R Recensione

8/10

Redshape

The Dance Paradox

La maschera della morte rossa, con sottofondo techno. I corpi nudi nell’orgia macabra di “Eyes Wide Shut”, ancora con sottofondo techno. Lo sfilare di atrocità in costume, datato Joy Division, posto sullo sfondo della Venezia “amniotica” di “Don’t Look Now”. Detroit che si fa ancor più europea (possibile?), teutonica, buia, inospitale. Il rinnovato paradosso di una musica in cui le macchine parlano per noi e di noi, anche quando ci illudiamo di possederle, anche quando pensiamo d’essere noi a imporre loro il nostro volere. L’annullarsi – e, così facendo, il riaffermarsi – dell’individuo in una lingua utopica di cui è co-autore e mero interprete al medesimo tempo. Semplicemente, ancora una volta, techno.

Nulla si sa sulla vera identità di Redshape. Nelle sue apparizioni pubbliche indossa una maschera (rossa, appunto), così come negli ormai leggendari live act europei. Un tipo enigmatico il produttore berlinese, uno che concede pochissime interviste e preferisce mantenere un profilo basso, quasi nascondendosi ai più. Per quanto sarà al sicuro la sua identità segreta non è dato saperlo, ma pare improbabile il focalizzarsi dell’attenzione mediatica tanto da comprometterne l’anonimato (come accaduto in casa Hyperdub dopo l’esplosione del fenomeno Burial), specie considerato che al qui presente disco(ne) sarà concesso meno di un millesimo dell’esposizione mediatica di cui il dubstep ha goduto negli ultimi tempi. Intanto il colpaccio l’ha fatto la Delsin, etichetta olandese che dal 1996 mal cela l’ambizione di stagliarsi a raccordo immaginifico fra Detroit e Amsterdam, la quale, reclutando Redshape, arricchisce una scuderia già prodiga di cavalli di razza come Newworldaquarium, Legowelt e Future Beat Alliance. Lui, d’altro canto, son tre anni che ringrazia della fiducia a suon di EP eccellenti (occhio soprattutto al “Misc Usage” del 2006, con la sublime oasi melodica di “Cashmere”): un crescendo di bravura che culmina, anno domini 2009, con questo primo long-playing.

Se l’ultimo, splendido Josh Wink ha soffiato nuova vita nell’acid-house, Redshape visita i ruderi (al silicio) sconsacrati di Detroit, raccoglie i frattali del sogno techno e ne scruta, imperturbabile, gli orrori. Come un umanoide catapultato in “Operazione Paura” del Maestro, si trova di fronte una maledizione che ottenebra la ragione, pietrifica i sensi: una maledizione magistralmente condensata in “The Dance Paradox”, incubo da ascoltare (e ballare), capolavoro dalle tinte noir e sci-fi che sublima l’estetica cyber-punk attraverso l’aplomb “chirurgico” dell’IDM. Non c’è, fra i solchi, il pulsare al cardiopalma di Jeff Mills, ma identica è la cura maniacale nel rendere ogni dettaglio, anche il più microscopico, terribilmente attraente, come da lezione UR: i fondali, spettrali e distanti, ottenuti abusando di synth modulati; le ritmiche contorte, spesso arricchite da inserti di loop e percussioni live. L’impressione è quella di una techno inquadrata come corpo morente (l’iniziale “Seduce Me”), trafitto da intrecci percussivi al limite del gotico. Qualcosa da scolpire a lettere cubitali nella storia dell’elettronica.

Antica e futuristica assieme, “Garage GT” ingarbuglia micro-frammenti ritmici agli om sepolcrali di un monaco tibetano, fino a quando i balbettii di un organo (a canne?) sfociano in un riff funereo, da “Fantasma dell’Opera” dei bassifondi di New York. “Bound (Part 1 & 2)” è puro delirio minimal scandito dal pulsare “atomico” della cassa, dalle sfilettate di TB-303 alla Richie Hawtin e dalle drammatiche entrate degli archi sintetici. “Man Out Of Time” rasenta l’indicibile, col suo breakbeat in controtempo e gli svolazzi melodici del synth a rievocare lo spettro dei Goblin. Gli spasmi acid del synth-basso rendono “Globe” una viscida sanguisuga, un flusso di globuli rossi che spruzza (a 120 bpm) dalla giugulare e tinge di bava vermiglia la pista da ballo. “Rorschach’s Game” è un propagarsi dub di sciami sonori: dalle folate noise al drone d’organo che irrompe, resuscitando il panico mistico di “Vuh” (Florian Fricke aka Popul Vuh); nel finale, addirittura, entra in scena la batteria organica, rendendo ancor più tangibile l’impronta “krauta”. “Dead Space Mix” propone esattamente quel che evoca il titolo: echi funk implosi nello spazio, un Carl Craig privo di luce, supernova in catalessi; laddove “Dark & Sticky” chiude con un primo piano del vuoto, ronzante circolarità di nastri, la tribale riconnessione con la “macchina-madre”. Stop.

