradotta in musica.

Anche questa volta, quindi, Burial ha lanciato gli impulsi giusti: pulsioni nuove, futuristiche, passioni esorcizzanti, flessioni audaci e un'inedita patina celeste, illuminante e ristoratrice. Sta a noi trattenersi alla superficie o perdersi negli abissi.

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Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 6 voti.
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JetBlack 6,5/10
Dusk 6,5/10

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