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R Recensione

7,5/10

Teresa Winter

Oh Tina, My Tina

Qua si fa difficile. Anzitutto, perché è arduo trovare notizie su Teresa Winter: sicuramente non si tratta della strappona tedesca uscita da un talent nel 2014, più probabilmente è la dottoranda a York che sta componendo una tesi sulla musica elettronica usata alla BBC. Di certo è colei che, dopo una pubblicazione digitale ancora sfocata nel 2014 (“Seven Sisters”), qualche mese fa ha rilasciato per la Reckno una delle cassette più affascinanti dell’anno. Tanto basti.

Cosa c’è in “Oh Tina, My Tina”? Suoni da un’altra dimensione, direi: detriti di elettronica anni ’90, tra jungle e techno, sfrangiati e passati attraverso un filtro ambient, se non proprio rustico, un po’ Enya un po’ Sigur Ros (“How Strange Are Bodies?” sembra uscita da “Takk”), mentre la voce, destrutturata e sperduta in spazi intergalattici, ricama frammenti di melodie, per cui alla fine si ha un effetto hypna applicato però non più alla mitologia e all’estetica ’80 ma a quelle ’90, certamente meno compatte e omogenee.

You Made Me Give You All My Love” parte con un piano da pezzo dance primi ’90, ma quando ci si aspetta che parta il beat (Snap? Cappella? Culture Beat?), parte invece la voce angelica di Teresa Winter, assieme a un impianto ritmico tutto avvoltolato in se stesso, fino a una chiusa svaporata: dream-techno. La stessa lezione viene applicata a ricordi in stile Orbital, con espliciti rimandi drum’n’bass (“Simon Peter James”), come se Maria Minerva avesse deciso di remixare The Future Sound of London. Il complesso, naturalmente, tende a essere molto malinconico: “Bounce 700”, splendido dedalo di glockenspiel, synth allucinato e tastiere color seppia in salsa vagamente tropicale, è escapismo puro, mentre “Cannot Look” si dondola nella frustrata altalena dei due accordi e “All My Holes”, in chiusura, sfoggia un inno di organi funebri da brivido.

Apice assoluto “Fourteen Nights”, hypnagogic trance dove il beat, finalmente, trova pieno sfogo, deturpando il pezzo in un fuzz furioso, con i bassi che sembrano non reggere nemmeno se stessi, frenetici e folli nella coda jungle, poi stornata in un ralenti da rave che più stonato non si può: uno dei pezzi più potenti che abbia ascoltato negli ultimi anni.

Spero che ne sentiremo parlare. A me, in tutta la sua difettosa incompletezza, pare una cosa molto figa, e nuova. Qua un saggio (le cose migliori dai due dischi).

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