Otto brani per 37 densissimi minuti di musica, né più né meno. Otto brani capaci di proiettarsi nell’oggi con uno sguardo verso le radici, deformate e attualizzate. Che dire… Altro giro, altro regalo. Questo 2009 non la smette di stupire. Se ne accorgerà qualcuno o dovremo sorbirci ancora il tardone di turno a frignare per la “fine del rock”? Per adesso, consoliamoci con una certezza: il futuro della techno passa irrimediabilmente (fisiologicamente, oserei dire) da “The Dance Paradox”.

V Voti

Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 3 voti.
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REBBY 6/10

C Commenti

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sarah alle 17:31 del 26 novembre 2009 ha scritto:

I Burial mi erano piaciuti abbastanza, daro' dunque un ascolto anche a questo. Recensione come sempre di gran classe.

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 17:34 del 26 novembre 2009 ha scritto:

Questi, se ho capito bene, con i Burial c'entrano

poco.

sarah alle 17:35 del 26 novembre 2009 ha scritto:

pardon, Burial!

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 17:39 del 26 novembre 2009 ha scritto:

Giuro che non ho capito Sarah: con l'esclamativo

è un'altra cosa?

Dr.Paul alle 17:40 del 26 novembre 2009 ha scritto:

burial è uno solo....)

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 17:41 del 26 novembre 2009 ha scritto:

e c'entra o non c'entra con questo?

Dr.Paul alle 17:43 del 26 novembre 2009 ha scritto:

credo si sia corretta, "i burial" è come dire "i bob dylan" lol )

sarah alle 17:43 del 26 novembre 2009 ha scritto:

No, ero convinta che Burial fosse un duo tipo Daft Punk o Boards of Canada, invece un amico mi ha appena fatto notare che è un one man project, quindi è sbagliato dire i Burial. Cancellate pure i miei post ignoranti, non vorrei rovinare questa bella recensione!

Dr.Paul alle 17:45 del 26 novembre 2009 ha scritto:

la loson's mask! mi ricorda bowie questa maschera, il calco per il tour di diamond dogs!!

basta nn intervengo piu giuro! ))

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 17:48 del 26 novembre 2009 ha scritto:

Burial è uno solo, ma io non volevo corregere

Sarah, volevo solo dire che da quello che ho

capito (proprio qua) questo album non è del

genere di Untrue, ma forse ho capito male,

ditemi voi.

loson, autore, alle 17:56 del 26 novembre 2009 ha scritto:

Ahah, sembrate un condominio! O "Tre Cuori in Affitto", magari... Cmq sì, Burial (e il dubstep in generale) non c'entra nulla con questo disco. Però, Sarah, ascoltatelo lo stesso.

REBBY, tu invece stacci lontano eh! ;D Un attimo, però... Se ben ricordo "Recomposed" di Craig & Von Oswald l'avevi gradito, no? Questo è ancor più sperimentale, oscuro e terrificante (nel senso che mette proprio i brividi), magari ti piaciucchia.

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 18:02 del 26 novembre 2009 ha scritto:

grrrr, mannaccia avevo deciso di non cercarlo,

ma se fosse come Recomposed. Comunque Burial è

uno e trino, i Burial è licenza poetica ammessa

(eheh)

sarah alle 18:13 del 26 novembre 2009 ha scritto:

Ecco, oggi non ne azzecco una, meno male che tra poco torno a casa...

tramblogy (ha votato 8 questo disco) alle 19:03 del 5 gennaio 2010 ha scritto:

MOLTO INTRIGANTE....

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 11:04 del 15 gennaio 2010 ha scritto:

C'hai preso Los. Il primo ascolto non è dispiaciuto alle mie orecchie (da tardone eheh)

poco generose (eufemismo) verso questo genere e

quindi approfondirò di sicuro. Sarà la presenza

talvolta anche di una batteria in carne ed ossa,

saranno le variazioni di ritmo non impercettibili

o "gli svolazzi melodici" delle tastiere, sarà che con i tuoi "discacci" stai fiaccando a poco

a poco la mia resistenza (eheh), sarà quel che sarà, ma questo me lo procuro. Il paradosso di questa danza sta forse nel fatto che ascoltandola

si può anche non sudare?

gabrisimpson alle 12:56 del 6 gennaio 2013 ha scritto:

Fantastico, e venerdì live a milano