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R Recensione

9/10

James Blake

James Blake

Il silenzio, dicevamo. Un momentaneo buio denso di attesa, e una strana sensazione di ineluttabilità. Stava per succedere qualcosa di grosso, di definitivo, l'unica cosa da fare era portare i sensi al loro massimo livello di attenzione. Come nel finale di uno spettacolo pirotecnico, dopo l'esplosione dei fuochi migliori, i più potenti e variopinti: le nostre mani applaudono soddisfatte, ma i nostri nasi rimangono puntati verso il cielo, ad aspettare l'ultimo colpo che sancisca definitivamente la fine dei giochi.

E' così che si sentiva la comunità dubstep alla fine del 2010. Inebriata da un anno colmo di ottimi lavori, stordita dall'originalità delle ultime mosse. Ancora in procinto di metabolizzare quelle strane evoluzioni future bass, ancora incerta sulle direzioni intraprese dai pezzi grossi della scena ("cosa c'entra adesso la trance?"). Poi un silenzio durato alcuni mesi, e un brusio di sottofondo che andava accrescendosi sempre più, incomprensibile prima, assordante poi: "Blake... Blake... Blake...".

James Blake è semplicemente l'album più hyped di tutto il 2011. Tutti sembrano così impegnati a cercare di convincerci che questa attesissima opera prima sarà uno dei dischi dell'anno, quando praticamente l'anno non è ancora nemmeno iniziato. Tutti ad additare questo londinese poco più che ventenne come il nuovo genio, qualcuno ostinandosi addirittura a definirlo uno degli artisti più importanti dell'anno appena concluso, basandosi solo su alcuni EP. Un accanimento sfrontato e sicuramente esagerato, che come sempre rischia di mettere l'artista in cattiva luce e che di certo mal dispone la critica.

E pensare che non ce n'era alcun bisogno, perchè la musica parla da sé: l'album suona come pochissime altre cose sentite fino ad oggi, e raggiunge alti momenti di lirismo. Delicato e malinconico, a volte romantico ed emozionato, Blake reinventa il soul lungo bassi e schegge di ritmo, ricordando facilmente i primordi di Burial, e collocandosi molto vicino al recente North del trio Darkstar. Un sad-step enigmatico e destrutturato che cavalca la recente nuova esigenza di emozionarsi con le invenzioni dell'elettronica.

James Blake gioca con le pause, con le aritmie, con le distorsioni campionate della propria voce, che assurge qui a ruolo di raro e sorprendente protagonista. Con la passione di un Thom Yorke ai tempi di Amnesiac, gioca con i canoni del genere, stravolgendone gli equilibri. Dove prima regnavano le bassline ora si crogiola un minimalismo quasi da microhouse. Ma non appena si ha la sensazione di essersi finalmente ambientati, eccoci sommersi da scariche dub che danno un brivido alla schiena ancor prima di arrivare all'orecchio. Non lascia punti di riferimento, ma non ti abbandona nel caos: sono gli stessi contributi vocali a condurti con sicurezza e costanza lungo l'ascolto, sovente accompagnati dalle note di un pianoforte innamorato.

Il post-dubstep è ormai una creatura ibrida dai lineamenti indefinibili. Persa ogni caratteristica strutturale, è diventato ormai il territorio preferito delle menti più estrose e creative, che con coraggio lanciano il cuore oltre l'ostacolo con proposte illogiche ai limiti della follia. E capaci di far impazzire, visto che a ragionarci troppo si finisce per non cavarne un ragno dal buco, quando Unluck rivisita il dub come fosse l'r'n'b, o quando I Never Learnt To Share trasforma un lamento struggente in un'orgia di synth. Ma questo lavoro è anche in grado di scaldare l'anima, con le combinazioni a più strati di To Care (With You), col disarmante flusso emotivo di Measurements, o anche soltanto con semplici vocalizzi in Lindesfarne.

A cercare di capire il movimento disordinato del mare c'è da perdere la testa. Meglio non farsi domande e lasciarsi cullare dalle onde.

C Commenti

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REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 8:45 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

"Tutti sembrano così impegnati a convincerci che questa attesissima opera prima sarà uno dei dischi dell'anno, quando praticamente l'anno non è ancora nemmeno iniziato."

E tu no Carlo? Dai che battiamo (di 2 settimane) il record dell'anno scorso eheh.

synth_charmer, autore, alle 9:37 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

vero, ora lo dico anch'io però ora, che abbiamo l'album, non sulla fiducia un anno fa!

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 10:36 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

A sentire la title-track sembra di sentire Antony. O sono impazzito?

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 11:52 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

RE: Antony

Tranquillo Fa', ce lo sento molto pur'io: ma più che per il tono in sé, trovo somiglianze nell'impostazione tonale, per come modula le corde e raggiunge risultati di tremulo e frammentato. Il disco l'ho fatto mio appena ho sentito 'sta bellissima traccia e letto la rece; per quel poco che ho sentito (mi sono forzato di non ascoltarlo tutto ieri notte 'ché non sarei stato in grado) ho trovato parecchi punti di contatto anche con Burial. L'idea limitatissima che mi sono fatto è più che buona. Messaggio per la regia: la tracklist è quella dell'EP "Klavierwerke".

sfos (ha votato 8 questo disco) alle 10:50 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Mi sento di poter dire che questo disco avrà un'influenza enorme sui futuri movimenti elettronici, come la ebbero, per dire, un Kid A o un Endless Summer dieci anni fa. Eccellente.

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 12:02 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Wow... 9!

Anche io, incuriosito, me lo sono procurato. Il brano proposto è veramente bello. Trattasi però di cover (Feist, "The Reminder", ). E caso più unico che raro, una cover riesce a eguagliare l'originale...

