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R Recensione

7/10

James Blake

The Colour in Anything

A Blake non interessa più innovare. Essere di nuovo avanguardia, immettere genetica propria nella musica.

A Blake, oggi, preme solo essere se stesso. Scrivere canzoni.

Cantautore, James Blake Litherland, iniziava ad esserlo davvero (scriveva Maradei) con “Overgrown” - lavoro compatto, sì, benché più diversificato rispetto all'esordio (si sentano, su tutti, “Digital Lion” feat. Brian Eno e “Take a Fall For Me” - con RZA).

Esordio in cui cover (“Limit To Your Love” di Feist; ma anche “The Wilhelm Scream”) e composizioni originali rappresentavano soprattutto il culmine, il segno di un’estetica nuova. Le fondamenta del james blake sound. Le fondamenta di tanto altro soul e pop a seguire. 

Grande disco, l’esordio. Grande perché, nel suo compiersi, già guardava solipsisticamente avanti; in quei silenzi e in quegli spazi del pop in cui non si era ancora visto. Un album che ha saputo contaminare in ogni genere, e porsi come pietra angolare in termini di forma espressiva e canora. Capita sempre più di rado; e James Blake era al suo esordio.

Oggi, riprendiamo il discorso, i brani di “The Colour in Anything” si esprimono con un'essenza nuova, non sempre dipendente dalla quella sovrastruttura estetica, post dubstep soul, ora intrinseca e metabolizzata completamente dalla musica pop. Ciò ha permesso a Blake di muoversi in parallelo dalla miracolosa autoreferenzialità dell’esordio; e guardare, attingere stilisticamente e nella composizione anche altrove. Ancor più che in “Overgrown”.

Ne esce infatti un’ora e diciassette minuti (alcuni, mixati e prodotti da Rick Rubin presso i Shangri-La Studios di Los Angeles) eterogenei, in cui ogni pezzo è in continuità col tutto, e col passato; passato col quale, allo stesso tempo, Blake abbozza un movimento di separazione. Non è neanche lontanamente paragonabile, qui, la messa a fuoco istantanea dei precedenti lavori (specie il debutto, chiaro); di positivo, il disco consente un nuovo sguardo sulle possibilità espressive di Blake.

Si passa, naturalmente, da beat, trill e wooble di deriva post dubstep (ad abuso dell’hip hop contemporaneo: “Timeless”, ad esempio - sirena ossessiva e tastiere in orbita; “Points”) a momenti clubby e r’n’b (“Noise Above Our Heads”, "Two Man Down": l’influenza di Frank Ocean nella scrittura; di tipo minimale in “Put That Away and Talk To Me”), fino a riletture acid house/euro disco - “I Hope My Life (1-800 mix)”). 

I momenti raccolti, e sono tanti, sono spesso ballate di classicismo soul e frammenti future garage (“Love Me in Whatever Way”, la splendida "My Willing Heart"), piano stilizzato, strutture all’osso e solenni, scevre di tutto (“F.O.R.E.V.E.R.”: il punto d’incontro tra Nina Simone ed Antony, nella carriera di Blake; “Waves Know Shoes” e i suoi ottoni in gloria), con quest’ultime che confermano quanto al nostro basti proprio un nulla (in estremo, la sola voce: il vocoder a cappella di “Meet Me in The Maze”) per arrivare rapido e intenso a certe emozioni primarie. Classicismo blakiano e soul moderno (appunto “Modern Soul”) che amalgamati infittiscono strutture comunque ancorate al (suo) passato - “Points”: nell’uso dei sub-bass, per distorsione di wooble/synth e tensione di vuoti; “Radio Silence”. 

Mancano i pezzi davvero epocali (come, in assoluto, lo erano "Retrograde" e "Limit To Your Love"; le stesse "Radio Silence" e "I Need A Forest Fire", pur magnifiche, non reggono il confronto), vero; e qualche momento di stanca, nel mezzo ("Two Man Down", "Always" tra le altre), appesantisce un disco sorprendentemente poco coeso ed equilibrato, per gestalt, minore nella (pur breve) discografia di Blake

Circola ancor più intimità sentimentale, dolore elaborato, se possibile. Circolano tormento e colori cupi, tonalità tendenti al blue; quelli di un’anima eternamente malinconica e solitaria, ma nonostante ciò piena di speranza. Summa, in questo senso, la collaborazione (apice) con Bon Iver, “I Need A Forest Fire” – I’m saved by nature / but it always forgets what i need / I hope you’ll stop me before I build a wall around me / we need a forest fire

Si capisce, allora, quanto James Blake con “The Colour in Anything” (annunciato a sorpresa il 5 maggio da Annie Mac su BBC 1, e rilasciato alla mezzanotte del giorno successivo; without fanfare, come scrive il Guardian) abbia sperimentato col processo creativo, con la sua identità: immettendola, pura, in tanti rivoli. Ritrovandola, alla fine, immutata e in qualsiasi cosa. 

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 12 voti.
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max997 7,5/10
DMAKA 7,5/10
Cas 7/10
zebra 8/10
giosue 7,5/10
motek 5,5/10

C Commenti

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Jacopo Santoro (ha votato 7,5 questo disco) alle 5:35 del 14 maggio 2016 ha scritto:

Dice tutto brillantemente big Mauro.

