Carl Craig
Sessions
Accodiamoci per un istante alle perplessità, espresse da più parti, circa la natura stessa dell’operazione: “Sessions” non un best of, né un dj-set e men che mai un album interamente di remix; piuttosto un confuso ibrido che tradisce una palpabile indecisione a monte del processo produttivo (creativo?). Detto questo, gran parte del materiale qui proposto è da urlo: il solo remix – peraltro già edito – sul corpo sanguinante di “Like A Child” dei Junior Boys, ottenuto mandando in corto circuito le voci e sezionando cartilagini di drum-machine, basterebbe a farci soprassedere sulle considerazioni di cui sopra, per abbandonarci al flow palpitante che Craig è ancora in grado di generare in studio.
È proprio ascoltando brani come questo, o come il glorioso intreccio di organo e bassi flessibili di “Throw” (a nome Paperclip People), o ancora la chirurgia del breakbeat innestata su telaio house del remix – stavolta inedito – di “The Melody” del pianista Francesco Tristano, che ci si ricorda del perché Craig resta, a tutt’oggi, il vero volto della seconda generazione di artisti techno di Detroit. Ci si ritrova, cioè, al cospetto dei suoi polpastrelli abili nello stemperare le cromature post-kraftwerkiane dei synth con il calore ignifugo del funk e il candore rosato dell'elettro-malinconia distillata dall’accoppiata Sylvian/Sakamoto (si ascoltino le sue versioni dell’angelica “Help Myself” (Chez Damier) e dell’iniziale “Busted Trees” (Directions), quest’ultima graziata da un campione vocale di una soul-diva lasciato a sgocciolare in una bacinella cosmica da camera oscura).
Fra qualche classico rispolverato dai grandiosi progetti 69 (la graffiante “Rushed” che sorge dalle ceneri ancora fumanti di “Angel”, addirittura un’inedita e rabbiosa “Psychobeat”), Tres Demented e Innerzone Orchestra (quella “Bug In The Bass Bin” che ogni cultore della jungle dovrebbe mandare a memoria), l’ambigua raccolta procede a passo moderato, seminando qua e là qualche riempitivo e la curiosa chicca – peraltro non trascendentale – di una “At Les” registrata dal vivo nel 2006 al Centro Pompidou di Parigi. Se però cercate il capolavoro inedito, allora indirizzatevi sulla rielaborazione di “Relevee” (Delia Gonzalez & Gavin Russom), summa di tutta la sua gestualità. Basta il lunghissimo coda a chiarirvi con che razza di genio abbiamo a che fare: liquidità jazz, un pianoforte in staccato che a tratti unisce in un sol colpo le tensioni minimaliste di Steve Reich con le ben note proprietà analgesico-stimolanti degli accordi house, synth arzigogolati a disegnare ellissi di fumo o drappeggi d’inestimabile raffinatezza, chiostri sfioriti di tastiere, grancassa cardiaca. Meraviglia.
Domandone finale: la discografia del Nostro aveva davvero bisogno di essere rimpolpata da un’operazione come “Sessions”? Risposta: no, ma un bel “chissene” qui calza a pennello, specie considerata la (relativa) prelibatezza della portata odierna. Resta chiaro che se volete gustarvi come si deve il talento di Craig dovete procurarvi la sacra triade “More Songs About Food And Revolutionary Art" / "The Sound Of Music" / "Programmed”, ma questa uscita, seppur filologicamente inetta, può fare la gioia di tutti coloro che intendono colmare qualche lacuna nell’opus del nostro uomo.
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Carl Craig More Songs About Food and Revolutionary Art
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