Ora vediamo come se la cava con i suoi brani!

target alle 12:07 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Tracklist cannata, sì. Pazientate.

synth_charmer, autore, alle 12:08 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

La cover di Feist rende malissimo sul tubo causa deterioramento totale delle basse frequenze, e non è poi così rappresentativa dei toni dell'album nel suo complesso, ma è l'unico video disponibile al momento. Il prossimo singolo dovrebbe essere I Never Learnt To Share, e quello sì che è uno splendido esemplare, forse la traccia più bella. We'll wait

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 12:13 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

RE:

"...e non è poi così rappresentativa dei toni dell'album nel suo complesso". Ecco, ora inizio a spaventarmi! Mi sembrava strana questa improvvisa convergenza di gusti

synth_charmer, autore, alle 12:18 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

RE: RE:

ahaha ma se tutto l'album suonasse come la cover non si potrebbe più parlare di originalità e poi, il resto è molto meglio!

loson (ha votato 8 questo disco) alle 13:35 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Per una volta sono d'accordo col collega Tigato Affa: esordio sorprendente, un sound che si lascia alle spalle i tre ep del 2010 (tutti scarsini, come il 99% delle uscite dubstep che ho ascoltato l'anno passato) e riesce a dire qualcosa di veramente nuovo in ambito elettronico. Persino l'etichetta Future Garage, indicante una forma di "2-step" dreamy (leggasi "Untrue", il vero punto di partenza per l'operazione di Blake) o dall'appeal spaziale, pare riduttiva per un lavoro come il codesto. L’elemento sconcertante è la giustapposizione dialettica fra due modalità compositive/esecutive/stilistiche: da un lato la tavolozza grumosa del dubstep (se ancora ha senso usare il termine…), le deformazioni sonore, il pitching vocale, le asimmetrie ritmiche qui portate a un parossismo "narcotico" di destrutturazione che, più che la micro-house, sfiora il glitch tout court; dall’altro il raccoglimento della tradizione crooning, un melodiare soul di lancinante tristezza, pianoforte jazz da contemplazione notturna, gospel bianco e fieramente post-apocalittico, persino assaggi folk ("Lindesfarne II"). Blake agisce su ogni unità spazio/temporale con foga immane (ma sottovoce, ecco il piccolo miracolo!), plasmando i brani in itinere: l’entrata di un nuovo loop, uno scricchiolio polveroso, un aggiustamento della linea melodica, sono tutti vocaboli di una grammatica già nota ma vista da una nuova prospettiva. Le ritmiche paiono sgambettanti, come un esercito di stuzzicadenti che cercano invano di tenere il tempo. Le linee vocali in multitraccia, ciascuna “trattata” e filtrata secondo una diversa prassi (una pulita, un’altra ripassata con l’autotune, un’altra ancora triturata e “resettata” in loop come in "I Mind"), sono gestite dal musicista londinese sfruttando al massimo le sue capacità polifoniche e contrappuntistiche.

A volte, è vero, il canto ricorda un Antony più asciutto e bluesy (“I Never Learnt To Share”), altre il respiro catramoso di una Billie Holiday fatta (androide) maschio (“Unluck”); in ogni caso, il senso di fragilità e solitudine che trapela dall'accoppiata piano/voce resta tipicamente femminile, per di più legato idealmente alle grandi "dark ladies" del jazz vocale (Patty Waters, Nina Simone, Helen Merrill).

Un'ultima cosa che ho notato... La pratica del “crescendo” è piuttosto inusuale in campo dubstep (a differenza di quanto accade in certo glitch): in genere il tracciato-tipo di un brano dubstep è piano, nel senso che o si parte già in quarta con la ritmica (schizzata quanto si vuole) o si lascia che la tensione si generi per forza d'inerzia, dallo "sfregamento delle "superfici sonore", mantenendo però l'andamento lineare della traccia. Blake, dal canto suo, fà del crescendo una forma espressiva privilegiata: basti pensare all'oceano di tastiere ronzanti che inonda gradualmente “Wilhelms Scream” e lo porta al climax di beatitudine, ma si potrebbero fare tanti esempi in questo senso...

A conti fatti, “James Blake” non solo è uno dei pochissimi album di matrice dubstep che funziona dall’inizio alla fine (l’altro, nel caso non si fosse capito, resta “Untrue”), ma in esso si agita un condensato di idee forse rivoluzionarie per il futuro dell'elettronica (e non solo). Staremo a vedere se la profezia di sfos si rivelerà corretta. Intanto, io continuo a godermelo.

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 14:01 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Giusto Nina Simone. E' sono questi (quelli sul versante più blues)i brani che al momento mi stanno piacendo maggiormente (give me my monht, why don't you call me, i never learnt to share). Il resto va metabolizzato, essenzialmente per la personale poca abitudine a queste sonorità. Ad ogni modo, intrigante...

hiteck (ha votato 5 questo disco) alle 19:15 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Voce graffiante... non c'è che dire... resto comunque perplesso dal fatto che la miglior canzone sia una cover e le altre mi sembrano solo variazioni sul tema... alcune interessanti, ma niente di essenzialmente coinvolgente.

Per apprezzare tutte le 11 tracce di seguito ci vuole più di qualche bicchiere di vino.

E solo con l'ultima, Measurements, ho avuto quello che si suol dire "un sussulto".

Un voto? Se avesse fatto a meno dei sintetizzatori a mio parere avrebbe fatto un eccellente lavoro... così rischia solo di confondersi.

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 19:53 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Oggi gli ho dato parecchi ascolti integrali: l'entusiasmo iniziale si è un po' smorzato, e in parte condivido quanto espresso da hiteck. Il problema non sono le distorsioni, il vocoder, i riverberi e i fremiti vocali in sé, che pure sono estremamente belli da sentire; il problema si pone quando tutto questo non è accompagnato da una solida base delle tastiere o delle drum machine. Eccezion fatta per "To Care (Like You)" e "Why Don't You Call Me", Blake si esprime quasi unicamente con la voce, alzando una nebbia fittissima fatta di continue pause e giochi d'equilibrismo che rischia di apparire inconcludente e perdersi in se stessa proprio perché manca un ritmo di fondo, incastri di beat, arrangiamenti, sovrastrutture strumentali di alcun tipo. E' un lavoro fin troppo minimale, quasi scarno, una bolla d'aria... e tutto questo non fa altro che confondere l'ascoltatore, perlomeno il sottoscritto: perché poi si resta piacevolmente stupiti per l'eccezionale cura delle millemila asimmetrie e soluzioni tonali e la chirurgica precisione con cui sono stati posti questi tipi di supporti alla voce e la voce stessa. Sicuro devo dargli altri giorni, però davvero non so che pensare.