Il gigante britannico ci regala un macigno che pesa 75 minuti e che trasuda soul da tutti i pori. "Bon-iveriano" come sono, non posso che ritenere "I Need a Forest Fire" come la migliore del lotto. Ma quanto belle sono anche le altre, come "Radio Silence", che ricordo molto bene suonata nella magia di Vasto (luglio 2015).

"A Blake, oggi, preme solo essere se stesso". Io penso che James abbia coniato un nuovo vocabolo: "blakiano". Perché a lui, ormai, possiamo riferirci, e con lui possiamo orientarci. Già classico. Già pioniere, a soli ventisette anni.

unknown alle 11:30 del 14 maggio 2016 ha scritto:

lui mi è sempre piaciuto..ma questo album l'ho trovato molto noioso

non metto il voto devo riascoltarlo ancora varie volte

woodjack (ha votato 7 questo disco) alle 18:22 del 14 maggio 2016 ha scritto:

sì in effetti dopo un po' l'ascolto diventa faticoso, disco mutiforme e sfilacciato, azzardo un po' prolisso, sicuramente ambizioso nel voler essere omnicomprensivo... la classe non è acqua, certo, ma... non so io comincio a sentirci anche un po' di gusto per un certo istrionismo, certo fortemente emozionale, ma pur sempre un po' affettato. Ma ci sta anche per uno che ha quasi coniato un genere. Per ora neanche io mi pronuncio a livello di voto, aggiungo alla magnifica recensione di hiper (per inciso - non me ne vogliano gli altri - uno dei miei recensori preferiti da quando leggo SdM) un'impessione: c'è una tendenza "post-minimalista" (maledette etichette, in pratica minimalismo ad ampio respiro con tinte romantico-spiritualiste) che pervade questo album, alle mie orecchie croce e delizia. Tendenza peraltro condivisa, in modo molto diverso, da alcuni dischi di quest'anno, vedasi l'acclamatissimo disco "pop" della Meredith (che a me ha lasciato perplesso), l'ultima fatica dei Radiohead, per non parlare delle operazioni di "reimagining" come quella di Stetson e la terza di Gorecki. PS: io Two man down l'ho trovato uno dei pezzi più interessanti, benchè accada ben poco a livello melodico, la costruzione complessiva, la ritmica, le giustapposizioni delle parti e dei campionamenti, le dissonanze disseminate qui e là, ne fanno quantomeno un esperimento inedito.

hiperwlt, autore, alle 0:50 del 16 maggio 2016 ha scritto:

Grazie woodjack, davvero gentile interessante il discorso sul "post minimalismo": non so se è tendenza del 2016, devo procurarmi un paio di dritte che citi; so solo che, ad esempio, il disco dei Radiohead ha più di una componente spirituale (a tratti addirittura metafisica - prendi "Daydreaming") su strutture, sì, più minimali che altrove. Provo a parlarne in sede di review con Jac. Qui sicuramente è tutto molto emozionale, si è sperimentato più sulle singole composizioni che a livello estetico - come all'esordio e, in parte, con "Overgrown". Con risultati godibili, non così memorabili.

woodjack (ha votato 7 questo disco) alle 9:47 del 16 maggio 2016 ha scritto:

figurati, stima sincera... mi leggo bene anche i tuoi commenti di solito, sempre preziosi beh non so se è una tendenza di quest'anno specifico, magari è qualcosa che c'è nell'aria ultimamente. Del resto le vie di fuga dal calderone "rock/pop" sono due: il jazz e la musica "colta" (e si sa che storicamente il minimalismo, per punti di contatto stilistici, è stato più che saccheggiato, ma in fondo anche l'elettronica e il "collagismo" vengono da lì). Ciclicamente si ripropongono nella storia della musica queste contaminazioni "ampie", questi ultimi anni mi paiono decisamente ricchi in tal senso.

AndreaKant (ha votato 7 questo disco) alle 12:54 del 13 giugno 2016 ha scritto:

Per me e' un 7 un po' strettino ma effettivamente questo disco, pur mantenendo sempre un buon livello, mi risulta troppo prolisso. Canzone preferita "Radio Silence", con quella struttura che ricorda l'insuperata "Retrograde".

Marco_Biasio alle 14:27 del 23 giugno 2016 ha scritto:

Non ho ascoltato il disco, ma la recensione di Zingales sull'ultimo (penultimo?) numero di Blow Up mi ha fatto piegare in due dalle risate

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 22:54 del 23 giugno 2016 ha scritto:

che dice?

REBBY alle 0:10 del 24 giugno 2016 ha scritto:

""Che bello un nuovo disco di James Blake.....blablabla...., perché ora il disco è qui, e sul serio abbiamo la conferma da questo ragazzo che la sua musica fa cacare o' cazzo (voto 0)"

Cas (ha votato 7 questo disco) alle 11:22 del 24 giugno 2016 ha scritto:

diversi momenti ottimi (penso a "Radio Silence", "Love Me in Whatever Way", a "Two Men"), ma immersi in uno svolgimento prolisso. se Blake fosse riuscito a concentrare gli sforzi in qualcosa di più conciso ne sarebbe venuto fuori un lavoro del calibro, almeno, di "Overgrown". tanta classe come al solito, questo è certo: il suo rileggere il soul sgranandolo e ricomponendolo non ha rivali (penso a "My Willing Heart", splendidamente minimalista)