Redshape
The Dance Paradox
La maschera della morte rossa, con sottofondo techno. I corpi nudi nell’orgia macabra di “Eyes Wide Shut”, ancora con sottofondo techno. Lo sfilare di atrocità in costume, datato Joy Division, posto sullo sfondo della Venezia “amniotica” di “Don’t Look Now”. Detroit che si fa ancor più europea (possibile?), teutonica, buia, inospitale. Il rinnovato paradosso di una musica in cui le macchine parlano per noi e di noi, anche quando ci illudiamo di possederle, anche quando pensiamo d’essere noi a imporre loro il nostro volere. L’annullarsi – e, così facendo, il riaffermarsi – dell’individuo in una lingua utopica di cui è co-autore e mero interprete al medesimo tempo. Semplicemente, ancora una volta, techno.
Nulla si sa sulla vera identità di Redshape. Nelle sue apparizioni pubbliche indossa una maschera (rossa, appunto), così come negli ormai leggendari live act europei. Un tipo enigmatico il produttore berlinese, uno che concede pochissime interviste e preferisce mantenere un profilo basso, quasi nascondendosi ai più. Per quanto sarà al sicuro la sua identità segreta non è dato saperlo, ma pare improbabile il focalizzarsi dell’attenzione mediatica tanto da comprometterne l’anonimato (come accaduto in casa Hyperdub dopo l’esplosione del fenomeno Burial), specie considerato che al qui presente disco(ne) sarà concesso meno di un millesimo dell’esposizione mediatica di cui il dubstep ha goduto negli ultimi tempi. Intanto il colpaccio l’ha fatto la Delsin, etichetta olandese che dal 1996 mal cela l’ambizione di stagliarsi a raccordo immaginifico fra Detroit e Amsterdam, la quale, reclutando Redshape, arricchisce una scuderia già prodiga di cavalli di razza come Newworldaquarium, Legowelt e Future Beat Alliance. Lui, d’altro canto, son tre anni che ringrazia della fiducia a suon di EP eccellenti (occhio soprattutto al “Misc Usage” del 2006, con la sublime oasi melodica di “Cashmere”): un crescendo di bravura che culmina, anno domini 2009, con questo primo long-playing.
Se l’ultimo, splendido Josh Wink ha soffiato nuova vita nell’acid-house, Redshape visita i ruderi (al silicio) sconsacrati di Detroit, raccoglie i frattali del sogno techno e ne scruta, imperturbabile, gli orrori. Come un umanoide catapultato in “Operazione Paura” del Maestro, si trova di fronte una maledizione che ottenebra la ragione, pietrifica i sensi: una maledizione magistralmente condensata in “The Dance Paradox”, incubo da ascoltare (e ballare), capolavoro dalle tinte noir e sci-fi che sublima l’estetica cyber-punk attraverso l’aplomb “chirurgico” dell’IDM. Non c’è, fra i solchi, il pulsare al cardiopalma di Jeff Mills, ma identica è la cura maniacale nel rendere ogni dettaglio, anche il più microscopico, terribilmente attraente, come da lezione UR: i fondali, spettrali e distanti, ottenuti abusando di synth modulati; le ritmiche contorte, spesso arricchite da inserti di loop e percussioni live. L’impressione è quella di una techno inquadrata come corpo morente (l’iniziale “Seduce Me”), trafitto da intrecci percussivi al limite del gotico. Qualcosa da scolpire a lettere cubitali nella storia dell’elettronica.
Antica e futuristica assieme, “Garage GT” ingarbuglia micro-frammenti ritmici agli om sepolcrali di un monaco tibetano, fino a quando i balbettii di un organo (a canne?) sfociano in un riff funereo, da “Fantasma dell’Opera” dei bassifondi di New York. “Bound (Part 1 & 2)” è puro delirio minimal scandito dal pulsare “atomico” della cassa, dalle sfilettate di TB-303 alla Richie Hawtin e dalle drammatiche entrate degli archi sintetici. “Man Out Of Time” rasenta l’indicibile, col suo breakbeat in controtempo e gli svolazzi melodici del synth a rievocare lo spettro dei Goblin. Gli spasmi acid del synth-basso rendono “Globe” una viscida sanguisuga, un flusso di globuli rossi che spruzza (a 120 bpm) dalla giugulare e tinge di bava vermiglia la pista da ballo. “Rorschach’s Game” è un propagarsi dub di sciami sonori: dalle folate noise al drone d’organo che irrompe, resuscitando il panico mistico di “Vuh” (Florian Fricke aka Popul Vuh); nel finale, addirittura, entra in scena la batteria organica, rendendo ancor più tangibile l’impronta “krauta”. “Dead Space Mix” propone esattamente quel che evoca il titolo: echi funk implosi nello spazio, un Carl Craig privo di luce, supernova in catalessi; laddove “Dark & Sticky” chiude con un primo piano del vuoto, ronzante circolarità di nastri, la tribale riconnessione con la “macchina-madre”. Stop.
Otto brani per 37 densissimi minuti di musica, né più né meno. Otto brani capaci di proiettarsi nell’oggi con uno sguardo verso le radici, deformate e attualizzate. Che dire… Altro giro, altro regalo. Questo 2009 non la smette di stupire. Se ne accorgerà qualcuno o dovremo sorbirci ancora il tardone di turno a frignare per la “fine del rock”? Per adesso, consoliamoci con una certezza: il futuro della techno passa irrimediabilmente (fisiologicamente, oserei dire) da “The Dance Paradox”.
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