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 20:18 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Anche io oggi gli ho dato parecchi ascolti attenti. Insomma, lo trovo affascinante, ma alla lunga mi dà la sensazione di girare un po' a vuoto. Certo, quando ci sono solo la sua voce e il piano è da pelle d'oca. E' vero però che anche secondo me il brano migliore è la cover. Capisco l'originalità, la sperimentazione sonora, la complessità di un genere che conosco poco, ma per me la cosa più importante resta sempre la canzone, e quindi la sua struttura armonica e la sua melodia. E qui, peculiarità del genere (?), sono in secondo piano.

synth_charmer, autore, alle 20:29 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Alcuni spunti di riflessione: 1) La voce è protagonista, e già questa è una preziosa rarità in un album dubstep 2) Non è poi tanto minimale, sono sicuro che salvatore, dal suo punto di ascolto, dirà che molte tracce sono fin troppo cariche d'elettronica 3) sull'intreccio voce-suono loson ha scritto una bellissima disamina: la maggior parte delle tracce entrano in metamorfosi durante l'ascolto, con le due componenti che si passano il testimone rovesciando la prospettiva. I Never Learnt To Share è per me il miglior esempio di quest'aspetto: pura voce all'inizio, poi le stratificazioni che si complicano, poi i giri di basso penetrano i versi, finchè alla fine dominano i suoni, profondi e perfettamente cesellati. 4) (sarà scontato, ma..) E' un album (post)dubstep! Chiedere di togliere la componente elettronica è come chiedere a Chagall di togliere i colori 5) Senza dubbio il disco confonde, perchè non rientra in nessuno schema conosciuto. Io la vedo come una grossa qualità 6) "a ragionarci troppo si finisce per non cavarci un ragno dal buco" (cit. ) ogni ipotesi fatta viene smentita ad un secondo ascolto più attento, anche dopo svariato tempo. Non succede spesso nell'arte

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 20:54 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Sicuramente "I Never Learnt to Share", "Limit to Your Love" e "To Care (Like You)" sono le più belle, e riuscitissime realmente in ogni aspetto. Però il resto Carle', tutto il resto, è come se girasse sempre intorno alle stesse coordinate. A tratti lo adoro, ad altri non mi convince.

crisas (ha votato 5 questo disco) alle 21:47 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Si, c'è qualche idea nuova nell'arrangiamento e ritmo ma cavolo ...non puoi spalmarla in ogni canzone, il risultato è una monotonia esagerata, dopo due canzoni diventa troppo banale e costruito. Peccato, Limit to your love mi era piaciuta molto e comunque la voce di James non è affatto male.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 22:59 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

RE:

"Si, c'è qualche idea nuova nell'arrangiamento e ritmo ma cavolo ...non puoi spalmarla in ogni canzone, il risultato è una monotonia esagerata" --> Pure "Pornography" è monocorde e fatto di due-tre idee, ma per me resta splendido. Idem "Highway 61 Revisited". Idem "You're Living All Over Me". Con questo non voglio criticare il tuo gusto, solo notare come tantissimi capolavori non facciano altro che sfruttare poche, ma geniali, intuizioni. Cosa che fà anche questo disco qui. Per inciso, anch'io all'inizio percepivo una certa pesantezza nell'insieme, ma col prosieguo degli ascolti ogni brano mi sembrava splendere di una luce peculiare, a suo modo unica. Ciò non toglie che, effettivamente, il disco sia assai omogeneo e uniforme ma, ripeto, per me non è assolutamente un limite.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 23:01 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

"I Never Learnt To Share è per me il miglior esempio di quest'aspetto: pura voce all'inizio, poi le stratificazioni che si complicano, poi i giri di basso penetrano i versi, finchè alla fine dominano i suoni, profondi e perfettamente cesellati." ---> Quando entrano le tastiere, con quel giro jazz virato cyborg, è l'estasi.

sfos (ha votato 8 questo disco) alle 23:04 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

Mah, la ripetitività a mio avviso è un elemento che da sempre caratterizza le produzioni dubstep (e non solo, anche l'elettronica fourtettiana e co. è piuttosto ripetitiva): anche a livello vocale, ad esempio, è sempre stato tutto basato su sample ripetuti all'infinito entro strutture chiaramente circolari. Qui invece i sample vengono sostituiti da una voce vera, intensa, bellissima: e anche la base strumentale, è un continuo flusso magmatico che entra pian piano sottopelle. Comprendo comunque che per alcuni possa risultare noioso: ma per me, Blake ha fatto il colpaccio: ha unito in un sol colpo Burial, Fennesz, Bon Iver, Jamie Lidell e Kanye West.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 23:09 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

"ha unito in un sol colpo Burial, Fennesz, Bon Iver, Jamie Lidell e Kanye West." ---> Mi sa che West rimarrà a vita "quello dell'autotune", porello. ;D Bellissimo commento, though.

sfos (ha votato 8 questo disco) alle 23:15 del 18 gennaio 2011 ha scritto:

RE:

Ahah grazie, meglio quello tuo di prima però

hiteck (ha votato 5 questo disco) alle 10:40 del 19 gennaio 2011 ha scritto:

Sono andato a scovare un ascolto di qualche mese fa, un CD che non c'èntra niente con l'elettronica, ma che ha lo stesso ritmo, voce molto simile, melanconia-monotonia di base identica, da ascoltare a pillole: Antony And The Johnsons del 2009, The Crying Light (Secretly_Canadian,_2009).p0-r2045" target="_blank">http://www.storiadellamusica.it/Antony_and_the_Johnsons_-_The_Crying_Light_(Secretly_Canadian,_2009).p0-r2045)... ora provo ad ascoltare Black decontestualizzando i brani.

