V Video

R Recensione

8/10

Matias Aguayo

Ay Ay Ay

Lo so, requisito indispensabile per una buona recensione musicale è dare indicazioni precise sul genere di cui si sta parlando. Solo che qui la cosa diventa davvero difficile: Ay Ay Ay non solo è quasi impossibile da inquadrare, ma suona proprio come qualcosa di mai sentito.

Ma andiamo con ordine, e iniziamo parlando di lui: Matias Aguayo. Nato a Santiago del Cile, cresciuto artisticamente durante gli anni ’90 in Germania, vive oggi alle porte di Parigi (nel tempo libero ama dedicarsi alla coltivazione del suo orto), ma la sua seconda casa è Buenos Aires, dove ama organizzare party gratuiti in strada esprimendo la sua personalissima visione della musica. Un giramondo, insomma, uno di quei tipi sui quali andrebbe ridefinito il significato della parola “eclettico”. Nel suo passato una lunga attività da dj e produttore, e la partecipazione in alcune interessanti formazioni artistiche, la più nota delle quali è quella dei Closer Musik terminata nel 2003. Poi il suo percorso diventa solitario, con l’album di debutto Are You Really Lost pubblicato nel 2005. Oggi Matias ha una sua label (la Còmeme) e una reputazione che lo addita come uno degli artisti più sfuggenti del mondo elettronico/dance attuale.

Con Ay Ay Ay, suo secondo LP, la faccenda si complica inesorabilmente. Techno or not techno, that is the question. Perché non si può negare che molte tracce mantengano quel tipo di forma-canzone, con le sue irregolarità, il suo incedere incalzante, le sue complessità architettoniche. Ma è anche vero che di techno-logico in quest’album c’è pochissima roba: grande peculiarità del disco è che la maggior parte dei suoni offerti sono prodotti dalla voce umana, groove e ritmi compresi. Con risultati indecifrabili come Menta Latte, uno dei pezzi più rappresentativi dell’album, che non somiglia a nessun altra cosa possiate aver mai ascoltato e che rende impossibile rispondere all’amletico dilemma.

A questo aggiungiamo una costante presenza di sonorità tribali rintracciabile a tutti i livelli: dai vocalizzi di Ritmo Juarez e Koro Koro al beat di Juanita, la componente folklorica diventa un vero e proprio concept che lega la tracklist, collocando il disco geograficamente a metà strada tra il Brasile, lo Zimbabwe e l’India (what??). E ancor più strano è sentire che il lato esotico del disco va spesso a braccetto con sfumature trip-psichedeliche di grande effetto: in Desde Rusia o Ritmo Tres, ma soprattutto nella title-track, sembra che la tribù stia partecipando ad uno strano rito cerimoniale, con un calumet pieno di erbe locali che passa di mano in mano, e un sorriso insolitamente largo sul volto.

E non sarebbe nemmeno finita qui. Andrebbero menzionate anche le sfumature funk in versione aborigena che serpeggiano tra le righe, le impressioni indotte di un r’n’b ricondotto a latitudini equatoriali, e una generale vicinanza alla world music con le inevitabili implicazioni etniche. Aguayo sfodera ogni possibile elemento culturale che la sua natura di perenne viaggiatore possa avergli fatto assorbire. Ed è una vera gioia per le orecchie di chi ama quella sensazione privilegiata di star ascoltando qualcosa di veramente nuovo. Manifesto dell’inafferrabilità del disco è Rollerskate, uno di quei brani pericolosi, in grado di portare dipendenza, che mettereste in loop all’infinito perdendoci anche il sonno.

Per i music-addicted che vagano tra le strade solitari, isolati in cuffie costate un occhio della testa, in cerca di una nuova droga. Perché sarebbe peccato mortale rinunciare alle uniche estasi sensoriali esenti da effetti collaterali.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.