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 11:08 del 19 gennaio 2011 ha scritto:

RE:

Ne parlavamo giusto io e Fabio qualche riga più giù... non a caso quello di Antony è uno dei nostri dischi preferiti del 2009!

sarah (ha votato 8 questo disco) alle 14:52 del 20 gennaio 2011 ha scritto:

Emotional dubstep a tinte forti, già un classico del 2011, sottoscrivo il commento di mastro Loson.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 17:45 del 20 gennaio 2011 ha scritto:

RE:

"sottoscrivo il commento di mastro Loson" ---> Chiamami pure Sua Maestà... ;D Ok, sono un coglione. Sono un coglione e tu hai come sempre gusti ottimi.

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 15:45 del 22 gennaio 2011 ha scritto:

Giunto alla conclusione che è un album finemente studiato ma modellato male: il materiale originario adoperato è davvero eccelso, manca quel pizzico d'invettiva in più nelle basi che l'avrebbe innalzato a capolavoro del genere e pietra miliare; e quindi ecco cos'è quest'album: un peccato universale.

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 13:06 del 23 gennaio 2011 ha scritto:

Complesso, ripetitivo, ispirato... mi affascina, ma resta un po' distante. I brani non sono all'altezza di una voce strabiliante.

Cas (ha votato 8 questo disco) alle 11:09 del 26 gennaio 2011 ha scritto:

veramente un gran lavoro: sembra in alcuni momenti di essere di fronte ad un "negativo" del dubstep (è vero, non bisognerebbe più usare questa etichetta...), in altri di avere a che fare con il suo nocciolo pulsante, altre volte ancora rimane solo lo scheletro svuotato e spolpato. Insomma, geniale!

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 12:59 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

Sarà che con l'età sento solo più le note basse e qui, tra "Unluck", la seconda parte della cover di Feist, e "To Care" mi si sono risvegliati i padiglioni 3 volte; sarà che Antony è più che una sensazione (ma allora perchè di là si parlava di "costrutti armonici inesistenti", "povertà compositiva" e "stucchevole inconsistenza" mentre qua queste forme scheletriche piacciono tanto?, e perchè il "vibrato mozzarelloso" di Antony qua diventa sublime?, e perchè l'iperbole Antony-Scott Walker fu "azzardata", mentre il paragone Blake-Nina Simone è scontato?). Comunque, fuor di polemica: la voce è molto bella e mi piacciono tanto anche gli accorgimenti tecnologici che la rendono così "aliena" (certo per paragonarlo a Nina Simone vorrei sentirlo dal vivo), giusta la considerazione di Carlo (e bella la rece) in merito alle basse frequenze di "Limit to your Love" e quella di Los circa l'uso del crescendo. Capolavoro secondo me no, ma gran bel disco sì. 7,5 arrotondato anche questa volta. Da domani ricomincerò a fare il tirchio.

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 13:00 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

RE: Da domani ricomincerò a fare il tirchio.

A meno che non esca un disco di Antony...

loson (ha votato 8 questo disco) alle 18:02 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

RE: RE: Da domani ricomincerò a fare il tirchio.

Ma no, stai andando così bene. Don't ever change!

loson (ha votato 8 questo disco) alle 17:58 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

RE:

Mah, Fab, io un timbro e un'interpretazione in stile Antony qui li sento solo in "I Never Learned To Share" e nei due bozzetti per sola voce e piano "Why Don't You Call Me" e "Give Me My Month" (brano che, nei suoi due minuti scarsi, sfodera più soluzioni armoniche di quelle escogitate da Antony in tutta la sua carriera: progressioni ardite nell'introduzione, accordi di undicesima, tredicesima, tempi sospesi, una mano sinistra che giostra i bassi da jazzista consumato, etc.). Negli altri brani Blake mostra uno stile personale, senza contare la varietà di registro che le manipolazioni elettroniche garantiscono. Magari mi sbaglio, ma la mia sensazione è questa.

In "I Never Learned To Share" - come negli altri brani melodicamente "scheletrici" - di ripetitivo c'è, appunto, solo la melodia vocale, perchè il tessuto ritmico-armonico (qui le due componenti sono inscindibili) varia in continuazione; esorto di nuovo a prestare attenzione all'entrata della tastiera a 2:20 e poi al progressivo smantellamento del giro armonico, culminante nel drammatico "acuto" a 3:40, dal quale il brano riemerge con una "pettinatura" completamente diversa. Può darsi che in altri pezzi le melodie siano "scheletriche", ma il punto è che, visti gli scopi di Blake, non potrebbe essere diversamente; è il loro essere scheletriche a renderle perfettamente funzionali all'idea rivoluzionaria di fondere dubstep (è musica elettronica, la ripetizione è una sua componente essenziale) e cantautorato. Se Antony invece di fare due accordi di piano e mugolare avesse escogitato una struttura come quella di "I Never Learned To Share" o "To Care (Like You)", l'avrei esltato come un genio. Ma non l'ha fatto. Ah, se poi il paragone con Nina Simone ti disturba così tanto lo togliamo, eh... ;D

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 18:58 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

RE: RE:

A ho capito: qui è tutto "funzionale alla rivoluzione" mentre di là era semplice carenza di idee... Mah! Vabbè mo la smetto che sto paragone l'ho abbastanza forzato, diciamo però che scarnificare il "genere" di Blake (basta con sto dubstep che è diventato come il post-rock: ormai basta che ci siano due battute lente e parte il dubstep-qualcosa... io in questi solchi ci sento persino del trip-hop, per dire) offre uno spettro di possibilità più ampio rispetto al genere di Antony (che è semplicemente "rock"). Vabbè adesso mi vado ad ascoltare "Live at Ronnie Scott's" ...

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 12:35 del 30 gennaio 2011 ha scritto:

RE: RE:

Matteo, ma come non ti piace Antony?

No, a parte gli scherzi, difficile rispondere ad un commento tecnicissimo come il tuo. Prima di tutto, io non ci sento tanto questa somiglianza con Antony, a parte qualcosina nel canto, sebbene senta in entrambi un debito nei confronti di Nina Simone (più in Antony, ad ogni modo). E proprio a proposito di Nina Simone e della questione accordi, credo che molte canzoni della stessa siano costruite proprio su pochissimi accordi (io non conosco la musica, quindi vado a sensazioni, correggimi, nel caso. Una Ain't Got No...I've Got Life, per esempio?). Potrebbe anche non essere necessariamente una discriminante, ad ogni modo... Mi verrebbe da fare un parallelo con la letteratura: Baudelaire era un poeta classicissimo e "ripetitivo". Non ha fatto che scrivere sonetti classicissimi, zeppi di figure retoriche ripetute e classicissime, tutti in alessandrini(!!!). Rimbaud ha violentato la lingua e non ha mai scritto una poesia simile ad un'altra. La grandezza di entrambi è indiscutibile, però. Bisogna vedere anche qual'è l'intento che c'è dietro un prodotto artistico. In conclusione, Blake (che continua a piacermi discretamente) avrà anche più frecce musicali da sparare col suo arco, ma qui di canzoni come quelle contenute nei primi due album di Antony (twilight, cripple, hitler, hope there's someone, for today, bird guhl, river of sorrow) non vi è traccia, a mio avviso. Da un punto di vista lirico, innanzitutto, ma anche da un punto di vista della variazione emozionale. Antony tocca (soprattutto con la voce, ma non solo) il panico, la drammaticità, l'abisso, la tenerezza, la delicatezza, la gioia di vivere, la passione, la malinconia, il romanticismo, la dannazione e la redenzione. Io questa varietà in Blake non ce la sento. E non parlo di tutta la discografia di Antony, mi limito ai primi due album. Tra l'altro il primo è così musicalmente piatto? Ad orecchio non mi sembra così statico (Matthew, questa è più una domanda che un'affermazione. Dimmi se sbaglio, e falciami pure ).

Che poi tutto questo paragone regge fino a un certo punto, effettivamente, visto che i due si esprimono in campi piuttosto divergenti... ma forse neanche tanto...

loson (ha votato 8 questo disco) alle 14:20 del 30 gennaio 2011 ha scritto:

RE: RE: RE:

Eh Sal, Antony non l'ho quasi mai gradito. Il primo album, è vero, vanta una varietà maggiore, idee più fresche, ed è anche quello che preferisco. I due dischi seguenti - soprattutto "The Crying Light" - li ho trovai di una pochezza imbarazzante (unica canzone veramente bella: "Epilepsy Is Dancing"). Poi Antony ha una voce molto personale, lo riconosco senza problemi: quando non sbrodola e viene supportata da una scrittura decente, ha un fascino innegabile. Blake però mi piace di più, sono scincero. Anche liricamente, quel "My brother and my sister don't talk to me, but I don't blame 'em" ripetuto in mantra acquisisce uno spessore emozionale e poetico tale da lasciarmi senza parole. Per quanto riguarda le canzoni: a mio giudizio il paragone proprio non esiste, sono due mondi comunque diversi: Blake può partire da un arrangiamento, da una combinazione di loop e creare la canzone partendo da lì, lasciando per ultima la definizione di una linea melodica; Antony secondo me procede in senso opposto (che poi è il senso comune nel mondo cantautorale, tranne qualche eccezione). Ecco perchè, nel momento in cui hai fra le mani un disco come quello di Blake, non puoi scindere la scrittura dalla produzione: i due aspetti sono talmente compenetrati da completarsi a vicenda. Antony fà cantautorato classico in tutto e per tutto, punto. Blake fà qualcosa di più ardito (almeno dal punto di vista formale, concedimelo ), qualcosa di cui non riesco a rintracciare precedenti. Ma anche prescindendo dal "fattore novità", le canzoni di Blake mi prendono mille volte di più, forse perchè sento parecchie affinità col dubstep più triste, emotivo (ecco Burial). Tu e l'elettronica non mi sembra andiate molto d'accordo (correggimi eh, vado a feeling ;D), e forse è anche questo che ti preclude un coinvolgimento più intenso nelle canzoni di Blake. Poi magari sbaglio, ripeto.

La questione Nina Simone è mooolto complessa, la rimandiamo a un'altra volta, che dici? ;DDD

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 20:17 del 30 gennaio 2011 ha scritto:

RE: RE: RE: RE:

Sì sì, Matteo, io e l'elettronica non siamo mai andati molto d'accordo. Massive Attack, Portishead, Air, Stereolab e poco altro...

Dici una cosa interessantissima e verissima: "Blake può partire da un arrangiamento, lasciando per ultima la linea melodica, Antony il contrario".

Avevo espresso una considerazione simile qualche commento più in basso... Credo sia proprio questa sensazione a non andarmi giù fino in fondo.

Un arrangiamento per me è un artificio, un abbellimento, un qualcosa di fondamentale, ma non imprescindibile; non può essere il motore di una canzone. Un bel brano deve funzionare col solo suono di piano o chitarra. Tutto il resto è non solo bene accetto, ma graditissimo, intendiamoci, ma non la sostanza prima di un brano.

Ora, il mio dubbio è: Le canzoni di Blake (discorso assurdo, lo so, perché non è questo l'intento di Blake, né tantomeno il suo obiettivo)

reggerebbero sul solo suono di un pianoforte? Questo però è un problema personale che parte da una concezione di musica altrettanto personale e forse anche un po' limitata...

Sai, questa cosa delle frasi che ti lasciano senza parole... capita spesso anche a me. Frasi apparentemente innocue (del tipo "riding on city buses for a hobby is sad" o "I don't think you meant to each other, but to something else,

someone else )che mi si stampano in testa. Mah...

Nina Simone, quando vuoi tu! Nessuno mi scombussola dentro come lei!

galassiagon alle 17:33 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

Un consiglio :

state calmi con i voti.

Caspita abbiamo un discreto, un buono, un eccellente...non bastano!

Ponderate gente ponderate

Krautrick alle 14:45 del 30 gennaio 2011 ha scritto:

Matteo, Stephen King ti fa una pippa smack

loson (ha votato 8 questo disco) alle 15:05 del 30 gennaio 2011 ha scritto:

RE:

Ahahahah, carino lui... ;D Smack smack!

FeR (ha votato 10 questo disco) alle 22:47 del 30 gennaio 2011 ha scritto:

disco importante, profondo, vitale. Lucida e puntuale la recensione, complimenti :**

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 12:55 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

Eccco! Bon Iver! Non riuscivo a capire chi fosse, sentivo qualcosa di familiare ma non riuscivo a collegarlo... l'ho letto adesso di sfuggita nei commenti qua sotto, non ricordo chi l'ha notato... c'è più Bon Iver che Antony in questo disco, che ormai alle mie orecchie ha più connotati gospel-soul che dub-quellochevipare!

sfos (ha votato 8 questo disco) alle 13:18 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

A me fa impazzire quel momento in I Never Learnt To Share, più o meno al minuto 0:50, in cui entrano in scena quei synth che oserei definire "astrali": con quella voce e quel testo creano una delle atmosfere più stranianti che abbia sentito negli ultimi anni.

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 13:56 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

il disco non l'ho ancora ascoltato "seriamente", ma vorrei comunque parlare di "limit to your love". ecco, molto semplicemente, la trovo di una bellezza disarmante. quei bassi oscillanti che entrano in scena dopo la prima strofa e il pianoforte, che tenta di non farti scivolare in quel vuoto creato... il modo in cui questi due elementi, poi, convivono nell'ultima parte della canzone; alcune immagini, molto potenti, che rimandano le sue liriche ("there’s a limit to your love, like a waterfall in slow motion "; i can't read your smile, it should be written on your face, i'm piecing it together, there's something out of place"): tutto ciò è magnifico, almeno per me. in merito alla voce, qualche assonanza con antony è possibile rintracciarla (circa l'altezza tonale, nel "pitch" percepito e in qualche modulazione): qui, però, il tutto mi pare, sì, molto emozionante, ma ben più disincantato e irreale. infine, anch'io, come Fabio ho percepito una "vicinanza", nel canto, con bon iver. prime ottime impressioni su questo artista, dunque.

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 14:10 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

naturalmente ho preso anche una parte di testo del brano di feist facendo confusione (non c'è nella versione di blake), il quale è altrettanto straordinario, per me.

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 15:26 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

"il quale è altrettanto straordinario, per me".

Beh, sì, diciamolo... che molto spesso se si pensa al Canada si pensa ad altro (anche giustamente), ma feist ha fatto due signori dischi, un po' discontinui, ma con all'interno alcune canzoni notevoli (e "limit..." è una di queste, ovviamente)!

FeR (ha votato 10 questo disco) alle 15:53 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

Ho riletto la recensione e mi convinco che sia davvero miratissima. La apprezzo perché a mio avviso questo è un disco ridotto ai minimi termini: è "semplicemente" cantautorato su strutture dubstep (ok c'è la componenente soul, ma la considero già inclusa nel canovaccio dubstep). E la recensione è lineare, mira su un paio di concetti e li sviscera, non perde tempo in mille paragoni, non tira in ballo nomi che potrebbero confondere, come ho visto invece fare altrove. Di nuovo complimenti a Carlo.

synth_charmer, autore, alle 16:19 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

oh, grazie FeR mi fa piacere che la rece sia apprezzata, anche perchè non sono mai soddisfatto del risultato finale, mannaggia.

Totalblamblam alle 20:24 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

il tizio ha un casa discografica con tanti soldi...hanno tolto i white lies deo gratias e la tube londinese ora è tutta per lui (incredibile solo a oxford circus due mega poster per lui, a piccadilly una e sono i punti nevralgici per il dubstep indie di classe?)...non ho voglia di sentirlo potrebbe deludermi subito lo so ahahahha

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 10:13 del primo febbraio 2011 ha scritto:

sì Salvo, dici bene, artista che bisognerebbe approfondire maggiormente: a livello personale, ho un buon ricordo di the reminder; poi non l'ho quasi più seguita. sempre che tu non ne sia già a conoscenza, ti segnalo un suo pezzo(che trovo quasi perfetto)con i grizzly bear,"service bell", una delle composizioni di punta della compilation "dark was the night"

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 10:43 del primo febbraio 2011 ha scritto:

RE:

Nella stessa compilation c'era anche Train Song" in coppia con Ben Gibbard, altra bella interpretazione...

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 20:18 del primo febbraio 2011 ha scritto:

RE:

Sì sì hiper, conosco il brano. Dove ci sono i Grizzly bear, ci sono anche io

e poi come per Fil la compilation è zeppa di artisti che adoro (potrebbe bastare il solo Murdoch), anche se a, a dire il vero, il tutto mi ha lasciato piuttosto indifferente. Salvo solo qualcosina, e questo qualcosina, paradossalmente, non riguarda gli artisti che preferisco e da cui mi sarei aspettato qualcosa di più. Feist sì, ancora oggi ascolto mushaboom(si chiama così?) e mi sollevo tre metri da terra: una canzone di una leggerezza e un brio che poche volte...

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 10:54 del primo febbraio 2011 ha scritto:

Mica la conoscevo 'sta compilation. Ho letto qualche info a riguardo e sono spuntati fuori decine di nomi che, manco a dirlo, amo alla follia. Procuro subito... e grazie eh!

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 11:12 del primo febbraio 2011 ha scritto:

RE:

Sì recuperalo che è un bel discone, ma Fil guarda che qui su SDM ne parlò a suo tempo una grande penna, un letterato di un certo livello, un genio conclamato ... ahahah

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 11:24 del primo febbraio 2011 ha scritto:

RE: RE:

Ahahahah, appena visto la rece; almeno posso tirare fuori la scusa che nel 2009 ancora non facevo parte della ciurma. Ora me la gusto con pop-corn e coca-cola... e con l'album completo di sottofondo!

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 11:06 del primo febbraio 2011 ha scritto:

c'è un po' di tutto (tanti i nomi di punta, tra cui sufjan stevens, yeasayer, arcade fire, iron & wine, dirty projectors, beirut, antony & bryce dessner , national, stuart murdoch, feist, grizzly ecc): un lavoro con tante bellezze qua e là, insomma.

tramblogy alle 18:41 del 3 febbraio 2011 ha scritto:

che 2 maroni!!!! (togliendolo dal lettore)

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 15:10 del 4 febbraio 2011 ha scritto:

voce bellissima! disco boh...gradevole, con qualche momento di stanca! soluzioni sicuramente originali ma manca il piacere dell'ascolto...boh....l'ennesimo 6.5 - 7.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 15:43 del 9 febbraio 2011 ha scritto:

per unirmi parzialmente al dibattito sollevato da Fabio aggiungo che la prima sensazione che ho avuto ascoltando il disco è stata: "tò, sembra Anthony & the johnson in chiave black". Ovviamente giudizio limitatissimo, però per dire che la somiglianza vocale in certe parti (specie nei brani più belli come I never learnt to share e Give me my month) è davvero notevole. Disco cmq affascinante nel suo complesso. Dalla rece di Carlo e dal commento di Losi si capiscono bene le innovazioni e le grandiosità delle sfumature stilistiche dell'opera. A livello personale trovo anche io alcuni passaggi a vuoto qua e là, però nel complesso il 7,5 ci sta tutto, e mi sento di arrotondare in eccesso.

george (ha votato 8 questo disco) alle 13:06 del 13 febbraio 2011 ha scritto:

mah

al primo ascolto non mi è piaciuto...

riproverò!

anche io ci sento molto antony e niente di nuovo nell'elettronica.

per quanto riguarda gli accordi di undicesima, i tempi sospesi, la mono destra del jazzista, e la struttura di un ponte di calatrava....

bravo blake!!

ma non basta per fare una bella canzone!

c'è chi ha fatto una canzone eccezionale usando solo un si minore!

voto rimandato

tramblogy alle 22:44 del primo marzo 2011 ha scritto:

e con grande soddisfazione lo tolsi dal mio iphone...4!!

hiperwlt (ha votato 8 questo disco) alle 11:47 del 4 marzo 2011 ha scritto:

recensione e commento del Los ineccepibili, perciò non mi dilungo: piccolo capolavoro!

Truffautwins (ha votato 5 questo disco) alle 1:24 del 7 marzo 2011 ha scritto:

Sarà!

Bocciato per scarso contenuto artistico. A volte somiglia a Michael Bublé e questo è davvero troppo. E' vero, c'è una ricerca sugli arrangiamenti e sul suono che però è più stilistica che compositiva. Viene il dubbio che tutto ciò sia per nascondere una scarsa vena creativa.

ulanbator86 (ha votato 8,5 questo disco) alle 14:35 del 21 settembre 2012 ha scritto:

Bublé!...ma cosa stai ascoltando?

rdegioann452 (ha votato 10 questo disco) alle 16:03 del 9 marzo 2011 ha scritto:

no comment

casadivetro (ha votato 8 questo disco) alle 5:03 del 23 marzo 2011 ha scritto:

dall'8 al 9

(Ma avete sentito come ha rifatto A Case of you di Joni Mitchell?)

Il disco è sostanzialmente e strutturalmente forte. M'ha rapito fin da subito; To Care Like You la migliore con I Never Learnt to Share; in alcuni momenti le progressioni armoniche sono quasi jazz o minimaliste e mi piace tantissimo come tiene sotto controllo la voce e la melodia facendola mutare impercettibilmente in continuazione; per me ha dei numeri, aspetto la prova dal vivo ora.

sbaiubern (ha votato 6 questo disco) alle 14:25 del 25 marzo 2011 ha scritto:

mha...

non mi convince molto, sembra non decollare mai veramente...troppo monocorde e poco vario, alcune buone intuizioni ci sono peccato che l'album tenda secondo me ad abusarne un po' troppo. Ha comunque ampi margini di maturazione, se gli verrà permesso di crescere!

La stampa inglese però la deve smettere di volere cercare continuamente il nuovo mostro da spiattellare sulle copertine di tutti i giornali per poi buttarlo nel cesso quando l'hype cala!

george (ha votato 8 questo disco) alle 11:38 del 27 marzo 2011 ha scritto:

cusate

george (ha votato 8 questo disco) alle 11:42 del 27 marzo 2011 ha scritto:

scusate

per 2 motivi...

1 mi è partito un commento a caso...qui sotto

2 questo è proprio un bel disco! felice di aver rimandato il voto. Acquistatelo in vinile...

ivpasqua (ha votato 10 questo disco) alle 0:07 del 15 aprile 2011 ha scritto:

La prima volta che ho sentito questo disco mi è letteralmente preso un colpo. Mi si è aperto un mondo di silenzi, guidato da una voce di una profondità sesazionale. Che dire, il ragazzo ha davvero tanto talento. Disco d'esordio eccellente. Lo ascolto molto spesso, e ogni volta mi sembra che ci sia una nota nuova, una svolta di cui non mi ero accorto, un arpeggio di cui non mi ricordavo....fantastico

stefabeca666 (ha votato 9 questo disco) alle 11:49 del 24 maggio 2011 ha scritto:

Questo sarà il disco del futuro

REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 18:29 del 7 giugno 2011 ha scritto:

Mi pare assodato che sia un esordio "sorprendente" e promettente, come del resto che sia ben cantato (spesso con l'ausilio di trucchi elettronici o digitali) da una "voce vera, intensa, bellissima". Concordo con chi pensa che il disco sia "omogeneo ed uniforme", che sfrutta "poche, ma geniali intuizioni" e che dica "qualcosa di nuovo in ambito elettronico" in particolare "sull'intreccio voce e suono". Più che post dubstep per far capire a quelli come me che fanno fatica a capire ste definizioni forbite e complicate lo definirei un album di slow lectronic soul e se proprio proprio mettiamoci pure un new davanti per dargli un tono eheh. Evidente che, piaccia o non piaccia (aaarghhh), ci troviamo davanti ad uno degli album più significativi usciti in questa prima metà del 2011. Penso inoltre, come dice George, che sarebbe meglio procurarsi il vinile, soprattutto perchè sembra proprio il classico disco di cui si ascolta volentieri una facciata per volta (ma toh ahahah). Credo che non tutti i brani siano della stessa levatura (parlo di songwriting, l'interpretazione è sempre ottima, a parte Lindisfarne 1), ma alcuni sono davvero stupendi (per me To care(like you) è la numero uno!). Non ancora un capolavoro, credo, ma il ragazzo sembra avere tutti i mezzi per realizzarlo, magari utilizzando in futuro qualche contributo strumentale esterno (dai almeno il padre potrebbe suonare gratis) e prendendosi il rischio di uscire dai confini, a volte un po' angusti, del genere.

lev alle 11:48 del 14 giugno 2011 ha scritto:

non è male, anche se sembra un anthony che ogni tanto perde i colpi lo devo ascoltare ancora un pò prima di dare un voto.

synth_charmer, autore, alle 21:02 del 18 giugno 2011 ha scritto:

il "mio" Blake regge ancora la prima posizione eheh in caso possa servire da testa d'ariete per certe visioni UK step, di recente ha partorito il suo ennesimo EP il buon Starkey, con un suo post-dubstep che in certi frangenti prende tanto da Blake: (e chissà se qualcuno sente una certa Katy B nel finale

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 21:13 del 18 giugno 2011 ha scritto:

Sì Charles, anche se, quando primi erano i Wild Beasts - confesso - mi garbava assai... Ma dimmi, Smother l'hai ascoltato?

synth_charmer, autore, alle 21:27 del 18 giugno 2011 ha scritto:

RE:

qualcosa sul tubo, sì e quella roba che a te piace tanto, no? A me però rischierebbe di farmi passare l'insomma, mica posso correre rischi eh..

synth_charmer, autore, alle 21:28 del 18 giugno 2011 ha scritto:

RE: RE:

l'insomma = l'insonnia guarda te che lapsus!

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 21:40 del 18 giugno 2011 ha scritto:

Ah sì, qualcosa sul tubo... Ma insomma i B&S ti fanno venire sonno, i Wild Beasts pure... secondo me il problema non è l'insonnia, piuttosto sei narcolettico

REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 9:39 del 20 giugno 2011 ha scritto:

"...Blake regge ancora la prima posizione..."

Era tutto previsto nel mio primo intervento del 18/01/11. Il record ormai è ampiamente alla portata...eheh

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 16:01 del 21 agosto 2011 ha scritto:

Pare che il nostro caro londinese stia collaborando con l'altrettanto caro Bon Iver in un progetto chiamato "Fall Creek Boys Choir"; qualcosa sarà mostrato il 24 agosto, stando al tweet dello stesso Blake. Staremo a vedere!

tramblogy alle 18:47 del 21 agosto 2011 ha scritto:

4 palle insomma....

Mirko Diamanti (ha votato 6 questo disco) alle 19:03 del 19 novembre 2011 ha scritto:

L'approccio di manipolazione del suono non mi dispiace,e qualche brivido l'accoppiata piano\voce me l'ha fatto scorrere, ma il materiale suona spesso incerto, e quel che è peggio debole e stanco, come in “I Never Learnt to Share,” che ho trovato scricchiolante e gonfia. Oltre alla cover, “The Wilhelm Scream” è la migliore.

GolaProfonda alle 19:55 del primo gennaio 2012 ha scritto:

Fa cagare a spruzzo.

Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 12:42 del 7 febbraio 2012 ha scritto:

Lo sapevate che anche "Wilhelms Scream" fosse una cover? L'originale, "Where to Turn", è di un certo James Litherland, curiosamente il padre di Blake.

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 14:41 del 7 febbraio 2012 ha scritto:

RE:

Mmmm... no, io no lo sapevo. Insieme a "Limit to your love" nel tempo è diventata la mia preferita dell'album. Della serie: "Non so cosa, ma qualcosa vorrà pur dire"...

Marco_Biasio alle 23:17 del 23 gennaio 2013 ha scritto:

Di solito i dischi così "hyped" li lascio andare al macero per mesi, se non anni, e poi me li ripesco in solitaria. Lui è totalmente fuori dai miei consueti schemi musicali, ma c'è quella "Limit To Your Love" che è pazzesca (una linea di piano intensissima, che vale una vita) e che è stata recentemente ri-coverizzata dai bravissimi BADBADNOTGOOD, nel loro ultimo disco (che trovate in free download sul loro bandcamp e che consiglio assolutamente di recuperare). Quindi, mi sa, il ripescaggio qui s'impone.

Franz Bungaro alle 10:19 del 24 gennaio 2013 ha scritto:

bè per la linea di piano bisogna ringraziare Feist, ma sono d'accordo, l'album, hype o meno, è tra i più belli del 2000. Favoloso!

4AS (ha votato 5 questo disco) alle 18:33 del 9 aprile 2013 ha scritto:

Mi affascina molto il mood generale del disco e l'dea di manipolare elettronicamente pezzi di stampo soul, ma a mio avviso mancano i contenuti. La scelta di costruire pezzi su una singola strofa ripetuta all'infinito condiziona negativamente l'ascoltatore: dopo pochissimi ascolti non c'è più nulla da scoprire, rimane solo la sua arte fine a se stessa. La prima parte del disco è passabile. Non male The Wilhelm Scream, Lindisfarne II e Limit to Your Love (quest'ultima con un ottimo giro di piano). Seconda parte da dimenticare, spesso impantanata in un immobilismo inutile. Why Don't You Call Me e Measurements non hanno senso di esistere, così come Give Me My Month, un'asettica imitazione di Antony Hegarth. Spero in un miglioramento di scrittura nel secondo disco.

Totalblamblam alle 16:31 del 21 aprile 2013 ha scritto:

incredibile parli del diavolo e spuntano le corna. trovato oggi nella munnezza e speriamo l'ascolto non mi deluda ghghgh ma fa del soul glitch ? sto sentendo ora un pezzo che si incanta spero non sia un difetto del cd ghhgh certo sta voce mielosa mi sa che alla fine mi darà sui nervi